

I dazi annunciati da Donald Trump – martedì scorso quelli sulle automobili – non sono una sorpresa. Il Presidente degli Stati Uniti sta facendo esattamente quanto ha promesso che avrebbe fatto e anche su questo dossier, come sugli altri, proverà a farlo fino in fondo, se non incontrerà impedimenti esterni alla sua volontà.
Mentre la gran parte degli economisti concorda che l’effetto dei dazi non sarà affatto positivo per l’economia americana, Martin Wolf sul Financial Times ha spiegato che la guerra commerciale di Trump potrebbe non essere un fine, ma un mezzo per estorcere agli alleati un accordo capestro per il deprezzamento del dollaro e per la ristrutturazione del debito pubblico degli Usa.
In questo modo Trump conta di dare ossigeno alla manifattura americana e di recuperare spazi di bilancio per tagli fiscali in deficit, cioè per nuovo debito, dopo avere alleggerito il gravame di quello precedente e le condizioni per una politica monetaria accomodante da parte della Fed.
La ragione per cui gli alleati degli Usa dovrebbero accettare questo accordo è semplicemente di essere risparmiati dall’ira di Trump e dalle ritorsioni che gli Stati Uniti d’ora in poi riserveranno ai Paesi nemici e irriconoscenti. Insomma: o il vassallaggio o i dazi; o la borsa o la vita.
In attesa di capire se mai si materializzerà l’intesa delineata dal consulente economico della Casa Bianca Stephen Miran nel suo saggio A User’s Guide to Restructuring the Global Trading System, gli alleati degli Usa devono decidere come rispondere alle chiusure protezioniste statunitensi.
Sul punto si confrontano sostanzialmente due tesi. La prima è che una reazione uguale e contraria produrrebbe stagflazione (stagnazione unita a inflazione) e quindi è preferibile provare ad aprire nuovi mercati e contare sull’indebolimento dell’euro per compensare le barriere tariffarie.
La seconda è che la linea dura da parte dell’Ue svelerebbe che la vulnerabilità americana è superiore a quella europea, in ragione della maggiore dipendenza degli Usa dalle importazioni di beni in settori strategici.
È ragionevole che l’Ue e i suoi Paesi membri riflettano su questa alternativa lucidamente, non in base a una posizione di principio, ma alle conseguenze che deriveranno da questa scelta.
Però è altrettanto ragionevole che la valutazione dei costi e dei benefici delle due diverse strategie tenga conto di una prospettiva di medio-lungo periodo e del fatto, disperatamente negato da tutti gli equilibristi del “ma anche”, che finché alla Casa Bianca comanderà il partito Maga i rapporti euro-atlantici non saranno, né potranno tornare a essere quelli di prima, e che l’alternativa per i paesi europei è tra la subordinazione e l’autonomia, non tra l’alleanza simulata e l’ostilità dichiarata – ipotesi, queste ultime, entrambe impossibili e puramente immaginarie.
In questa prospettiva, è difficile immaginare che accettare la rottamazione delle regole del commercio globale e provare a minimizzare i danni della pirateria economica americana accresca la consapevolezza e la forza dell’unità europea, necessaria a fronteggiare questa sfida.
È evidente che il principale interrogativo è se i Paesi dell’Ue sapranno cooperare o finiranno per dividersi sotto la pressione di un’opinione pubblica largamente infiltrata dalla vulgata trumpiana, dalle verità alternative della magic economy e dalle promesse di magnanimità del nuovo sovrano verso i sudditi, che si dimostreranno più obbedienti alla sua pretesa di stabilire arbitrariamente le quote spettanti a ciascuno nel sistema del commercio globale.
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