

Dopo il 7 ottobre l’antisemitismo si riorganizza: abbandona i vecchi cliché espliciti e si trasferisce sullo Stato di Israele. La distinzione tra critica e delegittimazione diventa decisiva. Quando si accettano doppi standard e si normalizza l’odio, non è solo un problema ebraico: è un segnale di erosione della democrazia.
Dopo il 7 ottobre 2023, rispetto ai classici topoi antiebraici – una particolare forma di razzismo riservata al popolo eletto da Dio che diventa una razza inferiore corruttrice della civiltà, la malvagità, la cospirazione volta al dominio del mondo – ha preso il sopravvento l’antisemitismo legato a Israele. I miti su cui si fonda la storica avversione e la lotta contro gli ebrei sono stati, in larga parte, trasferiti sul sionismo e sullo Stato di Israele.
Su questo preciso aspetto si registra una lunga scia di polemiche incentrate sulla presunta impossibilità di muovere critiche a Israele senza essere tacciati di antisemitismo.
Le cose non stanno così. Nessuno ha mai messo in discussione la legittimità delle critiche a Israele. La stessa IHRA (International Holocaust Remembrance Alliance), nel precisare il significato della definizione di antisemitismo adottata nel 2016, dichiara inequivocabilmente che: “Le critiche verso Israele simili a quelle rivolte a qualsiasi altro paese non possono essere considerate antisemite”.
La questione è sollevata pretestuosamente da chi non considera Israele un “qualsiasi altro paese”, pretendendo di trattarlo con parametri e standard del tutto speciali, spesso volti a delegittimarne l’esistenza considerandolo, magari, come uno storico “progetto di colonialismo genocidiario”.
Sul punto si è recentemente espresso, sulle pagine di questo giornale, Alfonso Lanzieri, con parole che non lasciano spazio a dubbi o fraintendimenti: “Esiste, giova ripeterlo, una critica legittima a Israele, come a qualsiasi altro Stato o governo. La differenza risiede nei criteri. Una critica politica si concentra su decisioni, strategie, responsabilità concrete; non ricorre a categorie etniche o religiose, non attribuisce colpe collettive, non applica doppi standard che non accetterebbe in altri contesti, non scivola nella demonizzazione ontologica.
Quando invece il giudizio assume tratti assoluti — quando cioè Israele diventa il male per definizione, la causa ultima di ogni instabilità, l’unico soggetto la cui legittimità viene messa in discussione in quanto tale — il discorso cambia natura. Non siamo più nel terreno della geopolitica, ma in quello dell’immaginario simbolico. E lì riemergono figure antiche: l’ebreo come potere occulto, come manipolatore, come nemico insieme interno ed esterno”.
Nella corsa alla demonizzazione di Israele, ho già detto – nella prima parte – come spesso siano presi di mira dei simboli della Shoah, come la senatrice Liliana Segre. La rilevanza dell’odioso fenomeno ha indotto il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in occasione del Giorno della Memoria, a esprimere la sua vicinanza alla senatrice a vita con toni caldi e al tempo stesso severi: “Cara Senatrice, in questa occasione solenne desidero esprimerle, a nome della Repubblica, la solidarietà, la stima e l’affetto a fronte di attacchi colmi, a un tempo, di volgarità e di imbecillità. Volgarità e imbecillità: come lo sono da sempre le manifestazioni di razzismo e di antisemitismo, del resto configurati dalla legge come reati”.
Anche a seguito di tali attacchi si va diffondendo e radicando nel paese un clima d’odio nei confronti degli ebrei che innesca la pericolosità sociale del fenomeno e la necessità di un’adeguata azione di contrasto da parte delle autorità per contenere il dilagare di sentimenti razzisti che ledono la dignità delle persone.
C’è un dato particolarmente allarmante: da un recente sondaggio, condotto da Renato Mannheimer, emerge che il 14 per cento degli italiani è favorevole all’espulsione di tutti gli ebrei dall’Italia. A pensarla così sarebbero milioni e milioni di italiani!
Il peggio è che l’ostilità verso gli ebrei si va “normalizzando”. Se l’odio è sempre meno contrastato, aumenta la probabilità che venga accettato come un elemento fisiologico delle dinamiche sociali. Come si legge nel rapporto sull’antisemitismo della Fondazione CDEC (Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea): “Continuano a rafforzarsi l’indifferenza e l’accettazione sociale dell’antisemitismo che, in certi importanti settori quali scuola, università, politica, sindacati, mondo della cultura e dello spettacolo raggiungono livelli allarmanti. Istituzioni laiche e religiose, mezzi di comunicazione, esponenti politici, mondo della cultura e dello spettacolo, social web, ecc., attaccano gli ebrei oppure danno spazio a miti di accusa e narrative giudeofobiche”.
Tutto ciò impatta pesantemente sulla vita degli ebrei. Oltre al senso di insicurezza diffusa, gli ebrei devono fare i conti con una sempre più marcata riduzione degli “spazi sociali” nei quali esprimere liberamente la propria identità. Oggi, mostrare i simboli dell’ebraismo può costituire un vero azzardo per chi si rende riconoscibile. Ciò vale per i contesti universitari, le manifestazioni sportive, i mezzi pubblici, i ristoranti o, più semplicemente, per la pubblica via.
L’antisemitismo dilagante sta plasmando un sentire diffuso che comprime brutalmente i diritti individuali sulla base dell’identità di un gruppo. E’ evidente che la posta in gioco è la tutela dei diritti di libertà e di uguaglianza che la Costituzione riconosce a tutti gli individui, senza alcuna distinzione.
Già, proprio l’uguaglianza. Perché gli ebrei non sono uguali quando si riuniscono nelle loro Comunità oggetto di attacchi e atti vandalici. Gli ebrei non sono uguali quando professano la loro religione nelle sinagoghe protette dalle forze dell’ordine, o quando accompagnano i loro bambini nelle scuole ebraiche sorvegliate a vista. Gli ebrei non sono uguali nemmeno quando gli viene impedito di parlare e vengono cacciati dalle università e dai ristoranti, o quando sono aggrediti fisicamente negli autogrill o per strada.
Evidentemente, sotto il velo dell’indifferenza di chi volge lo sguardo altrove, si va instaurando una prassi comune che ha sospeso l’applicazione dell’art. 3 della Costituzione agli ebrei.
Quello dell’uguaglianza è sempre il tema giusto, perché le radici ideologiche che hanno portato ai campi di sterminio affondano proprio sul terreno della negazione dell’uguaglianza, dal quale hanno tratto il loro mefitico humus.
Le gerarchie degli esseri umani, su base religiosa, politica, sociale, etnica o biologica, sono ancora oggi la premessa degli autoritarismi e dei totalitarismi. Laddove i diritti inviolabili sono messi in discussione, in nome delle diverse, presunte superiorità dell’uomo sull’uomo, quello è il momento che vengono calpestati.
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Zeev Sternhell, nel corso della sua lunga e prolifica riflessione su quei filoni di pensiero che si sono contrapposti alla tradizione occidentale dell’Illuminismo – a partire dalla guerra contro Kant, giunse alla conclusione che l’origine del fascismo andasse ricercata in Francia e non in Italia.
Nella Francia di fine Ottocento, l’antisemitismo era – assieme al nazionalismo radicale e organicista, e ai tratti carismatici del leader – un caratteristico elemento del boulangismo. Allora, si trattava dell’ossatura ideologica ideale per muovere guerra alla destra radicale, espressione dell’ordine liberale e borghese, e alla sinistra radicale non-marxista. Si faceva largo l’idea che la destra non deve essere necessariamente conservatrice, ma può essere rivoluzionaria.
La fine dell’Ottocento segna anche il momento in cui George Sorel e i sindacalisti rivoluzionari maturano l’idea che il sistema economico originato dal liberalismo poteva essere disgiunto dai suoi principi morali e filosofici.
D’altronde, è proprio su questa scia che si sviluppa il pensiero del giovane sindacalista Mussolini. Egli non si oppone al capitalismo, che invece accetta assieme all’idea di profitto come fattore di sviluppo. Al tempo stesso, sarà l’insegnamento soreliano a indurlo a rifiutare i Lumi con tutti gli “ammennicoli” della democrazia. Se si aggiunge l’idea che la nazione è un organismo vivente, ecco che il fascismo è bello e servito.
Mussolini teorizza e cerca di mettere in piedi una rivoluzione nazionale, di stampo morale e culturale, che non sarà mai una rivoluzione sociale. A differenza di quella bolscevica, non toccherà né l’economia né l’organizzazione sociale.
Conquistato il potere con il sostegno delle èlite sociali, Mussolini instaura gradualmente una dittatura fascista che, all’inizio del Novecento, si porrà a capo del violento attacco all’Illuminismo e alla sua tradizione razionalista e universalista. Una guerra al diritto naturale e ai diritti umani, alla quale si assocerà l’attacco all’umanità del nazismo.
Ma dicevo dell’antisemitismo in Francia, già molto forte a fine Ottocento. La sottolineatura temporale è importante perché è proprio da quel momento che l’antisemitismo comincia a essere utilizzato come una clava politica contro l’Illuminismo.
Non è un caso che le leggi razziali francesi del 1940 furono più dure di quelle italiane e persino delle leggi naziste di Norimberga. Per capire il perché di questa differenza è centrale la considerazione della sorte degli ebrei.
La rivoluzione francese aveva restituito la dignità e la libertà agli ebrei e agli schiavi neri in virtù di principi che si fondavano sui diritti umani e sulla concezione personalista della società. E ciò bastava a spazzare via pregiudizi storici, etnici o religiosi. Si affermava un principio di natura politica e giuridica, fondato sul valore dell’uguaglianza.
Sternhell sottolinea che per il regime di Vichy, in lotta contro i valori della rivoluzione francese e dei Lumi, fu di cruciale importanza colpire severamente il processo di emancipazione degli ebrei per dare un chiaro segnale dei cambiamenti radicali che sarebbero intervenuti. Insomma, prendere di mira gli ebrei, che l’Encyclopédie di Diderot e D’Alembert aveva riscattato da secoli di emarginazione, fu il monito migliore contro ogni illusione collettiva.
L’antisemitismo, lo sappiamo, ha origini millenarie che prescindono da una precisa connotazione politica. E’ un male endemico che difficilmente potrà essere debellato. Si tratta di contrastarlo e arginarlo nel modo più efficace possibile, sia perché è un fenomeno odioso in sé – che continua a nutrirsi dei topoi dell’odio verso gli ebrei per colpire la loro dignità e relegare ai margini una minoranza, sia perché può essere un sintomo di un male sociale strutturale, che involge il “perché” e il “come” una comunità decide di stare assieme sotto l’ombrello di uno Stato.
E se il bubbone antisemita si espande in modo incontrollato può compromettere le sorti di una democrazia corrodendone i suoi valori fondanti: libertà, uguaglianza e tolleranza. Soprattutto se la democrazia è stanca, libertina, e in balia di insane pulsioni che la distolgono da ogni tentativo di razionalismo critico.
Da questo punto di vista, confesso che trovo riprovevole la discreta levata di scudi contro il DDL sull’antisemitismo approvato dal Senato il 4 marzo scorso, peraltro con la spaccatura del voto dei senatori del partito democratico, dopo che la segretaria Schlein aveva deciso per l’astensione.
Si tratta di una semplice legge – pure tardiva, nata dalla proposta iniziale del senatore del partito democratico Graziano Del Rio – che non fa altro che assumere la definizione operativa di antisemitismo dell’IHRA, istituire un Coordinatore nazionale per l’adozione di misure di contrasto, e che non introduce sanzioni penali o particolari divieti. Sulla falsariga di ciò che avviene in molti paesi europei.
Però tutto ciò non mi stupisce. Proprio per quanto fin qui argomentato, ci si può, infatti, non meravigliare del disinteresse e della sufficienza che promana da certi atteggiamenti ondivaghi, e dei pretesti, quando non sottili sofismi, biascicati da chi non riesce a celare tutta la sua animosità.
Certo che il segnale è brutto; molto brutto!

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