Molte cose si possono pensare sul conto di questa maggioranza parlamentare. C’è chi la considera una combriccola di incompetenti, e c’è chi la considera una rumorosa scolaresca dove si trova di tutto: il capoclasse incapace di sorvegliare i compagni, la studentessa sussiegosa che si crede un’accademica dei Lincei, il giovane studente appassionato di storia del fascismo, il buffone che fa casino durante la ricreazione e poi fa la spia al professore. Ma se invece fosse gente sincera, un po’ birbante ma non troppo? Gente che, al fondo, è nostalgica del passato perché non ha nessuna idea plausibile del futuro, per giunta stordita dall’improvvisa coabitazione col privilegio e col potere?
Benedetto Croce usava scherzosamente il termine “onagrocrazia”, ovvero governo dei somari (dal latino “onàger”, asino), per satireggiare il regime mussoliniano e l’ignoranza dei suoi gerarchi. Nella squadra di Giorgia Meloni c’è forse qualche puledro (magari non proprio un purosangue), ma di sicuro non mancano i ciuchi. Non voglio mancare di rispetto a nessuno, sia chiaro, ma come si può immaginare una durevole e serena coabitazione tra una premier atlantista e un suo vice apertamente filoputiniano e antieuropeista, che non perde occasione di mostrare il proprio disprezzo per la democrazia parlamentare e per i più elementari principi dello stato di diritto?
Mi sia consentito, a questo punto, aprire una parentesi letteraria. Sebbene sia considerata una sua opera minore, “Delirio a due” (1962) di Eugène Ionesco resta un piccolo capolavoro del teatro dell’assurdo. Protagonista dell’atto unico è una coppia impegnata nel più classico degli esercizi coniugali: la lite. Il pretesto è futile, anzi ridicolo. Lei sostiene che non c’è nessuna differenza tra la lumaca e la tartaruga. Lui non è d’accordo, e perciò urla, sbraita, usa gli argomenti più strampalati pur di dimostrare che ha torto. Il dissidio è senza via d’uscita e, nel corso di una logomachia che rapidamente raggiunge le vette del nonsense, si allarga fino a mettere in discussione il futuro della loro convivenza. Nel frattempo scoppia una guerra di cui lo spettatore ignora le ragioni, e un bombardamento aereo rischia di radere al suolo la città. Mentre la casa crolla, entrambi continuano imperterriti ad azzuffarsi rinfacciandosi occasioni perdute e sogni svaniti, travolti da rancori mai sopiti e incuranti dell’apocalisse che si scatena fuori dalle mura domestiche.
Trovo qualche analogia tra questa pièce e lo spettacolo, con Meloni e Salvini nel duplice ruolo di registi e interpreti principali, che sta andando in scena da alcune settimane sul palcoscenico nazionale. Se dopo l’adesione della Lega al gruppo orbaniano dei Patrioti proseguiranno le repliche, non è difficile pronosticarlo. Certo, dipenderà anche dalla forza del neoschieramento sovranista nel Parlamento di Strasburgo e dal voto (segreto) di Fd’I su Ursula von der Leyen. Tuttavia, una maggioranza unita solo da un patto di potere ma divisa sulle grandi scelte di governo, dalla politica internazionale alla politica economica, “d?ra minga”, come diceva l’attore Franco Volpi in una celebre pubblicità televisiva della fine degli anni Cinquanta.
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