“Secondo quanto riporta il Wall Street Journal sulla base di una serie di messaggi tra Sinwar e gli altri leader di Hamas – ha scritto Marta Serafini sul Corsera – dietro le sue resistenze (si fa riferimento alla tregua per il cessate il fuoco) ci sarebbe un cinico calcolo politico: più combattimenti e più morti civili palestinesi si traducono in un vantaggio per Hamas. In tutti gli scambi, scrive il giornale statunitense, emerge un freddo disprezzo per la vita umana”. Sinwar traccia anche un parallelismo tra il conflitto a Gaza e la guerra civile algerina, conflitto che ha fatto centinaia di migliaia di vittime. «Questi sono sacrifici necessari».
Per chi scrive, questo freddo disprezzo di Sinwar non rappresenta esattamente una sorpresa. Eppure, sono frasi che consentono di ricostruire molto bene la geometrica premeditazione dell’operazione “Alluvione Al-Aqsa” che causò la morte di 1139 israeliani e di tutto quello che ne è conseguito. Più d’una volta mi sono interrogato sul motivo di una carneficina di quella portata e con quelle modalità barbariche. Le parole di Sinwar lo spiegano: scatenare la reazione d’Israele nella forma più rabbiosa possibile, premeditare il sacrificio della vita di civili palestinesi usandoli come scudi umani ed innescare la prevedibile indignazione internazionale con il corollario dell’abusiva ma efficacissima narrazione sul genocidio.
Nascosti nella rete di tunnel costruiti sotto Gaza, i leader di Hamas hanno freddamente precostituito uno scenario di guerra urbana. “Abbiamo gli israeliani esattamente dove li vogliamo – dice Sinwar – e finché i combattenti saranno ancora in piedi e non avremo perso la guerra, i negoziati dovrebbero essere immediatamente interrotti. Abbiamo le capacità per continuare a combattere per mesi”. Non occorre aggiungere altro.
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