

“Zero gratitudine”. L’apertura dei negoziati di Ginevra è stata segnata da un messaggio di Donald Trump su Truth Social: “l’Ucraina ha mostrato zero gratitudine”. Una frase mirata che fa già capire l’insofferenza del presidente americano di fronte ai distinguo o alle perplessità malcelate nei confronti della sua proposta.

Il tavolo di Ginevra è infatti il primo confronto trilaterale formale tra Stati Uniti, Unione Europea e Ucraina sulle condizioni di un possibile accordo di pace: da un lato il piano americano in 28 punti, elaborato a Washington e proposto come base negoziale; dall’altro le controproposte europee per correggere gli elementi più controversi della proposta USA. L’obiettivo dichiarato è individuare un quadro politico e di sicurezza per porre fine alla guerra, ma le due visioni emerse sono distanti su quasi tutti i punti principali.
L’uso del tema dell’“ingratitudine”, nelle intenzioni di Trump, svolge un ruolo preciso. Serve a presentare l’Ucraina come un partner difficile, a giustificare concessioni territoriali e militari e a ridurre il margine di manovra delle delegazioni europee, accusate implicitamente di sostenere un governo che – secondo Washington – “non collabora abbastanza”.
Questo schema comunicativo spiega perché le dichiarazioni di Marco Rubio, al termine dell’incontro, siano apparse positive: il Segretario di Stato – a parere di chi scrive – ha parlato di “meeting produttivo” non in riferimento alla convergenza dei contenuti, ma al fatto che il negoziato si è finalmente strutturato su posizioni chiare, anche se molto distanti.
Il piano americano prevede che l’Ucraina rinunci stabilmente all’ingresso nella NATO, accetti limiti numerici alle sue forze armate e si adegui a un congelamento della linea del fronte che riconosce come “de facto” le conquiste russe in Crimea, Donetsk e Luhansk. Sul piano politico, l’Ucraina dovrebbe accettare una neutralizzazione duratura, mentre sul piano economico la ricostruzione sarebbe affidata a un meccanismo finanziario a forte componente statunitense, con un ruolo ridotto per l’Unione Europea.
La risposta europea si muove in direzione opposta. Prevede un cessate il fuoco totale e incondizionato, monitorato da un meccanismo internazionale guidato dagli Stati Uniti ma con una forte dimensione tecnologica remota ovvero il monitoraggio del cessate il fuoco avverrebbe soprattutto a distanza, senza una missione internazionale massiccia fisicamente dispiegata sul terreno (satelliti, droni, analisi digitale, ricognizioni mirate).
Ma la differenza principale riguarda la sovranità ucraina: la proposta europea stabilisce che non ci saranno limitazioni alle forze armate ucraine né all’industria della difesa, e che la cooperazione militare con Paesi terzi resterà libera. Si afferma inoltre che l’adesione dell’Ucraina alla NATO dipenderà dal consenso interno all’Alleanza, non da un veto esterno, e che l’Ucraina entrerà nell’Unione Europea.
Sul tema territoriale, l’Europa propone un approccio graduale: le questioni vengono discusse solo dopo il cessate il fuoco, e partendo dall’attuale linea del fronte, non dal riconoscimento preliminare delle conquiste russe. Sono inoltre previsti il ritorno del controllo ucraino sulla centrale di Zaporizhzhia e sulla diga di Kakhovka, oltre alla garanzia di libera navigazione sul Dnipro e controllo dell’istmo di Kinburn.
Anche sul piano economico la distanza è evidente. L’Europa punta a una ricostruzione piena e a risarcimenti garantiti dagli asset russi, che restano congelati finché Mosca non compenserà i danni causati. Il piano americano, invece, prevede l’utilizzo immediato dei beni russi attraverso veicoli finanziari misti USA–Russia e un contributo europeo significativo.
Il nodo politico è chiaro: europei e americani rispondono a visioni di sicurezza profondamente diverse. L’impianto europeo punta a preservare la sovranità ucraina e l’integrità dei principi di ordine internazionale su cui si fonda la sicurezza continentale. Quello americano cerca una chiusura rapida del conflitto attraverso concessioni strutturali a Mosca e il consolidamento di una regia statunitense del processo.
Sul fondo resta un dato politico che attraversa tutto il negoziato. Donald Trump non ha mai attribuito all’Europa il ruolo di alleato strategico privilegiato che aveva caratterizzato la politica estera americana nel dopoguerra. La sua visione riduce l’Europa a un attore secondario, chiamato a sostenere economicamente i costi delle crisi regionali senza partecipare alla definizione delle soluzioni.
Il piano per l’Ucraina, così come presentato, riflette questa impostazione: l’Europa è destinatario di obblighi economici, non di diritti politici; è un componente operativo, non un soggetto della strategia.
In questo contesto, la frase su Truth Social assume il suo significato più ampio. Non è un commento isolato, ma un’indicazione del quadro concettuale in cui Washington pensa di negoziare la pace: una cornice che non coincide con quella europea e che, anzi, ne ridimensiona il ruolo. Le prossime fasi dei negoziati chiariranno se tale divario può essere colmato.
Ma l’impressione, al momento, è che la frattura sia strutturale, non contingente. Il paradosso finale è che non è neanche detto che il piano Trump vada bene a Putin.
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Il piano di Trump è chiaro: non vogliono impegnarsi più di tanto e vogliono far terminare il conflitto non continuando a sostenere l’Ucraina costringendo quest’ultima ad accettare le condizioni dettate dai risultati sul campo finora. Una decisione miope e eventualmente autolesionista perché darebbe più forza agli altri attori internazionali ostili e non allineati al mondo americano e occidentale. Quindi con la conseguenza che futuri eventi avversi da contrastare e magari affrontare potrebbero costare molto di più rispetto all’impegno attuale in Ucraina.
La proposta europea però mi pare l’ennesimo tentativo di ottenere il massimo possibile facendo però ben poco per dare all’Ucraina i mezzi militari e uomini necessari per avere una possibilità di respingere gli invasori russi. Improbabile che la Russia accetti un cessate il fuoco e l’ingresso nella Nato dell’Ucraina, quando i risultati sul campo di battaglia al momento vanno a suo favore.
L’Europa rimane sempre quell’attore internazionale incompiuto e dalla visione idealista ma non realista, composto da Stati non sempre allineati tra di loro nemmeno nelle proposte di carattere interno. Figuriamoci in quelle che riguardano fatti esterni e dove non sono pienamente coinvolti.
Forza caro Zelensky, neanche Churchill ebbe vita facile con gli USA, poi venne Pearl Harbor