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“Germania” di Tacito (98 d.C) è un libello in cui il pupillo dell’imperatore Vespasiano descrive vizi e virtù delle tribù nordiche insediate ai suoi tempi nelle terre attorno al Reno. Il filologo classico Dino Baldi ne ha pubblicato una nuova traduzione, impreziosita da un denso saggio critico (Quodlibet, 2020). “De origine et situ Germanorum”, come recita il titolo originale, si divide in due parti: nella prima sono trattati l’aspetto geografico della regione, gli usi e la vita quotidiana degli abitanti, l’organizzazione politica, sociale e militare, le istituzioni familiari, la religione. Nella seconda, con rapidi cenni si passano in rassegna le singole popolazioni, da quelle più conosciute e civili a quelle più primitive, dove affiora una forte simpatia per quelle genti sane e immuni dai guasti prodotti dal lusso e dalla ricchezza. “Truces et caerulei oculi, rutilae comae, magna corpora” (“Hanno occhi azzurri e fieri, i capelli fulvi e sono di grande corporatura”). La robustezza dei guerrieri germanici, la loro statura imponente, lo sguardo truce, avevano già colpito i centurioni di Cesare che ne erano rimasti atterriti.
Heinrich Himmler lesse per la prima volta “Germania” nel 1924. Il futuro capo delle SS non nascose il suo entusiasmo per i capitoli sulla purezza dei “Germanen”, e capì subito quale formidabile strumento di propaganda potessero costituire. Che, poi, Tacito li avesse descritti anche come ubriaconi, collerici, pronti a giocarsi ai dadi la libertà personale, veniva tranquillamente passato sotto silenzio. Nel luglio del 1935, vivamente impressionato dalle teorie di Hermann Wirth, Himmler decise di creare insieme a lui un’associazione, la “Deutsche Ahnenerbe” (“Eredità degli antenati tedeschi”), che aveva lo scopo di promuovere “la scienza dello spirito preistorico tedesco”: scopo apparentemente scientifico, ma chiaramente finalizzato alla ricostruzione del mito della razza ariana.
Qualche anno dopo Himmler ribadì che l’associazione si proponeva di sviluppare lo studio dell’antichità germanica e dell’identità razziale dei germani, per trasmetterla al popolo quale insegnamento di vita. Si spiega così il suo tentativo di impossessarsi del manoscritto originale di Tacito, incluso nel celebre “Codex Aesinas” e custodito a Jesi nella biblioteca del conte Balleani. Su consiglio di Himmler, Hitler chiese di poterlo avere in prestito direttamente a Benito Mussolini, in visita a Berlino per le Olimpiadi del 1936, proposta subito accettata dal Duce. Due anni dopo il Führer chiese di poter acquistare il manoscritto ma il ministro dell’Educazione Nazionale Giuseppe Bottai, sentito anche il parere di una commissione di intellettuali contraria all’esportazione del prezioso manoscritto, comunicò che il proprietario non aveva intenzione di vendere.
Cinque anni dopo, nell’autunno del 1943, un drappello di SS fece irruzione nella sua villa trovandola però vuota, perché abbandonata dalla famiglia Balleani a causa del precipitare degli eventi bellici. Una vera e propria ossessione, quella di uno degli uomini più potenti e crudeli del regime hitleriano, raccontata da Christopher B. Krebs in un saggio magistrale, che meriterebbe di essere ristampato in tempi segnati dal riemergere di inquietanti pulsioni antisemite e razziste (“La Germania di Tacito dall’impero romano al Terzo Reich, Il Lavoro Editoriale”, 2012). Secondo l’insigne docente di Filologia classica alle Università di Harvard e Princeton, l’opera del senatore romano esercitò una grande influenza per quasi cinque secoli perché forniva una risposta a una domanda legittima: la fondazione di una coscienza nazionale tedesca. Infatti, prima che la Confederazione del nord e i principati del sud si unissero per formare l’impero germanico (18 gennaio 1871), non esisteva uno stato nazionale tedesco e i cartografi sospiravano guardando l’Europa centrale, disperati per la confusione in cui versava. Prima di allora la Germania esisteva solo come sentimento.
Agli inizi del Cinquecento, umanisti che vivevano al nord delle Alpi si autodefinivano “tedeschi” e spingevano i loro connazionali a studiare e riunirsi in difesa della patria. Essi trovarono nell’opuscolo di Tacito questa patria: un popolo di uomini coraggiosi dai costumi rozzi, se paragonati a quelli raffinati dei romani, ma dalle superiori virtù morali e appartenenti a una stirpe incontaminata. L’ideologia nazista, quindi, non è nata dal nulla. Nella creazione dei suoi concetti basilari (razzismo e mito del “Volk”) la “Germania” -afferma Krebs- è un libro molto pericoloso non perché si adattava alla cornice del nazionalsocialismo, ma perché ha contribuito a formarla. Ad esempio, le leggi di Norimberga “per la difesa del sangue e dell’onore tedesco”, approvate nel 1936, vietavano i matrimoni tra ebrei e tedeschi, così come si credeva che ai “Germanen” di Tacito fossero imposte restrizioni alla libertà di contrarre matrimonio con stranieri.
Le idee assomigliano ai virus: dipendono dalle teste che le ospitano. Si moltiplicano e cambiano nella forma o nella struttura, si uniscono e formano le ideologie. Esse si diffondono attraverso i secoli e passano da un gruppo sociale a un altro. Il virus della “Germania”, importato alla fine del Quattrocento dall’Italia, mostrò localmente diversi sintomi nei testi storici, nei trattati linguistici, nella cultura e nella politica, nelle leggi, nelle teorie razziali, e persino nei manuali scolastici; e tutti erano prova di una grave malattia. Poi, dopo trecentocinquant’anni di incubazione, il male si aggravò e sfociò in una infezione sistemica culminata nella tragedia più immane del Novecento.
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