(apparso su La Ragione il 06.02.2024)
Con l’elezione di Ebrahim Raisi nel 2021 i fondamentalisti hanno acquisito il controllo di tutti e tre i rami del governo iraniano, noti come il Deep State (Stato profondo). Si tratta di un gruppo ormai esiguo che detiene tutte le leve del potere, ma in crescente difficoltà. Adesso sono in molti a porsi la questione del ‘dopo’, ma il fronte dell’opposizione è disomogeneo, anche se a grandi linee può essere ridotto a due gruppi principali: il Consiglio di transizione dell’Iran (che comprende la quasi totalità dei partiti democratici costituzionalisti sia monarchici che repubblicani, sia di destra che di sinistra); il Consiglio nazionale della Resistenza Iraniana, ovvero gli islamico-marxisti mujahedin.
Mehrdad Khonsari – ex diplomatico e consulente dell’Iranian Centre for Policy Studies (Icpc) – rappresenta una voce moderata. Ci spiega che la politica e la gestione incompetente del regime (che hanno condotto alla crisi attuale) non offrono soluzioni economiche. Le crepe interne all’apparato di potere sono evidenti, con la diminuzione del sostegno e il progressivo isolamento del Deep State. Anche all’interno del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (Irgc) ci sono tensioni, con molti generali costretti a dimettersi dopo la Rivoluzione Verde del 2009. Non esiste certezza sul come si muoveranno i pochi fedeli di Khamenei rimasti dopo la sua morte. A contendersi la successione ci sarebbero il figlio dello stesso Khamenei, Mujtaba e Raisi, ma persone come Khonsari sperano in una transizione democratica sul modello del Sudafrica.
Per l’auspicato scenario di una riconciliazione nazionale occorrerebbero dei mediatori internazionali, ma le tensioni in Medio Oriente rendono la questione complessa: «Il problema comunque non è l’Occidente, siamo noi che non siamo in grado di presentare al mondo un progetto unitario che possa risultare credibile e supportabile» osserva Khonsari. Viene da domandarsi però quali stimoli potrebbero spingere i detentori del potere a sedersi intorno a un tavolo. Secondo Khonsari la risposta si trova nel quadro generale: si tratta di far capire loro che non è sostenibile governare un Paese in cui il 90% della popolazione è contro e l’economia è al collasso. Khamenei impedisce un cambiamento nella politica estera, costringendo
l’Iran a collaborare con Paesi come Cina e Russia che ne sfruttano le risorse. La chiave per migliorare la situazione economica – sostiene Khonsari – risiede nell’attrarre investimenti, rimuovere le sanzioni e introdurre nuove tecnologie. Nonostante il Paese disponga dei maggiori giacimenti di gas al mondo, si stima che siano necessari 300 miliardi di dollari di investimenti. La domanda sorge spontanea: da dove verranno questi fondi? Per questo Khonsari enfatizza la necessità di una transizione pacifica: «Non vogliamo trasformare l’Iran in una Siria, un Iraq o un Afghanistan. Per lo sviluppo e il benessere degli iraniani occorre stabilità».
Riguardo all’apartheid di genere e alla repressione, l’ex diplomatico ci spiega che gli effetti emotivi sulla popolazione stanno diventando determinanti: «L’impatto sui giovani iraniani è immenso e il regime non ha niente da offrire loro. Nella metropolitana di Teheran adesso l’80% delle donne ha abbandonato l’hijab. La legislazione approvata dal Parlamento dopo le proteste non ha sortito effetto. Il regime ha perso. E perderà sempre perché non potrà mai conquistare i cuori e le menti del popolo iraniano».

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