Mentre è in corso il processo ai 47 attivisti arrestati nel 2019 per le proteste contro l’introduzione della Legge sulla Sicurezza nazionale, il governo di Hong Kong ne approfitta per introdurre la discussione sull’Articolo 23.
Il processo ha una lunga storia di rinvii a causa dei blocchi Covid, che di fatto hanno causato il prolungamento della custodia cautelare che ormai conta tre anni. Gli attivisti arrestati nel corso di manifestazioni che prima dell’introduzione della Legge sulla Sicurezza nazionale erano legali si sono visti negare la libertà su cauzione e i pochi che sono riusciti a scappare hanno una taglia sulla testa e un mandato di cattura internazionale.
L’articolo 23 della Legge fondamentale, la mini-costituzione di Hong Kong, richiede alla città di emanare una legislazione per vietare atti di tradimento, secessione, sovversione e furto del segreto di stato. Il documento ha anche lanciato un nuovo reato di “interferenza esterna” che impedirà di collaborare con una forza esterna per produrre risultati come influenzare il governo centrale o di Hong Kong nella formulazione o nell’esecuzione di qualsiasi politica o misura e influenzare il Consiglio legislativo o un tribunale nell’esercizio delle funzioni.
Questo significa niente avvocati esteri, come già per Jimmy Lai, l’imprenditore fondatore del quotidiano Apple Daily, cittadino con doppia cittadinanza sotto processo con gli HK47 a cui è stato vietato l’avvocato inglese, e nessuna possibilità di proporre normative a favore delle aziende estere.

L’articolo 23 suggerisce di espandere l’applicazione dell’attuale ordinanza sulle società, autorizzando il governo a cessare il funzionamento di qualsiasi organizzazione, sia locale che esterna, se necessario per il bene della sicurezza nazionale. Alcuni reati nella proposta potranno godere di un effetto extraterritoriale.
Questo pare suggerire che le società straniere che operano a Hong Kong potrebbero essere perseguite anche all’estero, qualora il governo le ritenesse lesive di interessi nazionali cinesi.
Intanto John Lee, amministratore delegato della città, ha introdotto un sistema di videocamere con riconoscimento facciale, come in Cina continentale e Nelson Lam, direttore della revisione contabile, ha affermato che vi sono rischi che le persone violino la legge se alcuni dipartimenti o istituzioni governative non attuano pienamente la legislazione sulla sicurezza nazionale. Di conseguenza, secondo Lam, 2.000 nuove telecamere a circuito chiuso “non sono sufficienti”
Alla domanda se le telecamere di sicurezza verranno utilizzate per scopi di sicurezza nazionale
il capo della polizia Raymond Siu ha affermato che i dispositivi aiuterebbero ad “affrontare tutte le questioni illegali”. Questo vuol dire che ogni ripresa sarebbe usata per perseguire chiunque.
Ad esempio, le eventuali mail che un’azienda straniera su suolo honkonghese, scambiate con la sua sede all’estero, potrebbero essere considerate come spionaggio e la normativa darebbe la possibilità alla polizia di acquisire documenti e informazioni dall’azienda in nome della Sicurezza nazionale.
Nel frattempo, come se non fosse la stessa città che reprime con effetto retroattivo le proteste di piazza scoppiate prima dell’introduzione di una legge ai sensi della quale vengono oggi processati attivisti e giornalisti, il governo tenta di attirare aziende estere che stanno invece velocemente sfuggendo dalle restrizioni in atto nella città.
In risposta all’articolo sul Financial Times di Stephen Roach, ex presidente della sezione asiatica di Morgan Stanley, che aveva scritto – “mi addolora dire che Hong Kong è finita. Il disegno di legge sull’estradizione introdotto da Carrie Lam Cheng Yuet-ngor è il punto di non ritorno per Hong Kong. Dopo quel disegno di legge, i vantaggi non esistono più” – Regina Ip, membro del Consiglio Legislativo, ha ribaltato tutte le colpe sugli stranieri. Come nella migliore tradizione del PCC. Dal canto suo, Stephen Roach ha insistito: “La Cina deve sistemare la sua economia e lasciare che Hong Kong si gestisca da sola se vuole un futuro migliore per l’hub finanziario”.
In questo clima di neanche tanta velata ostilità, la città si è resa protagonista di un siparietto con il calciatore più in vista del momento, Lionel Messi. Invitato in città per una partita celebrativa, per cui erano stati venduti biglietti a prezzi proibitivi e che non ha poi giocato per un infortunio, Messi è stato costretto a scusarsi per aver offeso i fans e il governo.
Tutte queste notizie, e molte altre che mentre scriviamo scorrono davanti ai nostri occhi, ci dicono alcune cose: la prima è che tenere separate la politica e l’economia non è possibile se poi si usa la politica per trattenere le aziende sul proprio suolo e spolparne le finanze. Nessuna azienda straniera potrebbe fidarsi di un governo locale che chiude i giornali e arresta i giornalisti rei di aver riportato le proteste di piazza contro la chiusura della città, specialmente se a questo segue la sparizione di CEO di aziende cinesi a compartecipazione estera (tutte le aziende sul suolo cinese e a Hong Kong sono obbligate alla compartecipazione statale) e la nazionalizzazione dei beni di cittadini con doppia cittadinanza.
La seconda cosa evidente è che il governo di Hong Kong mente ogni giorno di più su quanto siano attrattive le disposizioni legislative della città per le aziende estere le quali, se l’Articolo 23 sarà approvato e non esiste possibilità che non lo sia, verrebbero di fatto considerate delle spie sul suolo cinese.





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