
Oggi ricorre il primo anniversario (16 settembre 2024) di una memorabile intervista al Corriere della Sera in cui di Massimo D’Alema ricostruisce il prima e il dopo della guerra in Kosovo (1998-1999). È una preziosa pagina di storia, anche se in qualche passaggio l’allora presidente del Consiglio si descrive quasi come il vero regista dell’intervento della Nato, con Clinton, Blair, Chirac e Schröder a pendere dalle sue labbra.
Ma non è questo il punto. D’Alema ricorda che durante il conflitto nessuno sostenne che la Serbia doveva essere sconfitta: “Noi ripetevamo che la pressione militare era volta a indurre la Serbia a ritirare le sue truppe dal Kosovo e a proteggere la popolazione. Lo spiegai [sic] agli americani”. Se penso a ieri e guardo a oggi, si chiede poi, dov’è finita la politica? L’oggi, ovviamente, è la guerra in Ucraina che “nessuno può vincere”.
Qual è quindi la via d’uscita, gli domanda Francesco Verderami, la perdita di una parte del suo territorio? Qui casca l’asino: “Ma il Kosovo non era un pezzo della Serbia? A decidere fu il popolo kosovaro. Forse anche ora, sotto tutela internazionale, potrebbero alla fine i cittadini del Donbas a decidere”.
Nonostante la prudenza di quel “forse”, D’Alema sembra infatti dimenticare quanto affermato poche righe sopra, e cioè che il popolo kosovaro potè decidere solo dopo la fine dell’occupazione serba. Sorvola inoltre su un piccolo dettaglio, ossia che i territori del Donbas conquistati sono stati annessi da Putin alla Russia.
Insomma, la proposta di un referendum senza il ritiro dell’esercito di Mosca e del decreto di annessione del Donbas somiglia a una barzelletta. Va bene la “politique d’abord” ma qui si ciurla nel manico, tra sviolinate alla Cina di Xi Jinping e lobbismo nel business delle armi.
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