


Tra il politicamente corretto trasformato in grammatica obbligatoria e la rivalsa identitaria che ne sfrutta il fastidio, liberali e moderati rischiano di restare senza voce. Il moralismo culturale non argina Vannacci: gli prepara il pubblico, gli offre il bersaglio e trasforma la reazione in consenso. Non sarebbe la prima volta.
Nel suo bel articolo pubblicato oggi su InOltre, Ilaria Borletti ha tratteggiato la pretesa di amministrare la cultura occidentale e la sua storia come un archivio da emendare, una sequenza di colpe da segnalare, una materia da rendere moralmente compatibile con i valori, le ossessioni e la sensibilità ideologica di una parte.
Quando anche il mondo culturale si accoda con la pretesa di riscrivere la storia, correggere i classici, processare il passato con le categorie morali di una battagliera e chiassosa minoranza, la reazione non produce necessariamente pensiero critico. Più spesso produce scorciatoie.
Produce leader che non devono argomentare molto, perché intercettano il fastidio già pronto della maggioranza: meno chiassosa, meno visibile sui media, più conservatrice. Una maggioranza che magari tace, subisce, scrolla le spalle, cambia canale. Poi, però, vota anch’essa.
Così, da Haydn a Vannacci, per dirla con Borletti, la strada può diventare brevissima. Non perché il generale sia la risposta alla crisi della cultura occidentale, ma perché quella crisi gli offre continuamente materiale politico gratuito.
Ogni eccesso pedagogico, ogni correzione retroattiva, ogni pretesa di purificare il passato diventa un assist perfetto per chi costruisce consenso sulla promessa opposta: basta complessi, basta colpe, basta lezioni.
La politica della rivalsa funziona così. Non ha bisogno di elaborare una teoria complessa della società. Le basta presentarsi come reazione a un mondo percepito come soffocante, presuntuoso, normativo. Un mondo nel quale tutto sembra dover essere spiegato, corretto, contestualizzato solo per essere condannato.
A quel punto il discorso pubblico si divide in due caricature: da una parte chi vuole rieducare, dall’altra chi promette di liberare dal fastidio della rieducazione.
In mezzo sparisce quasi tutto: la cultura come conoscenza, la storia come complessità, la tradizione come eredità ambivalente, il giudizio come esercizio critico e non come sentenza morale.
È in questo spazio che figure come Vannacci trovano forza. Non perché offrano risposte particolarmente raffinate. Al contrario: proprio perché non le offrono. La loro efficacia sta nella semplificazione. Dove una parte delle élite culturali sembra dire “dovete vergognarvi”, la politica della reazione risponde “non dovete più vergognarvi di nulla”. E tra una colpa permanente e un’assoluzione totale, molti scelgono la seconda. Non sempre per convinzione ideologica. Più spesso per fastidio e per stanchezza.
Solo così si può spiegare perché, negli Stati Uniti, tanti elettori non MAGA, non militanti, spesso appartenenti a un elettorato di opinione, abbiano comunque votato Trump: non per adesione integrale al suo linguaggio o ai suoi eccessi da re folle, ma perché lo hanno percepito come l’unico argine disponibile a un clima culturale diventato, ai loro occhi, soffocante, prescrittivo, aggressivamente conforme.
Per questo i nuovi sondaggi di ieri su Vannacci non sono soltanto una questione interna alla Lega. Il fatto che Futuro Nazionale possa avvicinarsi al partito di Salvini segnala qualcosa di più ampio: esiste un elettorato disponibile a riconoscersi in una destra ancora più diretta, meno mediata, più esplicitamente identitaria. Un elettorato che non chiede soltanto rappresentanza politica, ma rivincita simbolica.
Vannacci non deve necessariamente superare la Lega per cambiare gli equilibri. Gli basta avvicinarsi. Gli basta diventare il punto di raccolta di un fastidio che altri non riescono più a governare. Gli basta apparire come l’uomo che dice senza esitazioni ciò che una parte dell’opinione pubblica ritiene proibito dire. È una formula elementare, ma in politica le formule elementari sono spesso le più efficaci.
Qui si apre il problema per la destra di governo. Giorgia Meloni resta il centro del sistema. Fratelli d’Italia mantiene una posizione dominante. Forza Italia presidia lo spazio moderato e istituzionale. Ma la Lega, già compressa tra identità e responsabilità di governo, rischia di essere insidiata proprio sul terreno che aveva occupato per anni: sicurezza, confini, insofferenza verso le élite, rifiuto del politicamente corretto.
Salvini aveva portato Vannacci dentro la Lega per rafforzare quel profilo. Oggi se lo ritrova davanti come concorrente. Da simbolo interno, Vannacci poteva servire ad allargare il messaggio leghista. Da soggetto autonomo, diventa invece il misuratore della sua fragilità. E quando un partito che ha costruito la propria forza sulla radicalità viene percepito come meno radicale del suo ex alleato, il problema è evidente.
Anche il cantiere della legge elettorale va letto dentro questo quadro. Il centrodestra discute di proporzionale, premio di governabilità e indicazione del capo politico nel momento in cui il proprio campo appare numericamente forte ma politicamente meno compatto. La riforma dovrebbe servire a stabilizzare. Ma ogni tentativo di stabilizzazione diventa più complicato se, accanto alla coalizione, cresce una forza capace di sottrarre voti, condizionare alleanze e spostare il baricentro del discorso pubblico.
La legge elettorale può trasformare i voti in seggi. Non può però risolvere il problema che quei voti segnalano. Perché il nodo non è soltanto la governabilità del Parlamento. È la governabilità culturale e politica di un campo politico che cambia forma sotto la pressione della reazione identitaria.
Il paradosso è che una parte del mondo progressista continua a non vedere la propria responsabilità in questo processo. Ogni volta che scambia la cultura per un tribunale, ogni volta che trasforma i classici in imputati, ogni volta che tratta il passato come un materiale da bonificare, non indebolisce la destra radicale. Le consegna una parte del suo vocabolario. Le permette di presentarsi non come estremismo, ma come difesa del buon senso.
È una trappola perfetta. Più il moralismo culturale alza il tono, più la reazione può abbassare il livello. Più il primo diventa astratto, più la seconda diventa popolare. Più il primo pretende di educare, più la seconda promette di vendicare.
Il risultato è che il moralismo culturale non solo non argina Vannacci, ma gli fa campagna elettorale. Gli offre il bersaglio, gli prepara il pubblico, gli semplifica il messaggio. Poi la politica trasforma quel fastidio in voti.
Il problema, però, non è della destra, che da questa dinamica può solo guadagnare. È dei liberali e dei moderati, stretti tra chi vuole trasformare il politicamente corretto in grammatica obbligatoria dello spazio pubblico e chi usa il fastidio prodotto da quella pressione come clava identitaria.
Tra l’onnipervasività aggressiva di un moralismo che pretende di sorvegliare parole, opere e comportamenti, e la rivalsa di chi riduce tutto a slogan, rischia di accadere quello che in realtà sta già accadendo: la scomparsa di una cultura libera, critica e non fanatica.
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La disamina mi trova pienamente d’accordo. Ma mi permetto di aggiungere una visione aggiuntiva. Il pianeta è dominato dai cervelli con logica mentale conservatrice ed è stato costruito a loro immagine e somiglianza. Ovviamente come tutte le cose, anche i conservatori si distribuiscono su una scala con vari gradi di conservatorismo e su diverse ideologie. Ideologie che sono un asse portante del loro modo di pensare. Quando si creano situazioni stressanti, ansiogene e che producono insicurezza, paura, instabilità ecco che tutti si spostano su posizioni più radicali, populiste o estremiste. È sempre accaduto, storia docet, e continuerà ad accadere. Ovviamente nessuno a mai risolto i problemi della popolazione, ma la massa continua a reagire in questo modo più irrazionale ed emotivo, pagandone sempre le conseguenze. Sembra che anche in questo periodo storico stia accadendo questo.