
Il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca nel 2024 non è stato solo un evento politico, ma un terremoto nell’ordine mondiale. È un chiaro segno della storia che si ripete, questa volta con un tono più forte, più duro e più pericoloso. I primi cento giorni del suo secondo mandato hanno immerso il mondo nel populismo dalle promesse facili e irrealizzabili. Tuttavia, questo populismo, come un castello di sabbia, è crollato al primo impatto con la realtà.
Ecco un’analisi dei risultati del governo Trump in questi primi cento giorni nei vari ambiti:
Politica Estera:
Le crisi diplomatiche sono tornate sotto l’insegna di ‘America First’. Nella realtà, però, queste hanno spinto il mondo sull’orlo del conflitto. La promessa di porre fine alle guerre nelle prime 24 ore si è rivelata un’illusione vana. La guerra in Ucraina continua nell’incertezza e nell’inazione americana. Il sostegno unilaterale a Putin, l’umiliazione inflitta a Zelensky e la mancanza di una strategia chiara verso la Russia di Putin hanno aggravato la crisi, soprattutto nei rapporti con l’Europa. Il conflitto a Gaza persiste: gli ostaggi restano nelle mani di Hamas. Netanyahu, ignorando le leggi internazionali, continua a bombardare i campi profughi e a bloccare gli aiuti umanitari. È come se volesse realizzare il sogno di Trump di trasformare Gaza in una nuova località turistica senza Palestinesi.
Nel frattempo, i negoziati con il regime iraniano sono ripresi in Oman, concentrandosi sulla crisi nucleare. Tuttavia, l’opposizione democratica iraniana chiede di includere anche la questione dei diritti umani e il sostegno alla democrazia nel Paese.
Singolare è il fatto che queste trattative su tre fronti siano condotte da Steve Witkoff, immobiliarista e amico personale di Trump. Intanto, il Dipartimento di Stato e il Segretario Mark Rubio restano ai margini.
Gli analisti del Council on Foreign Relations (CFR) avvertono che la mancanza di una politica coerente sta disilludendo persino gli alleati occidentali. Di conseguenza, questo mina la fiducia nella sicurezza collettiva.
Economia:
In appena cento giorni, i mercati globali hanno subito scosse continue. Bloomberg riporta che le decisioni tariffarie improvvise di Trump hanno reso instabili le borse mondiali. Mentre la disoccupazione americana è leggermente calata, l’inflazione globale e l’aumento dei prezzi dell’energia stanno soffocando le economie emergenti. Il Fondo Monetario Internazionale ha lanciato un allarme: le politiche economiche di Trump rischiano di innescare una seconda recessione globale negli anni 2020.
Le borse internazionali sono in tensione. L’unico frutto immediato della politica tariffaria di Trump è stato l’arricchimento dei suoi alleati economici. I piccoli risparmiatori americani hanno subito gravi perdite. Perfino i rapporti con la Silicon Valley, tradizionale alleata, si sono deteriorati a causa delle nuove tariffe.
Immigrazione:
Le politiche migratorie dure restano l’unico ambito in cui Trump gode del pieno appoggio dei suoi elettori repubblicani. Il muro al confine è stato esteso e gli arresti dei migranti sono aumentati vertiginosamente. I tribunali federali si sono nuovamente scontrati con l’amministrazione per bloccare ordini esecutivi considerati ingiusti. Nei primi tre mesi del secondo mandato, l’amministrazione Trump ha rimpatriato oltre 55.000 migranti senza garantire loro un giusto processo di asilo, stabilendo un record nella storia recente degli Stati Uniti.
Diplomazia:
La squadra diplomatica di Trump mantiene l’approccio aggressivo e intimidatorio del passato. Nei confronti di Zelensky, Trump ha usato toni minacciosi. Durante vari vertici, il suo vice e il ministro della Difesa hanno insultato apertamente i leader europei, violando ogni protocollo diplomatico. Come ha scritto il Guardian: «Il comportamento di Trump verso gli alleati occidentali è la prova del declino dell’egemonia morale americana nel mondo democratico».
Questa linea ha indebolito profondamente le relazioni con gli alleati storici. Un primo segnale si è visto nelle elezioni canadesi. Qui, il candidato conservatore, pur in vantaggio nei sondaggi, è stato sconfitto dal liberale, in reazione alla nuova ondata di trumpismo.
Reazioni Globali:
Da Pechino a Parigi, il ritorno di Trump ha suscitato inquietudine. La Cina ha annunciato la fine dell’era di cooperazione con Washington, puntando a nuove alleanze regionali. In Europa, Macron ha dichiarato: «Non possiamo più contare sull’America di Trump». Berlino parla di una rottura tra Europa e Stati Uniti che richiede contromisure.
Manifestazioni a Londra, Toronto, Berlino e Madrid contro le politiche trumpiane confermano il rigetto globale dell’estremismo della sua amministrazione.
Le dichiarazioni di Trump, ripetutamente smentite dai fact-checker, richiamano il concetto di “guerra alla verità”. Nei primi cento giorni, sono state registrate oltre 700 affermazioni false o fuorvianti (secondo FactCheck). La stampa libera è nuovamente nel mirino della Casa Bianca. Trump definisce i giornalisti critici «nemici del popolo», erodendo la fiducia pubblica nei media. Questo rafforza una cultura post-verità in cui la realtà viene sacrificata sull’altare della convenienza politica.
Altri Settori:
In campo ambientale e accademico, lo scontro si è intensificato: quasi ogni giorno i finanziamenti federali alle università vengono ridotti o revocati. Questo accade per la loro mancata adesione alle direttive trumpiane.
Leadership Fragile, Partito Diviso:
La popolarità di Trump è già scesa sotto il 50%: un record negativo per un presidente a questo stadio del mandato. Se il Partito Repubblicano, in apparenza, resta unito attorno alla sua figura, le fratture interne sono più profonde che mai. Al contrario, i Democratici non sono ancora riusciti a esprimere una leadership carismatica o un programma coeso.
In questo contesto, Trump continua a dominare la scena grazie alla sua rete di media di destra e ai social network, soffocando le voci critiche.
Un Futuro Incerto, una Speranza Fragile:
I primi cento giorni del secondo mandato di Donald Trump non hanno segnato la rinascita degli Stati Uniti. Al contrario, sono stati il primo passo verso il crollo della loro egemonia globale. Tra perdita di fiducia internazionale, turbolenze economiche e declino dell’etica politica, la democrazia americana si trova ora di fronte a un rischio esistenziale.
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