
Ogni tanto un sano pessimismo e un richiamo alla dura realtà possono aiutare a giudicare freddamente ciò che avviene intorno, mettendo in dubbio l’ottimismo della volontà e spingendoci a pensare a strade diverse da quelle percorse finora dall’umanità, con l’aiuto della storia.
Giulio Cesare attese beffardo che recassero al suo cospetto Vercingetorige sconfitto e in catene, mollemente accovacciato su un muretto di pietre fuori del castra romano.
Aveva un’espressione tragicamente desolata il ministro degli Esteri giapponese Mamoru Shigemitsu, alla firma della resa davanti al generale Douglas MacArthur sulla corazzata Missouri.
Induce a compassione il sorriso forzato del generale Giuseppe Castellano mentre stringe la mano al comandante in capo delle forze alleate Dwight Eisenhower, dopo aver cofirmato con il generale americano Walter Bedell Smith il cosiddetto armistizio breve di Cassibile, il 3 settembre 1943: in realtà una resa incondizionata.

Così, drammaticamente, terminano le guerre in tutte le epoche. I vincitori sono talvolta inflessibili, talvolta magnanimi; gli sconfitti, costretti a fare buon viso a cattivo gioco, non riescono a celare la propria disperazione.
L’illusione della pace
Dopo la seconda guerra mondiale, con il subentrare dell’ONU alla fallimentare Società delle Nazioni, fiorì la speranza che la potenza militare non dovesse più prevalere sul diritto internazionale e sull’autodeterminazione dei popoli.
L’ONU avrebbe dovuto essere una diga contro Stati aggressivi e autocrati guerrafondai. Ma la sua composizione e il suo regolamento — nati dal compromesso delle potenze vincitrici — ne hanno svuotato nel tempo la funzione, oggi soggetta a critiche sempre più assidue.
Purtroppo la guerra, sotto varie forme e a diverse latitudini, non ha mai cessato di essere presente nel mondo. Chi invoca la pace universale dice una cosa ovvia, eticamente corretta, ma pateticamente anti-storica.
L’equilibrio delle armi
Si assume che l’unica circostanza accettabile per una guerra sia quando le armi sono al servizio della difesa della libertà minacciata da regimi autoritari. Ma, a ben guardare, dalla pax romana a quella americana, l’equilibrio mondiale si è sempre retto sulle armi di una potenza invincibile.
Paradossalmente, l’arma distruttiva finale inventata dall’uomo — l’atomica — è oggi il principale baluardo contro la deflagrazione di una guerra mondiale. Eppure, una moltitudine di conflitti locali si combatte alle soglie dell’Europa, la bella addormentata nel bosco, compresa l’Italia, che nell’articolo 11 della sua Costituzione «ripudia la guerra come strumento…».
L’Europa e le sue contraddizioni
Gli ottant’anni di pace vissuti dall’Europa derivano dalla devastazione materiale e dai lutti dei popoli sconfitti procurati dai vincitori. Tuttavia la culla della civiltà del diritto, di fronte al possibile riemergere di un nemico aggressore, si divide ancora sulla necessità di difendere i propri confini.
A nulla vale ricordare che le istanze economiche, territoriali e demografiche, le disparità sociali, le religioni e le ideologie politiche sono da sempre generatrici di guerre, sinora vanamente contrastate.
Al contrario, il panorama è reso più complesso dall’affacciarsi su scala planetaria di nuovi Paesi — un tempo appartenenti al Terzo Mondo — che hanno raggiunto potenza economica e militare e pretendono, giustamente, di giocare un ruolo da protagonisti.
Il ritorno della forza
Questo mutamento del quadro generale sta facendo compiere dei passi indietro. Le grandi potenze, che avevano garantito un lungo periodo di pace sostanziale basata sull’equilibrio del terrore, non trovano altra soluzione che ricorrere di nuovo alla forza e al ricatto militare per mantenere lo stallo, seguendo il vecchio adagio romano: Si vis pacem, para bellum.
Dietro tutto ciò perdura la legge economica che vuole che i Paesi poveri producano a basso costo le merci per i Paesi ricchi e cedano agli stessi le materie prime necessarie all’alta tecnologia.
Nel contempo, i Paesi ricchi e dominanti — un tempo colonialisti — hanno escogitato sofisticati sistemi di sfruttamento che hanno sostituito la necessità di dominare materialmente altri popoli.
Tutti lo sanno, compresi gli Stati a economia controllata, che in questo si comportano come le democrazie liberali, pur sostenendo ipocritamente di voler scardinare il vecchio sistema.
L’utopia del disarmo
Dunque, non se ne esce? Anche in questo caso, le lenti ideologiche deformano la realtà piegandola ai propri desideri.
Ma solo una guerra vinta contro l’Occidente potrebbe cambiare non il sistema, bensì chi lo governa. È dura a dirsi, ma è così — con buona pace di chi, come la Santa Sede, le sinistre mondiali, i riformisti di buona volontà, gli intellettuali e i pacifisti — non lasciano passare giorno senza un richiamo a deporre i contrasti e lavorare per la pace nel totale disarmo, investendo i risparmi così ottenuti nel miglioramento delle condizioni di vita dell’intera umanità.
Il disarmo è come pensare a uno Stato che, al suo interno, possa garantire la pacifica convivenza privo di forze dell’ordine e di luoghi di reclusione.
Su scala mondiale non si può prescindere da un analogo assetto, senza infingimenti illusori.
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I Paesi poveri spesso non hanno scelta nel chiamare le imprese dei Paesi avanzati perché non hanno tecnologia e capitale umano necessari ad estrarre certe materie prime o a produrre beni di un certo valore. Poi spesso sono sorretti da dittature e oligarchie corrotte che non si preoccupano troppo dei diritti dei cittadini e dei lavoratori, e a questo alle imprese estere fa comodo finché le loro proprietà e i loro beni non vengono toccati.