

Trecento giornalisti del Washington Post licenziati, redazioni estere smantellate, sezioni chiuse. Ma dietro i numeri della crisi c’è una storia che inizia nel 2019 con un contratto perso e finisce con la paura del potere.
Due giornalisti sportivi del Washington Post, Rick Maese e Les Carpenter, si trovano a Milano, nella sala stampa delle Olimpiadi Invernali Milano-Cortina 2026. Stanno lavorando quando arriva la notizia: licenziati. Insieme a loro, altri 300 colleghi. Tra questi Daniel Gilbert, premio Pulitzer 2010 per il Public Service, l’intera redazione Medio Oriente che era finalista al Pulitzer 2025 per la copertura su Gaza, i corrispondenti da Kiev, Berlino, Il Cairo. Chiudono le sezioni sport e libri, viene cancellato il podcast quotidiano Post Reports, la redazione locale di Washington viene decimata.
Jeff Bezos, il proprietario, parla di ristrutturazione necessaria. Ma la storia racconta altro.
I nomi dei giornalisti dietro i numeri
I licenziamenti hanno colpito alcuni dei giornalisti più esposti del giornale. Lizzie Johnson stava coprendo i fatti della guerra in Ucraina quando ha ricevuto la comunicazione. “Sono stata licenziata dal Washington Post nel mezzo di una zona di guerra. Non ho parole. Sono devastata“, ha scritto su X. Claire Parker, capo dell’ufficio del Cairo, è stata lasciata a casa insieme a tutta la squadra di corrispondenti e redattori del Medio Oriente. “Difficile capire la logica“, ha commentato. Siobhán O’Grady, capo dell’ufficio di Kiev, ha definito quel lavoro “l’onore della mia vita“. Emmanuel Felton, reporter su diritti civili e discriminazioni, è stato più diretto: “Non è stata una decisione finanziaria, è stata una decisione ideologica“.
Almeno tredici giornalisti della redazione ambiente sono stati licenziati. Via anche la reporter che seguiva Amazon, l’azienda di Bezos. Via l’editor dell’Asia-Pacifico, il capo ufficio di Nuova Delhi, la corrispondente da Turchia e Iran.
WP di Bezos, i numeri di una crisi
I problemi economici del Post sono reali e documentati. Il giornale ha perso 77 milioni di dollari nel 2023 e circa 100 milioni nel 2024. Gli abbonati digitali sono scesi a circa 2,5 milioni, ben lontani dai 3 milioni raggiunti durante il primo mandato Trump e ancora più distanti dai 12,2 milioni del New York Times. Negli ultimi tre anni il personale si era già ridotto di 400 unità prima di questi tagli.
Ma il confronto con il principale concorrente racconta una storia diversa. Mentre il Post affondava, il Times cresceva del 10% nei ricavi, investiva in prodotti digitali, giochi, raccomandazioni di prodotto. Due strategie opposte, due risultati opposti. E una domanda inevitabile: perché il Post non ha saputo fare altrettanto?
La guerra Bezos-Trump, primo atto
Per capire cosa sta succedendo però bisogna tornare indietro. Nel 2019 Amazon perse un contratto da 10 miliardi di dollari col Pentagono, il progetto JEDI (Joint Enterprise Defense Infrastructure), un’infrastruttura cloud destinata a gestire i dati e le comunicazioni di tutte le forze armate statunitensi.
Un appalto strategico che avrebbe reso Amazon il fornitore tecnologico di riferimento per l’intero apparato militare americano.
Bezos accusò Trump di aver manovrato la gara per vendicarsi delle inchieste del Post. Secondo quanto riportato nei documenti legali, l’ex segretario alla Difesa James Mattis avrebbe testimoniato che l’ordine del presidente era stato chiaro: “Fottete Amazon“. Era guerra aperta tra il proprietario del giornale più scomodo d’America, in quel momento, e l’uomo più potente del mondo.
La svolta di Bezos
Poi qualcosa cambia. Nell’ottobre 2024 Bezos blocca l’endorsement del Post a Kamala Harris, una decisione che arriva quando l’editoriale era già pronto per la pubblicazione. La redazione si ribella, i lettori ancora di più: oltre 200mila abbonati cancellano l’iscrizione in pochi giorni.
A febbraio 2025 Bezos annuncia una nuova linea per la sezione opinioni, orientata verso “libertà personali e liberi mercati”. Altri 75mila abbonati se ne vanno. Diversi editorialisti si dimettono, tra cui Ann Telnaes, vignettista premio Pulitzer, dopo che il giornale rifiuta di pubblicare una sua satira su Bezos inginocchiato davanti a Trump.
A gennaio 2025, molti lo ricorderanno, Bezos era in prima fila all’inaugurazione del secondo mandato Trump. Amazon intanto ha finanziato il documentario su Melania Trump da 40 milioni di dollari, che i critici hanno definito un’informercial per la First Lady.
E ad agosto scorso è arrivato il premio: un miliardo di dollari in crediti cloud dall’amministrazione Trump per la modernizzazione dell’infrastruttura federale. L’accordo, parte della strategia “OneGov” della Casa Bianca, durerà fino al 2028.
Le reazioni ai licenziamenti del WP
Marty Baron, direttore del Post dal 2012 al 2021 e l’uomo che guidò la redazione durante il Watergate moderno della copertura sul primo Trump, non ha usato mezzi termini. “Questo è uno dei giorni più bui nella storia di una delle più grandi organizzazioni giornalistiche del mondo“, ha scritto in una dichiarazione. I problemi economici erano reali, ha ammesso, “ma sono stati resi infinitamente peggiori da decisioni sbagliate prese ai massimi livelli, da un ordine vigliacco di bloccare un endorsement presidenziale undici giorni prima delle elezioni 2024 a un rifacimento della pagina editoriale“.
Quando Baron guidava la redazione, ha ricordato, Bezos “dichiarava spesso che il successo del Post sarebbe stato tra i risultati più orgogliosi della sua vita. Vorrei percepire lo stesso spirito oggi. Non ce n’è traccia“.
Ashley Parker, ex giornalista del Post ora all’Atlantic, ha scritto un editoriale dal titolo inequivocabile: “L’omicidio del Washington Post“. “Stiamo assistendo a un assassinio“, ha scritto, accusando la dirigenza di voler “uccidere tutto ciò che rende speciale il giornale“.
Il sindacato dei giornalisti è stato altrettanto duro: “Questi licenziamenti non sono inevitabili. Una redazione non può essere svuotata senza conseguenze sulla sua credibilità, la sua portata e il suo futuro“. E poi l’affondo: “Se Jeff Bezos non è più disposto a investire nella missione che ha definito questo giornale per generazioni, allora il Post merita un custode che lo faccia“.
Margaret Sullivan, docente di giornalismo alla Columbia ed ex media columnist del Post, ha parlato di “notizia devastante per chiunque si interessi di giornalismo in America e, in effetti, nel mondo“.
E oggi i licenziamenti del WP
I licenziamenti colpiscono proprio le redazioni che davano più fastidio: esteri, inchieste, copertura internazionale.
Il direttore Matt Murray parla di adattamento al mercato e dice che il Post si concentrerà su “politica, affari nazionali, sicurezza nazionale”. Ma Glenn Kessler, per anni fact-checker del Post, la mette diversamente: “Bezos non sta cercando di salvare il Washington Post. Sta cercando di sopravvivere a Donald Trump“.
Il motto storico del giornale è da sempre “Democracy Dies in Darkness“. Solo che Bezos alla fine ha scelto di spegnere tutte le luci da solo.
Perché forse, ma dico forse, quando hai miliardi di affari col governo federale, un giornale scomodo diventa un lusso che non puoi più permetterti.
La sua è solo paura, non strategia. Ed è esattamente quello che il potere voleva da lui.
I link di Franz Russo

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Non idea di come funzionino esattamente le dinamiche gestionali nell’editoria e quindi dirò una castroneria cosmica ma, acclarato che Bezos si è posizionato politicamente (alla pecorina) sarebbe possibile esautorarlo dalla proprietà del giornale?? Altrimenti il WP diventerebbe, nel breve periodo, una velina del biondocrinato, stile Russia Today del suo controllore #luridoputin!!