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Mentre scrivo queste righe, Igor Dobrowolski, artista polacco, ha da poche ore diffuso sui social un video, nel quale si vede lui stesso di fronte ai cancelli dei campi di concentramento di Auschwitz-Birkenau, nell’atto di agitare un cartellone con su scritto “Israele sta facendo ai palestinesi ciò che la Germania ha fatto agli ebrei”.
Si tratta solo di uno dei tantissimi accostamenti tra il dramma in corso a Gaza e la tragedia della Shoah, proposti nel corso dell’ultimo anno, a partire dai giorni immediatamente successivi allo scorso 7 ottobre 2023, giorno dell’orribile pogrom attuato da Hamas del quale tutti sappiamo. Sì, molte voci – privati cittadini, accademici, giornalisti, associazioni e collettivi – hanno avanzato in questi mesi il paragone tra i due eventi, magari subito dopo una rapida e formale condanna dell’attacco subito da inermi cittadini israeliani (in alcuni casi neppure questa), derubricato in modo più o meno esplicito a legittimo o comprensibile atto di resistenza palestinese, che sarebbe stato lanciato più da vittime esasperate che da nemici spietati.

A questo punto, due rapide ma necessarie considerazioni prima di arrivare al dunque. Indipendentemente dalle cifre reali sulle vittime civili, a Gaza si sta compiendo un massacro che non può non scuotere le coscienze di ciascuno, portando con sé dilemmi morali che solo uno spirito viziato da grave ottundimento non percepisce. A questo va però doverosamente aggiunto – ed è ciò che molti evitano di fare per disonestà intellettuale – che, se è quantomeno legittimo biasimare il governo di Israele e il leader Netanyahu, contestualmente va riconosciuto Hamas come responsabile perlomeno in solidum della tragedia, poiché, dopo aver colpito con ferocia barbarica il nemico che vorrebbe cancellare “dal fiume al mare”, è corso a nascondersi nei budelli della vita ordinaria, usando scientificamente la carne di poveri innocenti per scudarsi e aumentare il martirologio da offrire all’emozione pubblica internazionale per estorcerne il sostegno.
Entro questo orizzonte – sul quale non pretendo di certo unanimità di consensi – il paragone tra Shoah e Gaza è talmente insostenibile da non meritare, a mio avviso, neppure lo sforzo di una confutazione puntuale. Rifiutare legittimità a tale confronto non toglie nulla alla considerazione sulla gravità dei fatti e alla pietà per le vittime di oggi. Si tratta però di mantenere un minimo di sensibilità per le proporzioni e le ragioni storiche, che non possiamo polverizzare nello slancio ideologico.
Che così tante persone, pure insospettabili, si rifugino nel paragone Shoah-Gaza per interpretare gli accadimenti odierni, è probabilmente anche segno di una difficoltà, o forse addirittura di un fallimento, dell’insieme delle pratiche legate alla memoria dell’Olocausto, delle quali è simbolo la data del 27 gennaio. Per esperienza personale, posso affermare che tali appuntamenti non solo sono ormai spesso stanche ritualità svuotare di reale vivacità interna, ma sono pure preda di perniciosa banalizzazione. La banalità è tra i nemici principali del bene: è più probabile una resipiscenza del malvagio che della persona banale. La tipica banalità della “Giornata della memoria” consiste nell’appiattimento del male di cui si fa memoria a “ogni forma di male e violenza” (così si ripete spesso nelle celebrazioni). “Anche oggi – si afferma – la discriminazione e la disumanizzazione possono ripetersi e dobbiamo combatterle alla luce di ciò che è stato”. Adesso, è chiaro che tali posizioni sono talmente ovvie da non poter essere contraddette. Il problema sorge, però, nel momento in cui ci si ferma qui e non si approfondisce la specificità della Shoah, crimine di portata universale sì, ma allo stesso tempo singolare. Non ci si rende conto che inserire tutto nella medesima nera melassa di una generica violenza, senza alcuna distinzione se non di date e contesti concreti, vuol dire applicare la stessa logica dello sterminio totalitario che si vuole combattere (!). Quest’ultima, infatti, consiste esattamente nella riduzione a zero e poi nell’annichilimento assoluto della vittima, in altre parole nella cancellazione della specificità della vittima. La notte del male in cui tutte le vacche sono nere è una totalità che tutto include in modo totalitario.
Se la memoria della Shoah è in molti casi ridotta a superficiali e generici accostamenti, non è strano che una quota non trascurabile di opinione pubblica si lanci in spericolate analogie tra sterminio nazista e massacri odierni, al netto dell’ideologia ovviamente. Glielo abbiamo insegnato noi.
Non sono per l’abolizione della Giornata della memoria, come alcuni già propongono da anni. Sono per un profondo ripensamento però del modo in cui viene celebrata, perché così com’è oggi offre il fianco a troppe distorsioni e asseconda l’odioso tentativo di sottrarre la Shoah agli ebrei. In fondo si tratta di questo.
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Grazie molto per la sua attenzione
Sono assolutamente d’accordo. Riflessione importante