

Ci vuole sempre qualcuno da odiare per giustificare la propria miseria umana, postavo ieri su X. Pensavo anzitutto agli slogan che sarebbero stati urlati durante i cortei contro Israele organizzati dai sindacati di base. Non sono stato un buon profeta. Gli slogan erano infatti prevedibili.
Non mi aspettavo, invece, una partecipazione così massiccia da oscurare persino le manifestazioni promosse dalla Cgil venerdì scorso. La verità è che lo sciopero generale indetto dai Cobas forse non ha svuotato i luoghi di lavoro, ma di sicuro ha riempito le piazze. Ed è riuscito a unificare con le sue funeree parole d’ordine tutte le varie anime dell’estremismo politico, da Potere al popolo al partito di Fratoianni, e del sovversivismo sociale domestico.
Abbiamo visto con i nostri occhi e sentito con le nostre orecchie le invettive lanciate non tanto contro il governo Netanyahu, ma contro lo Stato ebraico “terrorista”. In qualche caso, sono state bruciate le sue bandiere. E, fin qui, niente di nuovo sotto il sole.
Ma in un corteo milanese ha sfilato addirittura una bara di infausta memoria, come quella depositata davanti alla sinagoga di Roma nel 1982. La storia si ripete, dunque. E non come farsa, ma ancora una volta come tragedia. Il termine non è esagerato. Perché è una tragedia per la sinistra democratica italiana che il principale argine alla marea antisemita sia rappresentato dalla destra di Giorgia Meloni.
Perché è una tragedia per la sinistra democratica europea che sia una leader di destra a ragionare con la testa e non con l’intestino, a non subire passivamente le pressioni della propria opinione pubblica, rifiutando di riconoscere lo Stato palestinese. Atto, come avrebbe detto Joseph Fouchè, ministro della polizia di Napoleone, che “è peggio di un crimine: è un errore politico”.
È cioè un premio da luna park concesso ad Hamas, che adesso si può permettere di scrivere a Trump una lettera in cui propone la liberazione di metà degli ostaggi (avete capito bene: metà degli ostaggi) in cambio di una tregua di due mesi. Insomma: quando ci sono classi dirigenti imbelli e poco lungimiranti, il terrorismo paga.
Non sarei intellettualmente onesto, però, se non concludessi queste brevi riflessioni con una nota critica. L’occupazione di Gaza City sta creando una enclave di centinaia di migliaia di disperati a sud della Striscia. Sarà molto difficile farla coesistere con l’Eldorado per clienti facoltosi immaginato da Bezalel Smotrich.
Per altro verso, il bombardamento di Doha ha compromesso il rapporto con quei paesi arabi senza il cui coinvolgimento ogni ipotesi di pacificazione dell’area diventa una chimera. Beninteso, nessuno può mettere in dubbio che il regime di Hamas va sradicato con ogni mezzo. Ma credo che sia interesse di tutti coloro che difendono l’unica democrazia del Medio Oriente (in primis, ovviamente, del popolo israeliano), scongiurare il rischio che una vittoria militare sul campo di battaglia si tramuti in una sconfitta sul piano politico.
Come ha osservato Daniela Santus in un articolo sul Foglio (18 settembre), la grandezza di uno statista si misura dal coraggio di adottare decisioni impopolari quando lo richiede l’interesse nazionale. Menachem Begin firmò Camp David sapendo di dover restituire il Sinai.
Yitzhak Rabin strinse la mano a Yasser Arafat dopo decenni di attentati sanguinosi dell’Olp. Ariel Sharon si ritirò unilateralmente da Gaza sfidando la sua stessa base elettorale. Nessuna di queste decisioni fu adottata a cuor leggero e senza forti dissensi interni. Ma in tutte prevalse, alla fine, quell’etica della responsabilità che è l’etica politica per eccellenza.
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Gentile Barbara, le confesso che dopo il suo incipit (“L’assassinio di Rabin è stato l’inevitabile conseguenza dei suoi deliri”) non ho più avuto lo stomaco di proseguire. Ho solo notato, scorrendo il testo senza leggerlo, l’abuso dell’aggettivo “delirante”. Tutti hanno delirato e tutti delirano. Ma non è che anche lei, forse, non fa eccezione? Distinti saluti.
La restituzione del Sinai non ha comportato alcun pericolo per la sicurezza di Israele. La stretta di mano ad Arafat ha dato il via a un terrorismo di proporzioni mai viste prima. Il ritiro unilaterale da Gaza ha fatto decuplicare gli attacchi terroristici ed è stata l’indispensabile premessa per il 7 ottobre. Davvero qualcuno ha il coraggio di chiamarle scelte coraggiose?!
Vero. Ha dimenticato di dire, però, che provocarono anche l’assassinio di Rabin (lei sa per mano di chi)
L’assassinio di Rabin è stato l’inevitabile conseguenza dei suoi deliri. Con il delirante mantra “combattere il terrorismo come se non ci fosse il processo di pace, portare avanti il processo di pace come se non ci fosse il terrorismo” ha fatto ingrassare il terrorismo a dismisura, nutrendolo col fantomatico processo di pace che non c’è in realtà mai stato (ricorderà che alla vigilia di ogni incontro partiva la raffica di attentati, uno più sanguinoso dell’altro, attentati che lui continuava a spiegare come “il necessario sacrificio per la pace”. E se non è delirio questo…) mentre con l’altrettanto delirante “terra in cambio di pace”, fino a quando non è stato fermato ha ottusamente, stolidamente, testardamente continuato a dare terra, terra e ancora terra ricevendone in cambio guerra, terrorismo, morte e distruzione. Naturalmente SI DOVEVA trovare un altro modo per fermarlo, ma ho grossi dubbi sul fatto che se non fosse stato fermato Israele esisterebbe ancora. Se posso, per l’ennesima volta, autocitarmi, ho documentato un po’ di cose qui
https://ilblogdibarbara.wordpress.com/2014/07/21/i-padri-nobili/
Un’altra cosa che non ho riportato in quel post è il fatto che ad un certo punto è emerso che lui sapeva perfettamente che un consistente numero di terroristi entravano continuamente in Israele da Giudea e Samaria spacciandosi per lavoratori frontalieri per poi imboscarsi e restare in Israele, ma ha vietato di rendere nota la cosa per non rischiare che gli rompessero il suo bel giocattolino del “processo di pace”. Si continua a raccontare che è stato ucciso perché stava costruendo la pace da un fanatico che la pace non la voleva, ma la realtà è che è stato ucciso perché stava demolendo lo stato di Israele.
L’etica della responsabilità, da ambedue le parti e soprattutto verso chi ha scatenato l’ennesimo conflitto. Non sempre e solo si deve premere per quella solita parte, perché fa più comodo e si può dialogare meglio essendo una democrazia.
Leggibile, concreto, di parte (quella giusta), come si deve essere.