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Proseguono le nostre cronache per la serie: Come Israele ridisegna il Medio Oriente tra l’isteria dei commentatori nostrani. Ogni giorno un nuovo capitolo, ogni raid un colpo di pennello su una mappa già caotica. Mentre i commentatori italiani, con la solennità di chi conosce “il vero destino” della regione, si strappano le vesti su talk show e prime pagine, Israele va avanti.
Mercoledì: Israele annuncia con una certa aria da “beh, ce lo eravamo dimenticati” di aver eliminato Rawhi Mushtaha, braccio destro di Yahia Sinwar, in un raid avvenuto ben tre mesi fa. Sì, avete letto bene, tre mesi fa. Non è un errore di battitura. Il terrorista si era nascosto in un tunnel sotterraneo fortificato, il classico rifugio di Hamas, una sorta di Airbnb per miliziani.
Poi arriva la chicca della settimana: Israele colpisce per la prima volta una base aerea russa in Siria. Sì, la Russia, quella che te la immagini invadere un Paese anche solo se qualcuno abbaia alle sue porte. Invece, niente. Pare che fosse stato solo un colpo di vento o un temporale. Cosa vuoi che sia una base militare? Netanyahu da parte sua, con un sorriso sornione, dice a Biden “Vedi? Neanche uno spiffero da Mosca”. E a Khamenei? Beh, la Russia? Scordatela. Nel momento del bisogno, impersonerà tutte e tre le scimmiette.
Anche la Cina, in questa grande recita diplomatica, non si distingue certo per l’indignazione alla prospettiva di vedere la Repubblica Islamica sbriciolarsi sotto i colpi degli eventi. Nemmeno uno straccio di dichiarazione ufficiale. Silenzio assoluto. Ma si sa, i BRICS sono così: tutti amici sulla carta, ma come veri “fratelli” sono più intenti a voltarsi le spalle e prepararsi al banchetto.
Altro che solidarietà tra potenze emergenti, qui l’unica cosa che emerge è il fiuto per le opportunità: non appena Teheran mostra qualche segno di debolezza, gli amici BRICS si lanciano come iene sul cadavere ancora caldo. Ma d’altronde, che sono amici a fare se non per farsi la festa appena qualcuno inciampa?
Non basta? Continuiamo con un’altra eliminazione degna di un reality show. Israele ha fatto fuori Hassan Jafar Kasir, comandante dell’Unità 4400, uno di quelli che con amore fornisce armi dall’Iran a Hezbollah. Si tratta di un lavoro di famiglia, sostituiva infatti suo fratello, Muhammad Jafar Kasir, anche lui spedito all’altro mondo qualche giorno fa. Almeno sono coerenti.
Giovedì, la saga Hezbollah continua. Hashem Safieddine, il nuovo capobanda, appena nominato per sostituire Nasrallah, è durato meno della famosa lattuga di Liz Truss. Il tempo di alzarsi dalla sedia e via, anche lui finito sotto tiro. Sembra che Israele non solo sapesse già dov’era, ma che stesse aspettando che tutto il Consiglio della Shura si riunisse per farli fuori tutti insieme, tipo offerta “prendi tre, paghi uno.” La sua fine è stata così prematura che ancora dovevano celebrarsi i funerali dei suoi predecessori. Viene da chiedersi: con questo ritmo frenetico, forse il prossimo leader sarà scelto direttamente dal braccio della morte, tanto ormai la durata media di questi ruoli sta diventando più breve di quella di un meme su Internet. Hezbollah farebbe meglio a pensare a un piano di successione che includa il servizio funebre.
E infine, prosegue l’incredibile silenzio assordante del mondo arabo sunnita. Il silenzio di Riyadh è talmente assordante che potresti pensare che abbiano organizzato una gara di chi riesce a fare meno rumore. Un silenzio, che dice tutto e che serve a far riflettere più di mille parole.
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Possiamo chiamarlo pragmatismo ma Riyadh è certamente il primo “attore non protagonista” che gongola delle difficoltà del duo hezbollah-iran. Sotto sotto magari fornisce intelligence ed aiuti militari, anche solo per spazzolare i cammellieri houthi. Riguardo alla determinazione di Israele non facciamoci illusioni, barra dritta e bersagli nel mirino. Mica come le flaccide democrazie occidentali!!