È da poco passato il primo anniversario del pogrom perpetrato da Hamas nei villaggi e kibbutz del sud-Israele, avvenuto il 7 ottobre 2023 all’inizio di una fase malmostosa nei rapporti tra Stati Uniti ed Ucraina, derivata dallo scontro legislativo interno al Congresso USA sul bilancio federale 2024, che aveva visto la rimozione (3 ottobre) dello speaker della Camera Kevin McCarthy e la sua sostituzione (25 ottobre) con Mike Johnson: manovra che avrebbe bloccato fino all’aprile 2024 l’erogazione dei fondi USA ad Ucraina ed Israele.
L’attacco di Hamas coglieva dunque gli Stati Uniti in un momento di blackout istituzionale ed apriva un nuovo grave fronte di crisi proprio mentre la delusione per l’inconcludente offensiva ucraina dell’estate 2023 stava offrendo a Mosca una importante opportunità coincidente con l’apertura dell’anno elettorale americano: vale a dire uno spariglio delle carte sul tavolo tale da consentire a Putin di riprendere l’iniziativa strategica in un momento di debolezza politica USA, uscendo dall’angolo in cui era finito dopo il fallimento militare russo dell’autunno 2022 e l’estemporanea rivolta di Prigozhin dell’estate successiva.

Quale sia stato il ruolo di Mosca nel pogrom del 7/10 al momento non è noto pubblicamente, né risultano emerse ad oggi prove di un suo effettivo coinvolgimento. Tuttavia, in geopolitica nulla succede per caso ed a maggior ragione in quella particolare geopolitica del caos che pare essere l’ambiente naturale di Putin, a proprio agio nella moltiplicazione delle crisi ed abile conoscitore delle debolezze degli occidentali, compreso quel complicato rapporto ambivalente, tra complesso di colpa ed odio ideologico che lega ed allo stesso tempo contrappone l’Occidente agli ebrei ed allo Stato di Israele (1).
Un rapporto ambivalente ma non certo peggiore di quello che dal 1947 intercorre a sua volta tra Mosca e Gerusalemme, con la prima costantemente sorpresa a pescare nel torbido fin dall’epoca sovietica e tutt’ora impegnata a tessere trame e relazioni improprie con i peggiori nemici della seconda (Iran, Siria, Hamas, Hezbollah), salvo poi ritrovarsi a dover blandire lo stato ebraico per ragioni di opportunismo: come avvenuto nel luglio 2011 quando Putin si spinse a definire Israele “un paese speciale, di lingua russa”, oppure nel giugno 2016 durante un summit con Netanyahu che si sentì elogiare come “alleato incondizionato contro il terrorismo”.

Posizioni melliflue utili negli anni ad avvantaggiare Mosca, ad esempio evitando l’adesione israeliana ai pacchetti di sanzioni occidentali nel 2014 e nel 2022 oppure precludendo l’invio di forniture militari letali all’Ucraina, ma che mal si conciliano con l’alleanza consolidata tra la Russia e gli Ayatollah, tra la Russia ed Hezbollah, oppure tra la Russia ed Hamas, di cui una delegazione ad alto livello è stata ricevuta al Cremlino il 26/10/23, 20 giorni dopo la strage, per un incontro conclusosi con una surreale dichiarazione trionfalistica rilasciata a RIA Novosti dal gruppo terroristico palestinese, nella quale Putin veniva elogiato nei suoi sforzi per porre fine ai “crimini di Israele sostenuti dall’Occidente”.
All’interno di questo rapporto ambiguo tra Mosca e Gerusalemme, basato essenzialmente su convergenze situazionali e da cui Israele ha tratto a sua volta dei vantaggi, tra cui il poter colpire liberamente in Siria e Libano, esiste però una condizione imprescindibile: la necessità da parte di Mosca di avere uno spazio strategico affidabile in Medio Oriente in cui giocare la propria partita geopolitica globale, giocoforza imperniato sugli sciiti, non potendone ottenerne uno dai sunniti, troppo legati all’Occidente. E nel quale ovviamente non è compreso Israele.
Ecco dunque l’Iran, la parte sciita irachena, la Siria alawita, Hezbollah e gli Houti, oltre ai sunniti radicali Hamas e talebani, a formare un “fronte della resistenza” di cui Mosca ha necessità assoluta per vincere innanzitutto la prioritaria partita in Ucraina (forniture iraniane e triangolazioni) ed in secondo luogo la propria sfida globale al cosiddetto “Occidente collettivo” lungo sempre nuove linee di faglia nell’intento di indebolirlo e distrarlo, amplificando il caos secondo i precetti della guerra ibrida: tra questi, ingaggiare l’avversario in una molteplicità di scenari, mantenendo l’iniziativa strategica e costringendolo a risposte multiple fino a saturarne la capacità di reazione.
Moltiplicare le aree di crisi attraverso i propri proxies spendibili ed a buon mercato (in Africa, Sudamerica, Medio Oriente) è quindi un obiettivo strategico vitale per Mosca, che dall’apertura di un secondo fronte militare in Medio Oriente (2) ha ottenuto innegabili vantaggi, tra cui una nuova spaccatura delle società occidentali lacerate da fiammate di antisemitismo (almeno in parte dominate dalle aggressive comunità dell’immigrazione islamica), che si aggiungono allo storno verso Israele di una parte degli aiuti militari americani, fino a quel momento concentrati essenzialmente sull’Ucraina e divenuti moneta di scambio politico alla Camera USA nell’inverno 2023-24.

Ragionando in termini di cui prodest, appare quindi improbabile che Mosca non abbia avuto sentore, attraverso le proprie innumerevoli antenne in Medio Oriente, dei preparativi del 7/10 protrattisi a quanto pare per circa un anno o che non ne sia stata addirittura informata ad un certo punto da Hamas per ottenerne almeno un implicito assenso.
La messa a rischio dei rapporti ambivalenti con Israele, dando fattuale luce verde al massacro del 7/10 potrebbe quindi essere stato per Mosca un prezzo accettabile da pagare, in quanto funzionale alle proprie esigenze strategiche, impellenti al punto da poter avere indotto il Cremlino ad un azzardo calcolato: scommettere sulla prevedibile reazione israeliana post 7/10, violenta al punto da suscitare sia una ondata di sdegno emotivo in Europa (obiettivo raggiunto), sia una reazione di pancia tra le masse sunnite mediorientali, tale da causare contraccolpi interni ai governi arabi filo-occidentali con conseguente entrata in crisi degli Accordi di Abramo e del sistema di alleanze USA nel Golfo e nel Vicino Oriente (obiettivo fallito), magari con corollario di uno shock petrolifero a detrimento soprattutto della fragile Europa e viceversa a vantaggio delle casse di Mosca. Il tutto unito alla consapevolezza che ogni danno inflitto ad Israele si ripercuote immancabilmente sui suoi partners occidentali.
In realtà la reazione araba alla risposta israeliana contro Hamas è stata molto meno virulenta di quanto si sarebbe potuto ipotizzare: e questo la dice lunga sul reale supporto delle leadership sunnite verso il gruppo terrorista gazawi, che in particolare nella sua ala militare aveva continuato a mantenere forti legami con Teheran.

Ecco dunque quello che potrebbe essere stato un inciampo di Mosca nella sua geopolitica del caos in Medio Oriente: la mancata sollevazione delle masse sunnite e quindi dei governi arabi in ottica stabilità interna, di fronte alla reazione israeliana su Gaza dopo il 7 ottobre.
Non solo.
Come già avvenuto nel febbraio/marzo 2022 di fronte all’inaspettata determinazione ucraina alla resistenza totale, che ha spietatamente messo a nudo il primo grave errore di Putin dopo un decennio di successi, Mosca potrebbe aver analogamente sottovalutato la risolutezza israeliana a farla finita definitivamente con Hamas, visti pure i precedenti delle campagne militari di Tsahal degli ultimi anni, conclusesi dopo poche settimane con risultati aleatori o al massimo interlocutori anche per via delle pressioni su Israele dei governi occidentali, a loro volta agitati dalle piazze indignate pro-pal: una prassi ricorrente che potrebbe avere indotto Mosca a scommettere, con cinico calcolo, su una perdurante e logorante situazione di stallo in cui Israele, dopo una prima durissima reazione post 7/10, si vedesse costretta a rinunciare per ragioni politiche (compresa la questione ostaggi, che Hamas avrebbe tirato alle lunghe il più possibile per bollire Israele a fuoco lento), alla resa dei conti con Hamas.
In un tale best-case scenario Mosca avrebbe visto rafforzate le proprie posizioni in Medio Oriente grazie alle ricadute indirette: un Hamas solo minimamente indebolito ma beneficiario di nuovo prestigio tra le masse arabe e soprattutto di nuovi aiuti iraniani; un Israele a soqquadro gravemente umiliato ed impastoiato dalle contraddizioni occidentali e quindi frustrato e sensibile alle sirene moscovite, magari attraverso una clamorosa mediazione-regalo russa sugli ostaggi; un Iran imbaldanzito nel suo ruolo di agente del caos e rinvigorito nella sua presa sul mondo sciita e relative milizie teleguidate; un Occidente inconcludente, caotico, irresoluto ed incapace di difendere i propri interessi, nonché di fatto estromesso dal Medio Oriente; un mondo sunnita sostanzialmente abbandonato dagli Occidentali e quindi costretto a ricercare garanzie a Mosca.
Su tutti una Russia pronta a dare le carte in Medio Oriente nel ruolo di mazziere e dominus dell’equilibrio e di nuovo garante della sicurezza di Israele, nonché partner imprescindibile ed affidabile (a differenza degli occidentali) in qualsiasi progetto di riconfigurazione regionale, dal Levante al Golfo: in pratica la realizzazione dell’antico progetto, zarista prima e sovietico poi, di uno sbocco sull’Oceano Indiano.
È a questo punto però che è andato delineandosi quello che potrebbe configurarsi come il secondo grave errore di valutazione di Putin: la scelta israeliana di procedere oltre le (blande) pressioni occidentali su Gaza ed anche a prescindere dalla (ben più dolorosa) questione ostaggi, pur di arrivare al redde rationem con tutti i suoi nemici esistenziali, non solo azzerando le capacità militari di Hamas ma anche infliggendo colpi durissimi ad Hezbollah, decapitato nei suoi quadri dirigenziali.

Se a questo punto dovesse concretizzarsi anche una resa dei conti con Teheran che portasse la teocrazia al collasso con conseguente inevitabile azzeramento dei suoi proxies nella mezzaluna sciita (Hezbollah, Houti, milizie sciite irachene e siriane) ecco che il best-case scenario si trasformerebbe per Mosca in un disastro difficilmente recuperabile.
Allo stato attuale è impossibile prevedere come si evolveranno le cose in Medio Oriente, se Israele affonderà o meno i colpi su Teheran, attraverso Hezbollah oppure direttamente, e se quindi si arriverà al Nuovo Ordine mediorientale vaticinato da Netanyahu in cui Israele, tutelato dagli Accordi di Abramo non vedrà più contestata la propria esistenza mentre l’Iran, burattinaio di molte crisi si ritroverebbe messo ai margini a tutto vantaggio delle monarchie del Golfo.
Ma anche davanti ad un futuro che appare imponderabile una certezza rimane: la mancata realizzazione di quello che avrebbe potuto essere per Mosca il best-case scenario, quello cioè di una Russia trionfante in Medio Oriente rimasto irrealizzato per via della caparbietà israeliana nel rispondere ad Hamas con la legge biblica del taglione, allo stesso modo in cui nella primavera 2022 era stato vanificato lo scenario ucraino grazie alla caparbietà di Zelensky e del suo popolo nel voler resistere ad ogni costo: scelte derivate, in ambedue i casi, dalla necessità di dover respingere minacce esistenziali portate da nemici implacabili. In sintesi, due scommesse russe, due scommesse perdute.
Ne discende quello che sembra essere il limite analitico di un Cremlino assai abile nel tessere trame complesse ma deficitario nel prevederne gli esiti più infausti per via di quella caratteristica malsana tipica dei regimi decadenti: il whishful thinking ovvero la piaggeria dei subordinati, che temendone le reazioni, raccontano al leader ciò che il leader vuole sentirsi raccontare, anche a costo di falsare la realtà e di alterare i rapporti con conseguenze disastrose: così come è avvenuto per certo alla vigilia dell’invasione dell’Ucraina, così come può essere avvenuto anche nelle valutazioni antecedenti il 7 ottobre.
(1) In Occidente l’odio verso Israele e gli ebrei non lo si ritrova a livello di istituzioni e governi, quasi sempre solidali e viceversa critici verso ogni forma di antisemitismo, palese o mascherato, bensì presso frange estreme della popolazione: di destra, di sinistra, dell’immigrazione islamica e dell’oltranzismo cattolico.
(2) Mosca ha diversi fronti aperti nella sua guerra globale al sistema occidentale: quello economico, quello mediatico, quello diplomatico, quello ideologico-culturale, quello cibernetico e quello militare attualmente sui due punti di attrito in Ucraina e Medio Oriente
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