Si dice che la Storia insegni ma tra le prerogative degli esseri umani c’è quella dell’imparare poco, talvolta niente. Così accade di ricadere in errori di valutazione grossolani, dettati spesso da un idealismo che porta all’idealizzazione irrazionale.
C’è chi prova un senso di incomprensione innanzi alla massa eterogenea di intellettuali, giovani ribelli, movimenti femministi e LGBTQ+ che sfila inneggiando ad Hamas in una sorta di illusione collettiva che induce ad idealizzare dei terroristi islamici fino a farne dei liberatori. Davanti a questa visione surreale non c’è logica che tenga. Ci troviamo davanti ad un’idealizzazione di natura ideologica inespugnabile. Ci si affretta ad imputare la colpa al woke, ovvero l’ideologia del risveglio delle coscienze occidentali contro le malefatte del passato: lo schiavismo, l’eurocentrismo, il colonialismo, il globalismo e tutti gli altri “ismi” di cui ci siamo macchiati. Sarebbe il woke che, per contrappasso, indurrebbe all’esaltazione di ogni realtà autoctona purché non occidentale o occidentalista, fino all’applauso ostentato verso i regimi più sanguinari e brutali a condizione che siano apertamente schierati contro l’uomo bianco.
Il woke però è roba recente e non si può imputargli la responsabilità dell’idealizzazione del fondamentalismo islamico. Esiste infatti un precedente storico, verso la fine degli anni ‘70, quando l’abbaglio collettivo dei progressisti contribuì a far sì che un gruppo minoritario di fanatici che in Iran aveva poca presa sulla popolazione, s’impadronisse del movimento contro lo Shah Mohammad Reza Pahlavi. Fu l’idealizzazione del fondamentalista Ruhollah Khomeini ad agevolare lo “scippo” islamico della rivoluzione iraniana, fino all’instaurazione di un regime teocratico nel Paese più secolare, ricco e filo Occidentale del Medio Oriente. Un evento che avrebbe condotto alla diffusione del fondamentalismo islamico, con tutte le conseguenze che ne sono derivate.
“Gli intellettuali di sinistra in Occidente accostavano Khomeini a Che Guevara,” ci spiega Bahram Farrokhi, iraniano, da oltre 40 anni in Italia, oggi consigliere del Partito Radicale Nonviolento, Transnazionale e Transpartito. “Durante il suo periodo di esilio a Parigi, Khomeini era costantemente circondato da giornalisti e intellettuali di sinistra. L’elenco delle personalità del mondo occidentale che sostennero Khomeini è lungo: dai futuri premi Nobel come Gabriel García Márquez e Gunter Gross a Jean-Paul Sartre, Roger Garaudy e Michel Foucault ed Eric Rollo, che nei loro articoli paragonarono Khomeini a figure mitiche dell’Occidente.”
In quegli anni, la stampa occidentale non parlava altro che di Khomeini, così – di articolo in articolo, – la sua fama crebbe. Non mancarono neanche le femministe. Farrokhi ci ricorda che perfino Simone de Beauvoir, che era a capo del “Comitato internazionale per la difesa dei diritti delle donne”, inviò in Iran una delegazione di femministe.
Molti, tra gli intellettuali citati, appartenevano all’ala marxista e dunque non dovrebbe sorprendere la loro idealizzazione di Khomeini che – dal suo esilio parigino – in opposizione alla decadenza capitalista, promuoveva l’idea di una società di stampo marxista, la cui etica attingeva principi dell’Islam. I marxisti che si erano distanziati dall’URSS dopo la repressione della primavera di Praga, apprezzavano questa nuova visione del comunismo: una antimaterialista e spirituale, libera dal controllo del politburo.
Per i liberali americani invece, che temevano l’espansione del comunismo, l’Islam appariva come una difesa. D’altra parte, le mire dell’Unione Sovietica verso Iran e Afghanistan (che avrebbe invaso di lì a breve) non erano un segreto, né lo Shah era ignaro che molti gruppi armati presenti nel Paese fossero sovvenzionati dai sovietici. Ma se Carter non vedeva negativamente la crisi dell’establishment di Pahlavi, e Brezhnev faceva di tutto per fomentare il dissenso, nessuna delle due superpotenze auspicava un cambio di regime. L’Iran era una frontiera tra due mondi in piena guerra fredda. “Probabilmente entrambi, anche se per motivi diversi, ambivano ad uno Shah debole, facilmente soggetto a pressioni, non certo ad un imprevedibile regime islamico” spiega Farrokhi.
A quel tempo, i seguaci di Khomeini erano solo una delle tante forze in campo durante i tumulti che portarono alla rivoluzione; nulla avrebbe lasciato presagire che sarebbero stati loro a prendere il potere. Dalle parole di Farrokhi deduciamo che, in un certo senso, furono proprio i giornalisti e gli intellettuali occidentali, attraverso l’idealizzazione del personaggio a fare da cassa di risonanza mediatica a Khomeini e a renderlo popolare anche in patria fino a far precipitare l’Iran negli anni più cupi della propria storia. “Quest’uomo, che inizialmente doveva essere il liberatore dal “regime fantoccio dello Shah”, ha invece provocato decenni di instabilità e conflitti sanguinosi nel Medio Oriente.”
Riflettendo sul passato per cercare connessioni con il presente, chiediamo a Farrokhi come avevano potuto tanti intellettuali cadere in quel tranello. “Perché gli occidentali gli credevano. Non conoscevano il kitm?n, che per un musulmano è il permesso di mentire nell’interesse del’Islam.” In sostanza, Khomeini esponeva un modello di società a cui gli altri volevano credere celando quello a cui ambiva. È su quel “voler credere” che risiede l’abbaglio. Gli intellettuali volevano vedere in Khomeini il simbolo della lotta contro l’oppressore; colui che avrebbe liberato il popolo iraniano dalla tirannia. Anche davanti al sommo promotore della Sharia, le femministe vedevano in lui un difensore dei diritti delle donne e credevano ciecamente ad ogni sua menzogna.In modo non dissimile oggi assistiamo all’illusione collettiva di chi – contro ogni evidenza – “vuole credere”: che Hamas agisca nell’interesse del popolo palestinese liberandolo dalla “tirannia” d’Israele. Da Greta Grunberg agli studenti dei campus universitari, dai rettori americani a quelli nostrani non si parla di terroristi ma di “resistenza” di “forze di liberazione”. Poco importa che Hamas, a differenza di Khomeini, non si preoccupi neanche di rifugiarsi nel kitm?n e dichiari apertamente di ambire al califfato, l’idealizzazione – sospinta dal rifiuto dei valori occidentali – conduce alla fiducia incondizionata che nella società auspicata da Hamas i palestinesi saranno più liberi e felici. La storia dell’Iran è un monito contro questa illusione.
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Da questo articolo si evince una cosa: l’arma più potente non è la bomba atomica né il vile denaro ma la capacità di fuorviare le menti e piegarle alla volontà del manipolatore. La seduzione di khomeini ricorda molto quella per mao zedong ed in entrambi casi si osserva che ad essere sedotti sono stati i pensatori e politici di stampo filo-comunista, utili idioti ignari delle conseguenze!!!
La storia spesso non insegna perché viene ignorata e le persone tendono a pensare che questa volta non accadrà quanto è già accaduto perché le situazioni sono diverse. Ma la storia insegna che l’uomo ripete spesso i suoi errori. Osama bin Laden è un altro di quei casi in cui si è cercato di manipolare qualcuno contro qualcun altro e poi le cose sono andate diversamente. Impareremo mai a non fare stupidi giochi?
Probabilmente no perché è nella natura umana imparare prevalentemente attraverso l’esperienza diretta.
Illuminante e tragico. Vorrei poterlo girare sui social e agli amici su Whatsapp. Purtroppo non so farlo. Peccato. Tutta la mia condivisione e gratitudine. Nadia Mai
Inviato da Outlook per Androidhttps://aka.ms/AAb9ysg ________________________________
Molte grazie. Per girarlo, un modo semplice è fare il copia e incolla dell’indirizzo: https://www.inoltrenews.it/2024/02/25/i-pro-hamas-e-la-seduzione-delloccidente-per-khomeini/