

Harold Bloom, il grande critico letterario americano scomparso nel 2019 all’età di 89 anni, evidenzia un fenomeno diffuso e significativo, se non addirittura cruciale: quello costituito dalla crescente e inesorabile eterodirezione nelle scelte culturali, ormai non inferiore, al contrario di quanto avveniva in passato, a quella attribuibile a qualsiasi altro settore merceologico. Ne Il canone occidentale scrive infatti: “Quelle che oggi chiamiamo «facoltà di inglese» verranno ribattezzate facoltà di «studi culturali», in cui il rock, i film, la televisione, i fumetti di Batman e i parchi tematici mormoni sostituiranno Chaucer, Shakespeare, Milton, Wordsworth e Wallace Stevens”.
Quella che per lui, circa venticinque anni fa, era una profezia di sventura oggi è una constatazione, dato che basta entrare in una libreria per scoprirla foderata di luccicanti best-seller, quasi sempre destinati all’irrilevanza, mentre i capolavori della letteratura mondiale sono rintracciabili solo con l’aiuto di qualche commessa che talora ignora la loro esistenza e che spesso finisce con il comunicarci che il libro dev’essere ordinato.
Per appurare lo stato delle cose si potrebbe fare a riguardo anche un altro esperimento interessante: un test a studenti di una quinta superiore che potrebbe consistere nel mettere loro davanti qualche pagina di cinque capolavori universalmente riconosciuti, ma che non fanno parte dei loro programmi scolastici, in prosa e in una traduzione contemporanea, e cinque pagine tratte da libri ben scritti, ma che nella storia della letteratura sono praticamente insignificanti. Quanti saprebbero riconoscere le pagine di qualche valore estetico e letterario rispetto alle altre? Quanti, abituati a leggere poco e frettolosamente qualsiasi cosa, e per lo più quel che il mercato loro ammannisce, saprebbero riconoscere un classico che non gli sia stato presentato come tale?
Queste circostanze, che denotano già un decadimento della lettura, del piacere che è con essa connesso e del gusto estetico che dovrebbe essere sempre esercitato da chi legge, possono essere ricondotte, secondo Bloom, all’impazienza che non ci consente più di avere con la lettura il rapporto che vi abbiamo intrattenuto per secoli. Se infatti stiamo disimparando l’arte di leggere è perché stiamo sostituendovi una sorta di ossessione visiva: “vogliamo vedere una cosa subito e poi dimenticarla. La lettura profonda è tutt’altro, richiede pazienza e memoria”, mentre la cultura visiva non richiede né l’una né l’altra.
Ma il declino della lettura profonda non è privo di conseguenze, perché se dimentichiamo come leggere finiremo per annegare nei media visivi. Oggi s’insegna a leggere più per scopi sociali o conoscitivi che per imparare ad apprezzare il piacere della lettura e la qualità di quanto si legge, e non è un caso che, come osserva Bloom, negli Stati Uniti siano ormai “pochi gli studenti che s’iscrivono a Yale con un’autentica passione per la lettura”.
Naturalmente, questa crescente disaffezione non dipende solo da ciò che si fa o non si fa nelle scuole e nelle università. I tempi interiori cui l’uso di apparecchi elettronici, di internet e dei social ci stanno abituando sono in effetti completamente diversi da quelli che caratterizzano una buona prosa. Questa è spesso costituita da periodi complessi e articolati, da un indugiare su dettagli descrittivi e sfumature psicologiche da cui traspare sovente il piacere stesso del narrare e che richiede, da parte del lettore, un abbandono ai suoi tempi e quasi un rapporto simbiotico con quel piacere. Tale abbandono comporta però a sua volta il distacco dal proprio tempo quotidiano per immergersi completamente in quello della narrazione, circostanza questa che è in conflitto con l’assuefazione a vivere in modo sempre più accelerato e compulsivo.
Se pensiamo ai grandi classici del passato, caratterizzati da una lentezza che sembrava talora ostentata e che si svolgevano in modo divagante, indugiando su dettagli a volte apparentemente insignificanti ma in realtà essenziali per inquadrare un personaggio o decifrare un’emozione, tutte queste circostanze sono molto diverse da quelle scandite dal tempo frammentato in cui oggi viviamo, sentiamo e pensiamo. Questo tempo, il nostro tempo, è infatti contrassegnato dalla fretta e dall’impazienza e mal si concilia con l’ascolto, con la contemplazione, con l’annoiarsi, con quel lasciar lavorare l’immaginazione e il pensiero che la noia spesso accompagna, e non a caso oggi, anche in virtù di questa fretta e di questa impazienza, la tendenza dominante è proprio quella di lasciar decidere ai media il tipo di libro da comprare, che spesso poi si rivela essere quello che meglio si presta a una lettura veloce e poco problematica.
Questa tendenza suggerisce l’ipotesi che sia in atto un declino culturale che non si è capaci di scongiurare in molti ambiti diversi, un declino contrassegnato da una nostra sempre minore libertà effettiva. Sebbene siamo tutti più informati rispetto a qualche decennio fa, non sappiamo leggere altrettanto bene, non sappiamo scrivere ed esprimerci altrettanto bene, non sappiamo interloquire con punti di vista diversi dal nostro in modo altrettanto rispettoso dell’opinione altrui e non sappiamo nemmeno, in un’epoca di sempre più diffusi relativismi e populismi, pensare con lo stesso rigore e con la stessa coerenza, dimostrando quell’amore per la verità che in passato costituiva spesso un riferimento certo nella costruzione della propria visione del mondo e del proprio rapporto con gli altri.
Il motto del generale Kutuzov, “tempo e pazienza, pazienza e tempo”, da lui più volte ripetuto ai suoi colleghi generali come elemento cardine della sua strategia per sconfiggere Napoleone, potrebbe quindi essere oggi preso in prestito non solo per vincere una guerra contro l’arbitraria invasione di un esercito straniero, ma anche per sconfiggere la censura indiretta operata dalle leggi di mercato e dalle consorterie mediatiche verso i capolavori della letteratura, e dunque anche per consentire a molti lettori di leggere o rileggere Guerra e pace.
La capacità di attingere dalla lettura di questo e di altri classici quelle emozioni e quelle riflessioni fuori dal comune che sono in grado di trasformare la vita di ogni lettore, d’incidere per sempre sulla sua visione del mondo e di sé stesso, sta purtroppo venendo meno e corriamo il rischio di trovarci a breve perfettamente immersi nella profezia di Bloom, e cioè in un mondo in cui solo pochissime persone sapranno distinguere un capolavoro da una fioca e stereotipata iridescenza dei tempi correnti e in cui nessuno saprà saziarsi a dovere di una pochezza letteraria che godrà di sempre maggiori e più effimeri successi, ma che sarà comunque in grado di saturare le librerie schermando l’accesso ai libri del Canone.
E non facciamoci soverchie illusioni: il pieno accesso a quei libri non potrà essere ripristinato se non ripartendo dall’amore per la lettura, che è inseparabile da quello del raccoglimento e della solitudine perché, come scrive Bloom, “non potete insegnare a qualcuno ad amare la grande poesia se quella persona viene da voi senza quell’amore. Come si fa a insegnare la solitudine? La lettura vera è un’attività solitaria”.
Ma quali sono oggi le difficoltà maggiori affinché un nuovo autentico amore per la lettura possa riaffiorare dalle sue ceneri? Oltre alla frenesia che contraddistingue il nostro quotidiano rispetto ad alcuni decenni fa, notevolmente implementata dall’utilizzo di internet, cellulari e social network, una delle concause della scarsa propensione ad abbandonarsi a una “lettura profonda” – come la definisce Bloom – dipende anche dal fatto che “gli studiosi di letteratura si sono trasformati in politologi dilettanti, sociologi malinformati, antropologi incompetenti, filosofi mediocri e storici culturali sovradeterminati”.
Tutti costoro “nutrono risentimento nei confronti della letteratura, oppure se ne vergognano, o semplicemente non sono per nulla amanti della lettura. Per loro, leggere una poesia, un romanzo o una tragedia shakespeariana è un esercizio di contestualizzazione, ma non nel senso ragionevole di circoscrivere antecedenti adeguati. A prescindere dai criteri di scelta, i contesti si vedono attribuire una forza e un valore maggiori di quelli che Milton attribuì al poema, Dickens al romanzo o Shakespeare al Macbeth”.
In realtà, il risentimento verso il piacere della letteratura che domina ormai da tempo nelle accademie e in molti salotti culturali costituisce il filtro che è quasi impossibile bypassare per molti giovani che si avvicinano alla lettura. Si tratta di un filtro che riesce in prevalenza a selezionare solo quelli che hanno già in nuce al loro interno il germe dello stesso risentimento. Gli altri, quelli che ne sono privi, dovranno individuare un loro percorso di accesso alternativo, immune dalla tentazione intellettualistica di anteporre la somministrazione ai testi di categorie critiche di dubbia pertinenza alla lettura vera e propria.
A proposito delle correnti che si sono nel corso del tempo imposte in questo scenario, Bloom dichiara di non aver mai aderito a nessuna e si professa in questo marxista, ma non nel senso di Karl Marx, bensì in quello di Groucho Marx. Quando questi disse: “qualsiasi cosa sia, io sono contrario”, espresse infatti bene, e con un certo anticipo, la sua posizione in merito.
“Io sono stato contrario – scrive Bloom – di volta in volta, al nuovo criticismo neocristiano, di T.S. Eliot e dei suoi seguaci accademici; al decostruttivismo di Paul de Man e dei suoi cloni; alle attuali sfuriate della nuova sinistra e della vecchia destra sulle presenti ingiustizie, e sulle moralità ancora dubbie, del Canone letterario. I rarissimi critici poderosi non ampliano, non modificano e non rivedono il Canone, anche se compiono senza dubbio un tentativo in questo senso. Tuttavia, consapevolmente o meno, non fanno che ratificare la vera opera di canonizzazione, che viene compiuta dal perpetuo agone tra passato e presente”.
Ci vogliono circa due generazioni dalla morte dell’autore per capire se le sue opere possono entrare a far parte del Canone e, per Bloom, “il Canone occidentale è Shakespeare e Dante. Più in là vi è ciò che hanno assorbito e che li assorbe. Ridefinire la «letteratura» è un’impresa vana perché è impossibile usurpare una forza cognitiva sufficiente per racchiudere Shakespeare e Dante”.
Se è vero, come la tradizione ci suggerisce, che “l’io libero e solitario scrive per superare la mortalità”, in virtù della stessa aspirazione lo stesso io che legge può partecipare della grandezza di chi per via letteraria quella mortalità ha superato. Amando le stesse pagine lette e amate da molte altre persone disperse in un tempo passato, presente e futuro, l’io del lettore può infatti trasfondersi in loro, valicare i propri angusti confini, scivolare morbidamente in un regno di prospettive estetiche e letterarie destinate a rimanere sospese a mezz’aria tra le pagine di quei libri e le anime dei loro lettori per un tempo indefinito.
Il confronto con i grandi della letteratura, se in certo modo riflette il desiderio di partecipare della loro grandezza, per altro verso lo trascende, in quanto trascende la stessa dimensione individuale per entrare a far parte della moltitudine di riflessi che scaturiscono da un unico Aleph impersonale. Se il nostro destino culmina nella vecchiaia e nella morte, ciò che i lettori hanno provato leggendo le stesse pagine in tempi e luoghi anche molto distanti costituisce infatti una modulazione dello stesso tema, una variante fluida e sfuggente dello sguardo e dell’ascolto di un immaginario e possibile lettore assoluto. Poiché il legame sottile che può crearsi tra il suo vissuto virtuale e quello di ogni lettore particolare non è più cancellabile, ciò che rimane dopo la lettura va oltre le scorie del tempo in cui è confinata ogni esistenza.
Per questo, se sapremo non disperdere il piacere di leggere, opponendoci all’abitudine di farlo in modo frettoloso e improprio, se sapremo cioè evitare di subordinare la stessa lettura ad altri scopi più o meno elevati o pratici, ripudiando l’impazienza che l’ha da tempo contaminata, è lecito sperare che quel legame sottile con quel lettore assoluto sappia ancora rinnovarsi, dischiudendo gli scaffali più esposti delle librerie alle opere del Canone e a quelle future destinate ad accedervi.
Harold Bloom, Il canone occidentale. I libri e le scuole delle età, Milano, Rizzoli, 2018 (2008).

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