


Il disincanto non è neutralità, cinismo o rinuncia alle proprie convinzioni. È un metodo del giudizio: separare i fatti dalle speranze, le intenzioni dalle conseguenze, l’appartenenza dalla verità. In questa lezione leopardiana InOltre riconosce una parte della propria ragione d’essere.
Giacomo Leopardi non ha mai diretto un giornale, e un giornale che si mettesse sotto la sua protezione commetterebbe un peccato di superbia. Non gli chiederemo dunque un’investitura. Più modestamente, proveremo a prendere sul serio il suo metodo.
Leopardi sapeva che le convinzioni generose non diventano più fondate per la nobiltà delle loro intenzioni; l’entusiasmo resta uno stato d’animo, non un argomento; la buona fede non mette al riparo dall’errore. Talvolta lo rende più difficile da riconoscere.
È da qui che può cominciare una definizione del disincanto applicato al giudizio sulla politica e sulla società.
Il disincanto non consiste nel pensare sempre il peggio. Quella è sfiducia, e può essere dogmatica quanto l’ottimismo che pretende di correggere.
Non significa neppure collocarsi al di sopra delle parti, in una neutralità tanto elegante quanto sterile. Chi giudica sceglie, distingue, approva e condanna. Il problema non è avere convinzioni, ma impedire che siano loro a stabilire in anticipo l’approdo del nostro giudizio.
Il disincanto è quindi soprattutto una disciplina del giudizio. Chiede di separare ciò che sappiamo da ciò che speriamo, le intenzioni dagli effetti, i principi dagli interessi, le dichiarazioni dai comportamenti. Impone di ammettere che una causa giusta possa essere difesa con argomenti sbagliati, che un alleato possa commettere un errore e che un avversario possa descrivere correttamente un fatto.
Non obbliga a cambiare parte ogni volta che la realtà contraddice le nostre attese. Obbliga, più semplicemente, a non cambiare la realtà per salvare la parte.
Applicato alla politica, il disincanto impedisce di confondere un programma con i suoi risultati, il consenso con la ragione, la popolarità con il valore e la sconfitta elettorale con la confutazione di un’idea.
Significa giudicare una decisione per ciò che produce, non soltanto per le intenzioni dichiarate da chi la prende. Significa distinguere l’interesse pubblico dalla necessità di un partito, la qualità di una proposta dalla simpatia per chi la presenta, la responsabilità individuale dalla fedeltà allo schieramento.
La politica ha bisogno di appartenenze. Senza appartenenza non esistono partecipazione, organizzazione o azione collettiva. Ma quando l’appartenenza diventa il criterio della verità, il giudizio si riduce a una forma di riconoscimento: prima si identifica chi parla, poi si decide se ascoltarlo.
Il disincanto prova a invertire l’ordine.
Nell’osservazione della società, lo stesso metodo invita a distinguere un episodio da una tendenza, una paura dalla sua misura reale, un cambiamento dalla narrazione costruita intorno a esso. Non tutto ciò che colpisce è rappresentativo e non tutto ciò che rassicura è vero.
Nella geopolitica il problema diventa ancora più evidente. I valori sono necessari per giudicare, ma non bastano per spiegare. Le relazioni internazionali sono fatte anche di rapporti di forza, interessi, capacità militari, vincoli economici, geografia e memoria storica.
Comprendere questi fattori non significa giustificarli. Condannare un’aggressione non esonera dall’analizzarne le cause, gli obiettivi e le possibilità di successo. Allo stesso modo, spiegare le ragioni di un attore non significa accoglierne la propaganda.
Comprendere non è assolvere. Condannare non è ancora comprendere. Il giudizio serio ha bisogno di entrambe le operazioni.
La cultura italiana ha spesso faticato a lasciare Leopardi nella posizione scomoda che aveva scelto.
Tommaseo ricondusse il suo pensiero all’infermità e alla disgrazia personale. De Sanctis, che pure lo amava, trasformò il suo pessimismo in un impulso involontario verso il progresso e la libertà. Croce separò il poeta, da salvare, dal pensatore, considerato prigioniero del proprio «disgregamento» personale.
Nel dopoguerra Luporini, Binni e poi Timpanaro restituirono dignità filosofica al suo materialismo e alla coerenza del suo pessimismo. Anche allora, tuttavia, emerse la tentazione di trasformare il «progressivo» in un progressista, rendendo Leopardi compatibile con una nuova appartenenza.
Sono letture diverse, alcune decisive per comprenderlo. Ma mostrano una difficoltà ricorrente: accettare un pensiero senza convertirlo in una conferma delle nostre convinzioni.
Leopardi viene così respinto o arruolato, compatito o riabilitato. Più raramente viene lasciato libero di contraddire chi lo legge.
Il disincanto leopardiano non conduce però all’indifferenza. La Ginestra non si conclude nella contemplazione della rovina, ma con gli uomini «tutti fra sé confederati»: la social catena, una solidarietà fondata non su una promessa consolatoria, ma sulla consapevolezza di una condizione comune.
È un passaggio essenziale. Senza questa seconda parte, il disincanto rischia di diventare una posa: il piacere aristocratico di non farsi illusioni, la soddisfazione di chi ritiene di essere più lucido perché non crede più in nulla.
Ma la lucidità che non produce responsabilità è soltanto una forma più raffinata di vanità. In Leopardi, la caduta delle illusioni non cancella il legame tra gli uomini. Lo rende più esigente, perché non può più affidarsi ai miti che lo giustificavano.
InOltre non nasce senza convinzioni e non ha ragione di nasconderle. Una testata senza orientamento rischierebbe di essere soltanto un contenitore. Ma un orientamento non è una risposta preventiva a ogni domanda, né una lente che rende invisibili i fatti che non ci piacciono.
Il metodo che vorremmo seguire è questo: dichiarare le premesse senza trasformarle in dogmi; distinguere i fatti dalle interpretazioni; riconoscere il margine di incertezza; correggere un giudizio quando la realtà lo smentisce; non chiedere agli autori di confermare una linea, ma di argomentare ciò che sostengono.
Il disincanto non prescrive quali conclusioni raggiungere. Stabilisce le condizioni nelle quali una conclusione può essere presa sul serio.
Non chiediamo dunque a Leopardi di stare dalla nostra parte. Sarebbe un altro arruolamento. Gli chiediamo di ricordarci che una convinzione diventa più solida, non più debole, quando accetta di essere sottoposta al giudizio.
Questo è il nostro punto nave: scegliere senza smettere di osservare, giudicare senza trasformare il giudizio in appartenenza, difendere una causa senza chiederle di trasformarsi in un’illusione.
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Buongiorno Filippo. Farò a Stefano i complimenti per essere padre di cotanto figlio. Quanto al disincanto, presuppone un\’etica difficile da raggiungere. Nadia.
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