

Lo spazio non è più soltanto il regno dell’esplorazione scientifica e della conquista tecnologica, oggi è molto di più. E se magari domani sarà anche la prossima trincea?
In un mondo già in fiamme per i conflitti in Ucraina e a Gaza, e con oltre ottanta focolai di crisi sparsi per il pianeta, i venti di guerra continuano a soffiare sempre più forti. Ma fino a dove si spingerà questa escalation globale? Le parole del Presidente della Repubblica, pronunciate durante la sua recente visita in Slovenia, dopo la violazione dello spazio aereo polacco da parte di diciannove droni, presumibilmente provenienti dalla Russia, risuonano come un monito:
«Quello che allarma è che ci muoviamo su un crinale per cui, anche senza volerlo, si può scivolare in un baratro di violenza incontrollabile».
Il Capo dello Stato evita volutamente il termine “guerra”, con la cautela che la situazione impone, ma il peso di quelle parole rimane pesante come un macigno. Speriamo non siano profetiche.
Ma, ragionando in maniera speculativa, se un’eventualeprossima guerra globale non si combattesse sulla Terra, bensì sopra le nostre teste? Sarebbe davvero un’alternativa meno drammatica o, al contrario, una prospettiva ancora più pericolosa? In un cielo ormai affollato di satelliti, il semplice lancio di nuovi veicoli spaziali potrebbe arrivare a trasformarsi nella miccia di un conflitto.
In quest’ultimo periodo, il panorama è radicalmente cambiato: non solo Stati Uniti e Russia, ma anche la Cina e potenze emergenti come l’India hanno intrapreso programmi spaziali a forte valenza militare. Lo spazio, d’altronde, è stato “militarizzato” sin dalle origini, sebbene inizialmente con compiti di supporto — dalla geolocalizzazione alle previsioni meteo — alle operazioni terrestri. Oggi però i segnali di un’escalation bellica in orbita sono più frequenti.
Proviamo a fare un passo indietro: durante la Guerra Fredda i satelliti ebbero un ruolo cruciale nell’equilibrio nucleare fra i due blocchi, per poi evolversi, come detto, in strumenti a supporto di operazioni più convenzionali. L’avvento delle munizioni a guida GPS e, in seguito, la “guerra al terrore” seguita all’11 settembre, hanno reso evidente quanto le capacità spaziali moltiplichino esponenzialmente l’efficacia delle operazioni militari, dai droni agli attacchi di precisione.
Il primo grande tentativo di militarizzazione dello spazio rimane lo “scudo spaziale”, annunciato da Ronald Reagan nel 1983: una difesa antimissile che, più che un progetto operativo, fu una strategia per logorare economicamente l’Unione Sovietica. Oggi, quarant’anni dopo, molte di quelle tecnologie non sono più fantascienza, ma realtà a disposizione delle grandi potenze.
Dalla fine della Guerra Fredda, tre dinamiche hanno segnato la corsa allo spazio militare: il passaggio da strumenti strategici a usi operativi, l’aumento vertiginoso dei satelliti in orbita e la progressiva tendenza all’armamento, che trasforma i satelliti stessi in bersagli. Il fenomeno si è intensificato con le nuove tensioni geopolitiche e con la rivoluzione del cosiddetto “New Space”.
Sempre più governi vedono nello spazio non solo un moltiplicatore della difesa, ma anche un settore in cui l’industria militare e quella spaziale si alimentano a vicenda. Le sinergie pubblico-private sono ormai considerate indispensabili: non solo contratti, ma partnership e consorzi che generano innovazione, competitività e capacità operative. È proprio il settore privato, infatti, a spingere l’innovazione, ridefinendo i paradigmi del potere spaziale e l’equilibrio geopolitico.
Un punto cruciale riguarda il “dual use”: le tecnologie spaziali hanno applicazioni civili e militari intrecciate, e la convergenza tra sistemi commerciali e governativi è sempre più evidente. In Europa questo significa sovranità tecnologica e difesa integrata, con programmi come “Iris2”, concepito per garantire comunicazioni sicure e resilienti senza competere ma piuttosto integrando pubblico e privato. Parallelamente, l’UE ha sviluppato radar e sensori propri per il monitoraggio orbitale, segno di un impegno crescente verso l’autonomia.
Questo sviluppo risponde alla necessità di disporre autonomamente di capacità proprie per la sicurezza, la difesa e la stabilità operativa nello spazio. Lo sviluppo di armi antisatellite e lo spiegamento di satelliti con capacità di sorveglianza e neutralizzazione hanno reso la sicurezza spaziale una vera priorità. L’UE e la NATO hanno rafforzato molto la loro cooperazione in questo campo, promuovendo iniziative per la protezione delle infrastrutture critiche in orbita.
Non sorprende, quindi, che molti Stati abbiano creato comandi spaziali dedicati: dagli Stati Uniti – che hanno ripreso lo sviluppo del “Golden Dome”, uno scudo difensivo a più livelli, sulle ceneri del vecchio scudo spaziale reaganiano e sulla falsariga del vincente “Iron Dome” israeliano – con la loro “Space Force” alla Francia, dal Regno Unito alla Germania, fino alla Russia, Cina e Giappone.
Anche l’Italia si è dotata di un Comando delle Operazioni Spaziali (COS), istituito nel giugno 2020, per potenziare la capacità nazionale di operare e difendere gli assetti spaziali. È un comando interforze dipendente dal Comando Operativo di Vertice Interforze (COVI) e si occupa della protezione e dell’uso sicuro degli assetti spaziali italiani, come i satelliti di telecomunicazione e osservazione.
Perché lo spazio, come la guerra terrestre, marittima, aerea o cibernetica, non è un dominio isolato: ogni satellite dipende da stazioni di terra, vulnerabili a bombardamenti, sabotaggi o attacchi informatici. Ed un nuovo tabù è già caduto: quello dell’interferenza diretta fra satelliti.
Quanto agli armamenti, la fantascienza non è affatto così distante. Missili e cannoni montati in orbita sono già stati sperimentati; in futuro, i satelliti “scorta” o i laser a energia diretta potrebbero diventare realtà operativa. Per ora restano dei limiti tecnici, soprattutto energetici, ma la traiettoria è ormai tracciata.
La domanda iniziale, però, rimane: sarebbe un bene o un male spostare i conflitti bellici in orbita?
Un conflitto spaziale ci priverebbe all’istante di Internet, televisione, GPS, previsioni meteo, monitoraggi ambientali, servizi bancari, trasporti, reti ospedaliere e centrali elettriche e termiche. La ricerca scientifica stessa sarebbe gravemente e quasi irrimediabilmente compromessa. In poche ore torneremmo indietro di decenni, al freddo e al buio, precipitando in una crisi logistica e tecnologica senza precedenti. Ma forse — è una magra consolazione — si potrebbero risparmiare molte vite umane, rispetto a una guerra totale, combattuta sul suolo terrestre.
E, tuttavia, lo scenario peggiore potrebbe comunque essere un altro: se a prevalere in una guerra spaziale fosse una potenza autoritaria, la posta in gioco non sarebbe soltanto l’accesso a infrastrutture vitali, ma la perdita di un valore che l’umanità ha conquistato nei secoli, a prezzo di enormi sacrifici: nella guerra tra le stelle, il vero prezzo da pagare potrebbe essere la Libertà.
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