


Dalla rivoluzione iraniana alla guerra del 2006, fino alla costruzione di un esercito ibrido dotato di tunnel, missili guidati, droni e capacità operative maturate in Siria: la prima di due puntate sulla storia militare di Hezbollah raccontata da Luca Longo.
Qui la seconda parte
Dalla rivoluzione iraniana alla nascita del “Partito di Dio”
Quando Hezbollah apparve sulla scena libanese all’inizio degli anni Ottanta, pochi avrebbero immaginato che una piccola milizia sorta nel caos della guerra civile sarebbe diventata, quattro decenni più tardi, una delle organizzazioni armate non statali più potenti del mondo.
La sua nascita è inseparabile dalla rivoluzione islamica iraniana del 1979 e dalla successiva invasione israeliana del Libano del 1982. In quel momento il Libano era già da anni precipitato in una guerra civile che aveva frantumato il fragile equilibrio politico costruito dopo l’indipendenza dalla Francia, nel lontano 1943. Il Paese era diventato il terreno di scontro fra milizie cristiane, gruppi palestinesi, forze siriane e interessi regionali contrapposti.
L’ingresso dell’esercito israeliano nel sud del Libano, nel giugno 1982, con l’obiettivo dichiarato di eliminare le infrastrutture militari dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, creò però un nuovo spazio politico e militare. Proprio in quella fase l’Iran capì di avere raggiunto la forza necessaria per esportare la propria rivoluzione oltre i confini nazionali.
Il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) inviò nella Valle della Bekaa centinaia di istruttori militari, consiglieri e religiosi per organizzare le diverse fazioni sciite locali. Da questa rete nacque Hezbollah, letteralmente “Partito di Dio”, che nel 1985 pubblicò il proprio manifesto politico.
Nel documento venivano annunciati il sostegno alla leadership religiosa iraniana e l’assoluta fedeltà all’ayatollah Khomeini. Inoltre, venivano dichiarati gli obiettivi: la costruzione di uno Stato islamico in Libano, l’espulsione delle forze occidentali e l’annientamento dello Stato di Israele.
Nei primi anni Hezbollah era soprattutto una forza di guerriglia. Il suo vantaggio non era rappresentato dalla tecnologia o dalla superiorità numerica, ma dalla capacità di nascondersi fra la popolazione, fondersi con il territorio, sfruttare la conoscenza delle aree rurali del Libano meridionale e condurre una guerra asimmetrica contro un esercito convenzionale.
La strategia era profondamente diversa da quella degli eserciti tradizionali. Hezbollah non cercava lo scontro frontale con Israele, che avrebbe inevitabilmente perso, ma puntava a trasformare ogni operazione militare israeliana in un problema politico e strategico.
Ogni perdita inflitta, ogni attentato, ogni attacco con ordigni improvvisati aveva un valore superiore al danno materiale prodotto: dimostrare che Israele non poteva controllare indefinitamente un territorio ostile.
Questa logica portò progressivamente all’erosione della presenza israeliana nel Libano meridionale. Dopo diciotto anni di occupazione, nel maggio 2000 Israele annunciò il proprio ritiro unilaterale fino alla Linea Blu stabilita dalle Nazioni Unite.
Per Hezbollah fu una vittoria storica. Il movimento poté presentarsi non più come una semplice milizia, ma come la forza che aveva costretto Israele ad abbandonare il territorio libanese.
Quell’evento trasformò profondamente il suo ruolo interno. Da quel momento Hezbollah iniziò una doppia evoluzione: da una parte consolidò la propria struttura politica, entrando stabilmente nelle istituzioni libanesi; dall’altra accelerò la costruzione di una capacità militare autonoma, sempre più simile a quella di un esercito regolare.
La guerra del 2006 e la nascita dell’esercito sotterraneo
Il salto strategico definitivo arrivò con la guerra del 2006.
Il conflitto iniziò il 12 luglio di quell’anno, quando combattenti di Hezbollah attraversarono la Linea Blu, uccisero alcuni militari israeliani e ne catturarono altri due. La risposta israeliana fu una vasta campagna militare aerea e terrestre contro le infrastrutture del movimento nel Libano meridionale.
Per Israele quella guerra avrebbe dovuto ristabilire la deterrenza e distruggere la capacità militare di Hezbollah. Per Hezbollah, invece, rappresentò una prova della propria capacità di sopravvivere a un confronto diretto con una delle forze armate tecnologicamente più avanzate del mondo.
Il bilancio militare fu complesso. Israele inflisse danni significativi alle infrastrutture e uccise numerosi combattenti, ma non riuscì a ottenere una vittoria decisiva. Hezbollah continuò a lanciare razzi fino al cessate il fuoco imposto dalla Risoluzione 1701 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU.
La lezione strategica che il movimento trasse fu chiara: non poteva competere con Israele nella guerra convenzionale, ma poteva impedirgli di ottenere una vittoria rapida attraverso una combinazione di dispersione delle forze, protezione sotterranea e capacità missilistica.
Per vincere un conflitto non doveva sconfiggere il nemico sionista ma, come un cancro, gli bastava sopravvivere allo scontro per poter tornare a proliferare di nascosto.
Negli anni successivi Hezbollah costruì, quindi, una struttura militare completamente diversa rispetto alla milizia degli anni Ottanta.
Il cuore della nuova strategia fu il sistema sotterraneo nel Libano meridionale. Non semplici tunnel di collegamento, ma una vera infrastruttura militare nascosta: depositi di munizioni, centri di comando, bunker, strutture per il lancio dei missili e grandi basi logistiche collegate fra loro.
Questa rete aveva una funzione precisa: sopravvivere all’indiscutibile superiorità aerea israeliana.
La differenza rispetto ai fragili e angusti tunnel costruiti da Hamas nella Striscia di Gaza è sostanziale. Quelli di Hamas sono stati progettati principalmente come reti di infiltrazione, deposito e movimento sotto un territorio densamente popolato e composto in larga parte da friabili terreni sabbiosi e alluvionali.
Le infrastrutture di Hezbollah nel sud del Libano sono invece sistemi militari permanenti scavati nelle montagne e nelle rocce carbonatiche, progettati per resistere ai bombardamenti e consentire la completa gestione e il coordinamento delle operazioni anche sotto attacco.
Secondo diverse valutazioni dell’intelligence israeliana e occidentale, negli anni precedenti alla guerra iniziata nel 2023 Hezbollah disponeva di un arsenale compreso fra 120.000 e 150.000 razzi e missili, una quantità superiore a quella posseduta da molti eserciti nazionali.
L’arsenale comprendeva sistemi a corto raggio, come i semplici razzi di tipo Katyusha, missili a medio raggio Fateh-110 di produzione iraniana e versioni locali o modificate di sistemi siriani e iraniani.
Il vero salto qualitativo fu però rappresentato dalla precisione.
Per anni Hezbollah aveva posseduto soprattutto una capacità di saturazione: lanciare grandi quantità di razzi poco precisi contro il territorio israeliano. Si trattava di poco più di tubi pieni di propellente solido, con un carico di esplosivo in cima e un innesco a pressione sulla punta.
Successivamente, grazie al trasferimento di tecnologia iraniana, il movimento iniziò a sviluppare capacità di trasformazione dei razzi tradizionali in missili guidati.
Questo cambiamento aveva un valore strategico enorme. Un missile impreciso può colpire una città; un missile guidato può colpire una centrale elettrica, una base militare, un aeroporto, un impianto industriale o un’infrastruttura energetica.
La minaccia non era quindi soltanto quantitativa, ma qualitativa.
Parallelamente, Hezbollah sviluppò altre capacità: droni da ricognizione e attacco, sistemi anticarro avanzati come i missili Kornet, acquistati in Russia e trasferiti attraverso la Siria, missili antinave e una struttura di intelligence interna estremamente capillare.
La guerra in Siria, iniziata nel 2011, accelerò ulteriormente questa trasformazione.
A differenza di Hamas, che aveva combattuto principalmente in un ambiente urbano confinato, Hezbollah partecipò a una vera guerra regionale, combattendo accanto all’esercito siriano e alle forze iraniane contro i gruppi ribelli e lo stesso Stato Islamico.
Quest’ultimo, infatti, è di matrice sunnita e jihadista, mentre Hezbollah è sciita: si tratta di due formazioni islamiche altrettanto fondamentaliste quanto irriducibilmente antagoniste fra loro.
Quell’esperienza fornì ai suoi combattenti capacità completamente nuove: operazioni offensive coordinate, uso dell’artiglieria, cooperazione con forze convenzionali e gestione di grandi unità combattenti.
Nel giro di pochi anni Hezbollah era passato dall’essere una banda di guerriglieri territoriali a una forza militare ibrida, con caratteristiche vicine a quelle di un grande esercito organizzato.
Continua.
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