

Per anni Hezbollah ha cercato non di sconfiggere militarmente Israele, ma di rendere ogni guerra troppo costosa. Dopo il 7 ottobre quell’equilibrio si è spezzato, mostrando i limiti della strategia iraniana e il prezzo imposto al Libano dalla presenza di una forza armata più potente dello Stato.
Seconda puntata. La prima qui
La deterrenza come arma: non vincere la guerra, ma renderla troppo costosa
La trasformazione di Hezbollah in una potenza militare regionale non può essere compresa soltanto attraverso il numero dei missili o la dimensione dell’arsenale. Il vero elemento distintivo della strategia del movimento sciita libanese è un concetto più sofisticato: la capacità di modificare il calcolo politico e militare dell’avversario.
Hezbollah ha costruito negli anni una vera e propria risk strategy, una strategia fondata sulla gestione del rischio. L’obiettivo non è sconfiggere Israele in una guerra convenzionale – un risultato che rimane fuori dalla portata dell’organizzazione – ma convincere la leadership israeliana che qualsiasi tentativo di eliminare Hezbollah avrebbe costi politici, militari ed economici troppo elevati.
È una forma di deterrenza diversa da quella tradizionale fra Stati. Un esercito convenzionale cerca di impedire un attacco dimostrando di poter infliggere danni inaccettabili al potenziale Stato attaccante. Hezbollah aggiunge un elemento ulteriore: la capacità di trasformare ogni risposta israeliana in una crisi regionale.
La logica è semplice: se Israele colpisce il Libano, Hezbollah può rispondere con migliaia di razzi contro il territorio israeliano; se Israele amplia l’operazione, l’opinione pubblica mondiale si scatena per l’inevitabile danno alla popolazione civile ed aumenta il rischio di coinvolgimento diretto dell’Iran; se Teheran entra nel conflitto, l’intero equilibrio del Medio Oriente può essere destabilizzato.
Questa strategia ha funzionato per anni perché entrambi gli attori principali comprendevano che una guerra totale avrebbe prodotto danni superiori ai possibili vantaggi.
Dopo il 2006, infatti, lungo la Linea Blu che separa Israele e Libano si è instaurato un equilibrio estremamente fragile. Non era una vera pace, ma una forma di deterrenza reciproca.
Israele continuava a considerare Hezbollah una minaccia strategica e conduceva periodicamente operazioni clandestine contro il trasferimento di armi iraniane attraverso la Siria. Hezbollah, dal canto suo, evitava azioni che potessero provocare una guerra generale, ma manteneva intatta la propria capacità offensiva.
Il problema delle strategie basate sul rischio è però che dipendono dalla percezione degli attori coinvolti. Finché tutti ritengono che l’escalation sia troppo pericolosa, il sistema regge. Quando uno degli attori modifica il proprio calcolo, la stessa struttura che garantiva stabilità può diventare un acceleratore del conflitto.
È proprio ciò che è accaduto dopo il 7 ottobre 2023.
Dal fronte di Gaza alla guerra regionale: quando l’equilibrio si rompe
L’invasione di Israele del 7 ottobre 2023, quando i terroristi di Hamas massacrarono 1250 persone e ne rapirono 500, ha modificato radicalmente il quadro strategico mediorientale.
Per Hezbollah, quel giorno, si è aperto un dilemma difficile. Da una parte il movimento aveva sempre presentato la propria esistenza come parte della “resistenza” contro Israele e non poteva ignorare completamente la guerra aperta da Hamas, suo alleato nell’asse sostenuto dall’Iran. Dall’altra, aprire un secondo fronte su larga scala avrebbe comportato rischi enormi per la sopravvivenza stessa dell’organizzazione.
La decisione richiese meno di 24 ore. La risposta iniziale fu calibrata: a partire dall’8 ottobre sono iniziati attacchi limitati contro obiettivi israeliani nel nord. Hezbollah ha utilizzato missili anticarro, droni e razzi, ma evitando per mesi un salto definitivo verso la guerra totale.
Anche Israele adottò una strategia prudente. Pur colpendo infrastrutture e comandanti di Hezbollah, evitò inizialmente una grande operazione terrestre nel sud del Libano.
Ma questo equilibrio si è progressivamente deteriorato.
Il problema principale era che entrambe le parti avevano interesse a non apparire deboli. Per Hezbollah, interrompere completamente gli attacchi avrebbe significato perdere credibilità davanti ai propri sostenitori e soprattutto davanti all’Iran. Per Israele, accettare una presenza militare di Hezbollah lungo il confine settentrionale significava mantenere una minaccia permanente sulle comunità israeliane della Galilea.
La conseguenza è stata una spirale di escalation.
Il movimento libanese ha aumentato progressivamente la gittata e l’intensità degli attacchi. Israele ha risposto colpendo depositi, centri di comando e figure di vertice dell’organizzazione.
La campagna israeliana contro Hezbollah ha dimostrato anche i limiti della strategia del movimento. La superiorità tecnologica israeliana, combinata con capacità di intelligence estremamente avanzate, ha permesso di eliminare numerosi comandanti di alto livello e colpire infrastrutture considerate strategiche.
Dopo l’ennesimo assassinio di civili, 12 bambini massacrati da un razzo di Hezbollah contro il villaggio druso di Majdal Shams, Israele decise che non era più tempo di curarsi delle relazioni diplomatiche. Il 17 settembre 2024 centinaia di pager scoppiano, accecando e storpiando migliaia di comandanti locali di Hezbollah; e il 27 settembre Hassan Nasrallah viene fatto esplodere nel suo nascondiglio di Beirut: un colpo simbolico e operativo enorme. Il leader di Hezbollah aveva guidato il movimento per oltre trent’anni, trasformandolo da milizia locale a potenza regionale.
Tuttavia, anche in questo caso, la storia delle guerre asimmetriche suggerisce prudenza. Colpire la leadership di un’organizzazione non significa necessariamente eliminarne la capacità operativa.
Hezbollah non è costruito attorno a un singolo comandante, ma su una rete complessa e ridondante di strutture militari, politiche e sociali.
Il prezzo pagato dal Libano: uno Stato debole davanti a un attore più forte
Il paradosso della storia di Hezbollah è che il movimento nato per difendere il Libano ha contribuito alla progressiva perdita della sovranità dello Stato libanese.
Il Libano rappresenta oggi uno degli esempi più evidenti di Stato fragile nel sistema internazionale contemporaneo. Dal 2019 il Paese attraversa una delle peggiori crisi economiche della storia moderna.
Secondo la Banca Mondiale, il collasso finanziario libanese è stato tra i tre peggiori episodi di crisi economica globale dalla metà dell’Ottocento. In poco tempo il sistema bancario è imploso, la valuta nazionale ha perso oltre il 90% del proprio valore e milioni di cittadini hanno visto crollare il proprio potere d’acquisto.
La crisi economica si è sovrapposta alla crisi istituzionale. Per mesi il Paese è rimasto senza un governo pienamente operativo, mentre il sistema politico confessionale ha continuato a produrre paralisi decisionale.
In questo vuoto, Hezbollah ha mantenuto una posizione unica: è contemporaneamente partito politico, riferimento religioso, organizzazione militare e rete di assistenza e controllo sociale.
Il movimento dispone di scuole, ospedali, organizzazioni caritative e strutture economiche autonome. Secondo diverse stime, il sostegno finanziario iraniano vale centinaia di milioni di dollari ogni anno, anche se il valore reale è difficile da quantificare a causa delle reti clandestine utilizzate per aggirare le sanzioni.
Questa struttura parallela rende estremamente difficile per lo Stato libanese riaffermare il monopolio della forza.
La risoluzione 1701 del Consiglio di Sicurezza ONU, approvata nel 2006 dopo la guerra con Israele, prevedeva il disarmo delle milizie nella zona a sud del fiume Litani e il rafforzamento delle forze armate libanesi con il supporto della missione UNIFIL.
Nella pratica, però, Hezbollah ha mantenuto nel territorio una presenza militare incontrastata.
Il problema è soprattutto politico: qualsiasi governo libanese che tentasse di disarmare Hezbollah dovrebbe affrontare una forza che dispone di capacità superiori a quelle dello stesso esercito nazionale. Inoltre, la profonda infiltrazione di Hezbollah nell’esercito regolare stesso vanifica qualsiasi serio tentativo di contrasto.
Infine, non dimentichiamo che Hezbollah non prende nemmeno in considerazione la difesa della popolazione, anzi: il martirio viene considerato un valore religioso e, soprattutto, un fenomenale strumento per il vittimismo propagandistico.
Il futuro: una deterrenza ancora possibile o il rischio di una nuova guerra?
La questione centrale oggi è se il modello strategico costruito da Hezbollah negli ultimi quarant’anni sia ancora sostenibile.
La deterrenza ha funzionato finché tutti gli attori hanno considerato lo status quo preferibile all’escalation. Ma la guerra tra Israele, Hamas e Iran ha modificato il contesto.
Per Israele, la presenza di Hezbollah al confine settentrionale rappresenta una minaccia che non può essere ignorata indefinitamente. Un arsenale di decine di migliaia di missili e razzi a lungo raggio puntati verso città e infrastrutture israeliane costituisce una vulnerabilità strategica permanente.
Per Hezbollah, invece, abbandonare la propria capacità militare significherebbe perdere il ruolo che ha costruito all’interno del sistema regionale iraniano.
Per l’Iran, il movimento libanese rimane uno degli strumenti più importanti della propria strategia di pressione contro Israele. Hezbollah è infatti il principale elemento dell’“asse della resistenza” di Teheran: una rete che comprende anche milizie sciite irachene, gli Houthi nello Yemen e altri gruppi armati regionali.
Il problema è che ogni attore utilizza questa rete per obiettivi diversi. L’Iran può considerare accettabile un certo livello di rischio regionale, mentre la popolazione libanese vive direttamente le conseguenze di ogni escalation.
La storia di Hezbollah dimostra quindi un elemento fondamentale della guerra contemporanea: la superiorità militare non coincide automaticamente con la vittoria politica.
Israele può distruggere depositi, eliminare comandanti e degradare capacità operative. Hezbollah può continuare a rappresentare una minaccia anche dopo pesanti perdite. L’Iran può usare il movimento come strumento di pressione senza necessariamente controllarne ogni decisione.
Il risultato è un equilibrio instabile nel quale nessuno degli attori possiede una soluzione definitiva.
La lezione strategica più importante è forse proprio questa: la deterrenza può congelare un conflitto, ma raramente riesce a risolverlo. Finché il Libano resterà privo di istituzioni capaci di esercitare pienamente la propria sovranità, finché UNIFIL rimarrà incapace di controllare il territorio e finché Hezbollah conserverà una forza militare indipendente dallo Stato, il confine settentrionale di Israele continuerà a essere uno dei punti più pericolosi dell’intero Medio Oriente.
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