

Nel 2022 sono arrivate le prime ammissioni ufficiali sulla cosiddetta “Campagna della Spirale”. La Danimarca ha confermato l’esistenza di un programma sistematico che, tra il 1966 e il 1975, ha portato all’inserimento di dispositivi intrauterini (IUD) in circa 4.500 donne e ragazze inuit groenlandesi, alcune di appena 13 anni. Non fu un errore medico, ma un intervento di ingegneria demografica che colpì, di fatto, la metà della popolazione fertile dell’isola.
Questo caso mostra cosa è stata la colonizzazione per gli inuit, che rappresentano quasi il 90 per cento della popolazione. Il punto non è se la Groenlandia debba appartenere alla Danimarca o agli Stati Uniti. Il punto è l’autodeterminazione dei groenlandesi. La pretesa di Trump va combattuta tenendolo sempre bene a mente.
Ma come si arriva a sterilizzare mezza popolazione? Per capirlo, bisogna tornare alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Per due secoli, dal 1721, la Danimarca aveva gestito la Groenlandia come una colonia sigillata. Copenaghen decideva chi poteva commerciare, chi poteva entrare. La logica di facciata era la “protezione della cultura nativa”, ma si trattava di controllo totale mascherato da paternalismo.
Questa bolla si rompe il 9 aprile 1940. I nazisti occupano la Danimarca e la Groenlandia resta improvvisamente senza padrone. Il vuoto viene riempito dagli Stati Uniti, che sbarcano per garantire la sicurezza dell’Atlantico — e per controllare le miniere di criolite a Ivittut, l’unica fonte commerciale al mondo di questo minerale, allora essenziale per la produzione dell’alluminio degli aerei da guerra alleati. Copenaghen, occupata, non può fare nulla. Ma quando la guerra finisce deve rispondere a un problema: come non perdere la Groenlandia, ora strategicamente vitale per Washington?
Nel 1953 la Danimarca approva una nuova Costituzione: la Groenlandia smette di essere colonia e diventa una contea (Amt) danese a tutti gli effetti. Inizia il processo di danificazione forzata. Migliaia di operai dalla madrepatria si trasferiscono per costruire la “Groenlandia moderna”. Nel 1960 i danesi erano circa 2.700; nel 1975 erano oltre 7.000, quasi il 20% della popolazione.
In questo contesto viene introdotto il Criterio del Luogo di Nascita (Fødestedskriteriet): a parità di mansione, un danese nato nel continente guadagnava un salario base significativamente più alto di un nativo. Sommando i benefit (indennità, alloggio gratuito), il divario reale era spesso doppio o triplo. Formalmente erano tutti cittadini danesi; materialmente vigeva un apartheid salariale.
Questi sono anche gli anni della politica G-60. L’obiettivo è svuotare i piccoli insediamenti tradizionali per concentrare la popolazione. Non era solo urbanistica, era ingegneria sociale applicata alla catena di montaggio. Il piano prevedeva la chiusura delle stazioni di caccia isolate per convogliare la manodopera verso quattro “città a mare aperto” (open-water towns) — Nuuk, Paamiut, Sisimiut e Maniitsoq — le uniche i cui porti non ghiacciavano d’inverno.
Qui, giganteschi impianti di lavorazione del pesce (in particolare merluzzo e gamberetti) avrebbero trasformato il cacciatore artico autonomo in operaio salariato, inserendolo a forza nell’economia di mercato globale.
Il simbolo di tutto questo è il Blok P di Nuuk, un palazzone di cemento lungo 200 metri, costruito tra il 1966 e il 1972. Al suo picco, ospitò l’1% dell’intera popolazione dell’isola. Cacciatori abituati agli orizzonti infiniti si ritrovarono stipati in loculi di cemento, dove spesso scuoiavano le foche nelle vasche da bagno perché non c’era altro posto.
C’è poi il cosiddetto esperimento dei “Piccoli Danesi”. Nel 1951 le autorità selezionarono 22 bambini inuit di circa 6 anni — i “più intelligenti”. Dovevano essere orfani, ma si scoprì che solo sei lo erano. Spediti in Danimarca per essere rieducati come “modelli”, tornarono a Nuuk un anno dopo, ma furono internati in un orfanotrofio della Croce Rossa, separati dai parenti per non essere “contaminati”.
Divennero stranieri in patria. Molti morirono giovani, consumati da alcolismo e disturbi psichiatrici. Nel 2020 la premier Mette Frederiksen ha porto le scuse di Stato, ma per molti era troppo tardi.
La Campagna della Spirale è l’apice di queste politiche. La narrazione ufficiale era che la modernizzazione costava troppo: ospedali e scuole richiedevano investimenti massicci e l’esplosione demografica inuit avrebbe reso insostenibile il welfare state. Nei documenti, la spirale non era controllo delle nascite, ma pre-condizione economica.
L’inchiesta della TV di Stato danese (DR) ha rivelato che molte ragazze non sapevano cosa stesse accadendo. Quando nel 2022 lo scandalo è esploso, il governo danese ha avviato un’indagine indipendente che si chiuderà nel 2025.
Gli Stati Uniti, dal canto loro, non hanno dato segnali migliori. Nel maggio 1953, con l’espansione della base aerea di Thule, fu sfollata con la forza la comunità di Inughuit. Furono coinvolte 116 persone (27 famiglie), costrette a spostarsi con pochi giorni di preavviso, abbandonando le loro case ancestrali.
Le nuove case promesse non esistevano e dovettero vivere in tende sulla banchisa per mesi, nel pieno dell’inverno artico, in condizioni climatiche letali. Ma la violenza non fu solo fisica. Quell’area, Uummannaq, era il cuore spirituale e la riserva di caccia più ricca della comunità.
Spostandoli, gli americani e i danesi non tolsero loro solo la casa, ma la capacità di autosostentamento, trasformando cacciatori fieri in assistiti dipendenti dai sussidi. La Corte Suprema danese riconobbe l’illegalità dell’atto solo nel 2003.
Nel gennaio 1968 un B-52 americano con quattro bombe all’idrogeno si schiantò vicino alla base, contaminando l’area con plutonio. Per anni, i lavoratori civili chiamati a ripulire il sito si ammalarono di cancro e malattie della pelle. Non avevano protezioni adeguate.
La Danimarca aveva sempre negato di ospitare armi nucleari, mentre segretamente sembra ne fosse al corrente. Solo nel 1995, dopo anni di battaglie legali, lo Stato concesse un risarcimento ex gratia (senza ammissione di colpa) di 50.000 corone ai sopravvissuti.
Il pattern è chiaro. Né la Danimarca né gli Stati Uniti hanno mai trattato i groenlandesi come soggetti con cui negoziare, ma come oggetti da amministrare. Tutto questo ha un costo che si paga ancora oggi.
La Groenlandia ha il tasso di suicidi più alto al mondo — oscillante tra 70 e 80 casi su 100.000 abitanti (contro una media europea di 11). Le altre statistiche parlano di abuso di sostanze, violenza domestica, depressione. Non sono “tratti culturali inuit”, ma sintomi di un trauma storico non risolto.
Studi psicologici collegano direttamente l’urbanizzazione forzata degli anni Sessanta all’esplosione dei tassi di suicidio giovanile. Lo sradicamento culturale ha disgregato la società e i suoi membri.
Ma sarebbe un errore fermarsi alla vittimizzazione. Il trauma ha generato anche rabbia, e la rabbia è diventata politica. Dal 1979, con l’Home Rule, e soprattutto dal 2009, con il Self-Government Act, la Groenlandia ha avviato un processo di decolonizzazione reale.
Il groenlandese (Kalaallisut) è oggi l’unica lingua ufficiale. Il nodo cruciale resta economico: la Danimarca trasferisce ancora circa 3,9 miliardi di corone l’anno (circa 600 milioni di dollari) — il cosiddetto Block Grant, un sussidio annuale fisso — che copre metà del budget pubblico groenlandese.
La questione non è più se i groenlandesi vogliano l’autodeterminazione. La questione è come costruire le condizioni materiali per ottenerla.
Quando Donald Trump, nel 2019 e di nuovo oggi, parla di “comprare” o prendere la Groenlandia, la reazione danese è di sdegno morale: come osa trattare un popolo come merce? Ma la Danimarca è nella posizione di fare la lezione?
Il punto non è che Trump abbia ragione — non ce l’ha. I groenlandesi lo hanno sempre respinto nettamente: “Non vogliamo essere danesi, non vogliamo essere americani. Vogliamo essere groenlandesi”, ha dichiarato l’ex premier Múte Egede.
Il problema è che il dibattito sulla Groenlandia si svolge ancora tra potenze che la vogliono controllare, mentre chi ci vive resta ai margini della conversazione.
Scrivo da europeo e sarei felice che una Groenlandia indipendente scegliesse una partnership con l’Europa. Ma sarebbe disonesto non riconoscere che anche questa speranza contiene un interesse: le terre rare groenlandesi, la posizione strategica artica, il controllo delle rotte settentrionali. Anche l’Europa vuole qualcosa dalla Groenlandia.
Quando i groenlandesi sceglieranno con chi negoziare la loro indipendenza economica, saranno trattati come partner o come fornitori? Saranno soggetti politici o un territorio da amministrare?
Dopo tre secoli di colonialismo, questa è l’unica domanda che conta.

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Una bruttissima pagina per la Danimarca, non troppo diversa da quelle di dominio del territorio e deportazioni portati avanti da nazisti e sovietici/russi in altre aree anche se in scala minore.
La Groenlandia dovrebbe essere in grado di autogovernarsi e però non disdegnare alleanze con Europa e Stati Uniti, in modo che ognuno ottenga benefici e impedisca ad altre nazioni ostili di inserirsi nel territorio, minacciando lo spazio circostante con relative rotte marittime e aree e quindi anche gli interessi europei e americani.
Purtroppo questo non è un mondo ideale per cui l’indipendenza è garantita a priori.
La ottieni se stai dalla parte dell’alleato meno invadente che ti difende, al momento.
O devi essere sufficientemente potente economicamente e militarmente per continuare ad averla e non sono molte le nazioni che possono permetterselo.
Tragico.
Tragico constatare che la storia non è altro che una catena infinita di iniquità e sopraffazioni.
Puo sembrare che l’occidente stia cercando di riscattarsi dai delitti commessi in passato e che la Danimarca stia facendo un’azione riparatrice nei confronti dei Goenlandesi.
Ma poi si legge che anche l’Europa di oggi, sotto le mentite spoglie di difensore dell’indipendenza degli Stati, è soprattutto interessata alle risorse minerarie e alla posizione geografica e strategica della Groenlandia.
Le tenebre non prevarranno ???
Bisogna pensare che se non arriviamo noi, arrivano altre potenze ostili come Russia o Cina e sappiamo che non ci pensano due volte a controllare il territorio corrompendo e facendo sparire le persone scomode ai loro interessi anche criminali.
In quest’epoca contemporanea le nostre società e civiltà non possono prescindere dall’ottenere risorse e materie prime con un accesso sicuro, dal garantire la sicurezza delle nostre coste e delle rotte marittime o aeree.
Senza questo saremmo continuamente ricattati da quelle potenze ostili citate e ulteriori (come se già non stesse avvenendo tuttora in altre aree e contesti) e sarebbe a rischio a quel punto la nostra di indipendenza.