
La politica vive di narrazioni — e questa affermazione, lungi dall’essere una denuncia contingente, appartiene alla struttura stessa della vita collettiva. La comunità umana non si organizza soltanto attorno ai fatti, ma attorno alle interpretazioni dei fatti. Tuttavia, ciò che caratterizza la modernità non è tanto l’esistenza della narrazione, quanto la crescente autonomia del linguaggio rispetto al suo referente: la parola si separa dall’oggetto, il segno si emancipa dal significato, e la funzione persuasiva prevale su quella descrittiva.
Così per esempio l’appellativo di nazista viene speso a piene mani (anche verso questa redazione) come un epiteto, negativo certo, ma ormai corrente e anche il termine “genocidio” appare svincolato da ogni definizione e ha perso la sua eccezionalità, deriva segnalata da Liliana Segre in più occasioni. Le iperboli (e le menzogne) travolgono il discorso pubblico, mirando appunto alla persuasione e non alla comprensione. Si tratta di un orizzonte in cui le parole prima si consumano e poi perdono di singnificato, scompaiono.
L’amico Alessandro Tedesco ne ha scritto in un bell’articolo stimolando domande e pensieri, a partire dalla metafora del maiale che, per un appassionato di musica come me rimanda ad un famoso disco dei Pink Floyd e naturalmente alla “Fattoria degli Animali” di George Orwell.
Non è un fenomeno nuovo. La Grecia classica ha già fornito il primo laboratorio qualche millennio fa. I sofisti inaugurarono questo modus operandi tra essere, conoscenza e linguaggio. Una prospettiva dove la parola non rivela il reale, ma lo produce retoricamente. Sono le basi per la “snackizzazione del linguaggio” come ha scritto Alessandro.
La reazione — la dialettica come ricerca del vero — nasce precisamente come reazione a questo intendimento. Nei dialoghi platonici la retorica sofistica appare come una techne del dominio e lo è, mentre Socrate e Platone tentano di restaurare la subordinazione del linguaggio all’essere e anche Aristotele conserva l’idea che la verità debba rimanere criterio normativo del discorso, radicato nell’esperienza e non nella strategia o nel calcolo.
Oggi invece la parola è spesso ridotta ad un dispositivo di potere e ci ritroviamo impantanati nel cancellare la memoria, nell’esprimere falsità strumentali, addirittura nella negazione di quel che si mostra attraverso immagini e testimonianze. Si contraddice la verità dell’evidenza come nel romanzo “Giustizia” di Friedrich Dürrenmatt.
Wittgenstein offre una prospettiva decisiva per tentare un’uscita da questa trappola. Nella fase matura, quella culminata con la pubblicazione delle “Ricerche Filosofiche” abbandona la concezione referenziale del linguaggio e propone quella dei giochi linguistici dove il significato coincide con l’uso. Non esiste una verità linguistica indipendente dalle pratiche sociali. Questa intuizione ha una duplice implicazione: libera il pensiero dall’illusione di un linguaggio neutro, oggettivo, ma evidenzia che la coerenza delle pratiche discorsive si radica in un’esperienza e in un contesto che sono la verità del soggetto.
La politica contemporanea — con le sue parole svuotate di relazione e riempite strumentalmente— non fa che operare una distorsione di questo concetto cancellando ogni consapevolezza. Concentrata a difendere la propria porzione di potere perde coerenza e scivola nuovamente nel sofismo. Eppure la parola non si esaurisce nella funzione strategica e nel calcolo. Esiste una dimensione esistenziale del linguaggio — ciò che Heidegger avrebbe chiamato il linguaggio come “casa dell’essere”, luogo in cui l’umano si espone.
Le dichiarazioni pubbliche di dissenso e critica di alcuni atleti statunitensi nel contesto olimpico di questi giochi invernali — mi riferisco alle parole di Irving, Hess, Lillis e Kim — sono interessanti non solo per la critica ad un’amministrazione americana che ha reso ogni suo discorso strumentale alla persuasione, ma come fenomenologia della parola esposta. In uno spazio dominato dalla neutralizzazione comunicativa, il gesto di parlare senza protezione retorica implica infatti il rischio e il coraggio di affrontarlo.
Il rischio è umanamente rilevante, indica che il linguaggio non è ridotto a calcolo. Siamo di fronte ad un salto soggettivo. In ogni caso, l’atto di esporsi segnala una tensione verso una verità vissuta, non garantita — fragile e revocabile — ma reale come esperienza. Troviamo qui la coerenza persa nel discorso politico. Tra questi atleti il linguaggio non domina, ma rivela la vulnerabilità del soggetto e proprio per questo è prezioso e autentico.
Anche la cultura popolare produce atti che vanno oltre la manipolazione. Il linguaggio simbolico utilizzato nello spettacolo di Bad Bunny al Super Bowl — e il messaggio inclusivo associato allo slogan “Together we are America” — opera a livello performativo, non descrive una comunità già data, ma tenta di convocarla proprio quando si minaccia la sua dissoluzione con le squadracce ICE nelle strade di grandi metropoli americane.
Austin e Searle avrebbero parlato di atti linguistici performativi: parole che fanno accadere qualcosa, si pensi al famoso “I have a dream” di Martin Luther King. Qui la verità non è corrispondenza ma creazione intersoggettiva. Non si tratta di stabilire se lo slogan sia vero o falso, ma di osservare come produca identità e appartenenza. Questo ci riporta a una tensione antica: il linguaggio può essere manipolazione o fondazione simbolica e naturalmente gli esiti sono diversi. Non sempre la distinzione è chiara — e proprio questa ambiguità lo rende uno strumento umano per eccellenza.
Se la politica tende a usare il linguaggio in un orizzonte distopico, capace di negare quel che si mostra chiaramente come nel racconto da parte del Presidente degli Stati Uniti degli omicidi di Minneapolis, la società civile conserva zone in cui la parola resta esperienza legata all’uso in un processo consapevole di testimonianza. Non si tratta solo di purezza morale, ma di un processo esistenziale. Nello sport, nell’arte, nella musica, la parola non può mai separarsi completamente dalla corporeità e dal rischio personale, da un “ne va” del soggetto coinvolto altrimenti si nega nella sua essenza.
Qui emerge una possibilità: la verità non come fondamento stabile, ma come tensione incarnata. Non possediamo la verità — la pratichiamo e quando il linguaggio è capace di farsi riflesso di questo processo percepiamo e comunichiamo autenticità.
L’ottimismo possibile in questa prospettiva credo non sia un’ipotesi ingenua. Non consiste nel credere che il linguaggio tornerà puro o trasparente — questo sarebbe insostenibile. Consiste piuttosto nel riconoscere che la stessa plasticità capace di produrre la manipolazione rende possibile la resistenza, la testimonianza, l’atto fondativo e se il significato è uso consapevole in un contesto, allora possiamo riappropriarcene.
La tradizione filosofica — da Socrate a Wittgenstein — non offre una soluzione definitiva, ma una pratica: il dialogo critico. Finché esistono uomini che si esprimono non per persuadere e manipolare, ma per comprendere e sollevare domande, il linguaggio resta un bene irrinunciabile ed è il motivo per cui trovo le parole di quegli atleti semplici, dirette e quindi preziose.
La speranza non risiede nella stabilità inossidabile della verità, ma nella persistenza della ricerca. Forse è questo il punto umanamente vero ovvero non che il linguaggio sia affidabile, neutro od oggettivo, ma che non si smetta mai di interrogarlo in relazione a se stessi e alla propria esperienza.

Il Club InOltre nasce per creare una community tra chi InOltre lo scrive, chi lo legge e chi lo sostiene. È il desiderio di creare punti di incontro digitali e, quando possibile, anche fisici – dove scambiarsi idee, discutere, conoscersi da vicino.
Un Club che unisce tutti quelli che contribuiscono alla buona riuscita d’InOltre e al suo successo.
InOltre è completamente gratuito ed è il frutto della competenza e della passione di molte persone che lavorano senza fini di lucro. Se desideri contribuire con un piccolo supporto, puoi farlo effettuando un bonifico come di seguito specificato oppure cliccando sui pulsanti che vedi, scegliendo l’opzione che più preferisci. Le donazioni verranno utilizzate per i costi di mantenimento del sito e per altre attività editoriali.
Grazie per il vostro supporto!
Bonifico bancario intestato a Inoltre Ente del Terzo Settore con Causale: donazione/erogazione liberale a favore di Inoltre ETS.
Codice Iban: IT55A0306909606100000404908



Scopri di più da InOltre
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.
