

Due vicende che, a prima vista, sembrano scollegate in realtà hanno un filo comune: la Groenlandia e Grok. Da un lato abbiamo Donald Trump risoluto nel mettere le mani su questo pezzo di Danimarca ad ogni costo, dall’altro abbiamo il governo britannico che ha annunciato una stretta senza precedenti contro i deepfake legati a Grok e all’IA generativa con politici americani come Anna Paulina Luna che minacciano sanzioni contro il Regno Unito se oseranno mettersi contro Elon Musk. Due piani diversi, ma un’unica logica di fondo: il tentativo di riaffermare controllo politico e sovranità — territoriale e digitale — in un contesto segnato da instabilità, disinformazione e competizione di potere.
La Groenlandia
Come mai questo territorio remoto è diventato così centrale? La posizione, le risorse e le esigenze di sicurezza contano, certo, ma non spiegano perché l’amministrazione statunitense stia arrivando a mettere in discussione – e potenzialmente a stressare fino al punto di rottura – l’intera alleanza atlantica per la Groenlandia. C’è qualcosa di più profondo. In gioco non c’è solo geopolitica, ma una pressione politica esercitata da un’élite tecnocratica alla quale Donald Trump ha legato parte del proprio consenso. Un patto non scritto: appoggio elettorale in cambio di due asset strategici: i dati (acquisiti da Elon Musk nell’operazione-ombra DOGE) e il territorio. La Groenlandia diventa così il prezzo residuo da pagare, come piattaforma per un nuovo modello di potere tecnologico e post-statale. In questa chiave, la mossa americana smette di apparire irrazionale.
Chi vuole la Groenlandia e a che gli serve?
In prima fila c’è Peter Thiel, fondatore di PayPal e Palantir, tra i primi grandi investitori di Facebook. È lui la figura cardine dell’universo tecnocratico americano. Cresciuto nella Namibia dell’apartheid, formato a Stanford sotto l’influenza di René Girard, Thiel ha costruito un potere opaco che intreccia tecnologia, ideologia e politica. Con Palantir ha dato forma a un modello fondato su sorveglianza, data mining e analisi predittiva, mentre sul piano teorico ha sviluppato una visione che combina libertarismo estremo, diffidenza verso la democrazia e nazionalismo reazionario, rivestiti di un misticismo tecnologico che attribuisce alla tech la missione di rifondare la civiltà. Thiel ha finanziato ecosistemi mediatici e politici della destra radicale, sostenuto la Brexit e piattaforme come Rumble, dove opera Truth Social, il social di Trump. Ha più volte attaccato il welfare, messo in discussione il suffragio universale e sostenuto l’idea che democrazia e capitalismo siano incompatibili. Più che un imprenditore, è l’architetto di un progetto di potere che punta a sostituire le istituzioni democratiche con strutture tecnologiche private, guidate da élite ideologicamente allineate.
Praxis
Ebbene, proprio Thiel ha investito in Praxis, una startup che ha esplorato la Groenlandia come possibile laboratorio per i cosiddetti network state: comunità nate online, fortemente allineate sul piano ideologico, che puntano a raccogliere capitali, acquisire territori fisici e trasformarsi in entità politiche private, sganciate dagli Stati tradizionali. Non è un dettaglio marginale che l’attuale ambasciatore statunitense in Danimarca, Ken Howery, sia stato cofondatore di PayPal insieme a Thiel ed Elon Musk: un intreccio personale e politico che rafforza il sospetto di una strategia coerente. In questa prospettiva, come ha osservato il Financial Times, la Groenlandia appare molto più accessibile di Marte per testare un modello politico alternativo: non un’avventura fantascientifica, ma una sperimentazione concreta di sovranità privata nel cuore dell’Occidente.
I network state
Il concetto di network state è stato teorizzato da Balaji Srinivasan nel libro The Network State: una comunità online altamente coesa che, grazie a tecnologie come blockchain, criptovalute e smart contract, evolve da “startup society” digitale a un soggetto dotato di economia propria, governance interna e, infine, di territori fisici, fino a cercare un riconoscimento diplomatico. In questo schema, la politica non nasce da un demos territoriale, ma da un allineamento ideologico e finanziario.
Praxis, che ha raccolto centinaia di milioni di dollari, si presenta come il primo tentativo di realizzare questa visione, immaginando città tecnologiche e libertarie in luoghi percepiti come politicamente “malleabili”. Thiel vede nei network state un modo per “rivitalizzare la civiltà occidentale” con meno regolamentazione, crypto-economie e governance corporativa. È su questo terreno che la Groenlandia smette di essere una questione territoriale e diventa un banco di prova per una nuova idea di Stato.
Malgrado da anni analisti e osservatori mettano in guardia sui rischi rappresentati da figure e aziende apertamente ideologizzate, e malgrado gli stessi protagonisti – da Peter Thiel, ad Alex Karp (CEO di Palantir), fino a Elon Musk – dichiarino senza ambiguità i propri obiettivi politici e culturali, l’opinione pubblica e gran parte dei governi continuano a leggere questi fenomeni esclusivamente in chiave economica. È una miopia che impedisce di comprendere non solo la direzione dell’amministrazione Trump, ma anche molte delle sue mosse geopolitiche. In questo schema, il caso Groenlandia appare incomprensibile, così come viene sistematicamente sottovalutato il rischio rappresentato da Palantir, con cui i governi occidentali continuano a firmare contratti strategici. Trattare queste realtà come semplici fornitori di tecnologia o come normali attori di mercato significa ignorarne la natura profondamente politica e ideologica, e accettare che infrastrutture critiche, dati sensibili e capacità decisionali vengano progressivamente trasferite a soggetti che non nascondono di voler ridisegnare il rapporto tra Stato, democrazia e potere.
Peter Thiel’s New Model Army
Nel suo articolo: Peter Thiel’s New Model Army, la giornalista britannica Carol Cadwalladr (nota per le sue inchieste su Facebook e Cambridge Analytica) sostiene che nel Regno Unito stia avvenendo qualcosa di estremamente serio e sottovalutato: la progressiva integrazione di Palantir nel cuore dello Stato britannico, dalla sanità alla difesa, fino alle infrastrutture militari. Non si tratta solo di un contratto tecnologico, ma di un trasferimento di potere. Palantir non fornisce semplici software: fornisce sistemi che decidono come vengono letti i dati, come vengono prese decisioni operative e, in ultima istanza, come si combattono guerre.
Cadwalladr ricostruisce come il governo britannico abbia affidato a Palantir contratti enormi — spesso senza gare pubbliche trasparenti — trasformando una società privata statunitense, legata a doppio filo all’apparato di sicurezza americano, in un attore strutturale della sicurezza nazionale del Regno Unito. Questo avviene mentre Thiel finanzia e promuove apertamente progetti politici illiberali, autoritari e anti-democratici negli Stati Uniti e in Europa.
Palantir non è neutrale. È un’azienda costruita per la sorveglianza, il controllo e l’uso militare dei dati, nata per lavorare con intelligence, eserciti e polizie. Affidarle sistemi critici significa rinunciare, di fatto, alla sovranità tecnologica e accettare che le scelte strategiche di uno Stato vengano filtrate attraverso l’infrastruttura e la visione politica di un’oligarchia privata. Cadwalladr parla esplicitamente di una nuova forma di esercito: non soldati in uniforme, ma ingegneri, algoritmi e piattaforme che determinano chi è una minaccia, chi va monitorato, chi va colpito. ICE, per esempio, ne è la dimostrazione plastica.
L’aspetto più inquietante, per l’autrice, è il silenzio. Pochissimo dibattito pubblico, scarsa attenzione mediatica, nessuna reale discussione parlamentare su cosa significhi consegnare pezzi dello Stato a una corporation con una visione ideologica radicale. È lo stesso schema già visto con Cambridge Analytica: prima l’adozione, poi lo scandalo, quando il danno è ormai fatto.
Cadwalladr inserisce tutto questo in un quadro più ampio: la nascita di una “broligarchia”, un’alleanza tra potere tecnologico, capitale e politica autoritaria che non mira soltanto a influenzare le elezioni, ma a riscrivere le regole della democrazia dall’interno. In questo contesto, Palantir diventa il modello di un futuro in cui la guerra, la sicurezza e persino la governance civile vengono esternalizzate a soggetti privati che non rispondono agli elettori.
Il messaggio finale è che non siamo di fronte a una questione tecnica, ma a una questione politica. Ignorarla, per comodità o per paura di sembrare “anti-innovazione”, significa accettare che la democrazia venga svuotata senza nemmeno accorgersene.
Scontro tra regolazione pubblica e potere tecnologico privato
Se i rischi legati a Palantir restano in gran parte invisibili ai governi, lo stesso non vale più per l’intelligenza artificiale generativa integrata nelle grandi piattaforme. Qui il pericolo è ormai evidente: la possibilità di creare deepfake credibili e renderli immediatamente virali, senza freni normativi né filtri efficaci, ha un impatto diretto sulla tenuta democratica. È su questo terreno che la resistenza di Keir Starmer assume un peso politico. Il Regno Unito è un nodo strategico: ponte tra Unione europea e Commonwealth, interlocutore necessario per Washington, e quindi un terreno chiave nello scontro tra regolazione pubblica e potere tecnologico privato. Proprio questa posizione ha riattivato una campagna ostile guidata da Elon Musk, già protagonista dei momenti più incendiari della politica britannica dall’elezione di Starmer nel luglio 2024. Musk ha contribuito ad amplificare i riots, a spingere la narrazione sulle grooming gangs, ad alimentare il clima che ha portato agli scontri del 2025, arrivando persino a invocare il rovesciamento del governo britannico. Oggi quella stessa dinamica si ripete: la regolazione dell’AI viene descritta come censura, il Primo ministro delegittimato, e la pressione mediatica rilanciata come strumento politico. È il segnale che la partita non riguarda solo la tecnologia, ma il controllo del discorso pubblico e del potere.
Siamo davanti a uno scontro ideologico. Da un lato c’è una spinta tecnocratica che, con la copertura dell’amministrazione Trump, rivendica un’anarchia regolatoria in cui tecnologia e capitale devono poter operare senza limiti, leggi o responsabilità. Dall’altro ci sono governi che rivendicano il diritto alla tutela dei diritti fondamentali. In questa logica, minacce, ritorsioni commerciali e campagne di delegittimazione diventano strumenti ordinari: ogni regola è descritta come censura, ogni controllo come aggressione, ogni limite come una dichiarazione di guerra. È una postura che segnala qualcosa di più inquietante: la disponibilità di Washington a non riconoscere più la sovranità degli altri Stati quando questa viene percepita come dannosa agli interessi delle grandi aziende americane o alla traiettoria ideologica che si intende imporre al mondo.
Letture consigliate
Altri Link:
- https://datasociety.net/points/the-network-state-and-topological-fetishism-in-greenland/
- https://www.vice.com/en/article/tech-billionaires-launch-fund-to-create-new-libertarian-societies-balaji/
- https://zetaluiss.it/2024/01/15/network-state-sewer/
- https://www.crypto.it/2023/02/23/network-state/
- https://www.morningsideinstitute.org/cal/2025/10/7/tech-philosopher-kings-4
- https://thenetworkstate.com
- https://en.wiktionary.org/wiki/network_state
- https://www.futuroprossimo.it/2026/01/network-state-gli-usa-vogliono-smontare-gli-stati-tradizionali/
- https://www.startmag.it/economia/la-missione-salvifica-della-silicon-valley-secondo-peter-thiel/

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Agghiacciante.
Articolo che tanti reputeranno fantapolitico, mentre Cambridge Analytica anticipa le potenzialità che la AI moltiplica all’ennesima potenza, rendendo fattibile quel che si reputa fantasioso.
Rimane forte l’avvertimento: Attenti a quei due!
Trump è un burattino vanaglorioso, il guaio è che gli altri lo sanno.
Si riconferma la dipendenza degli Stati europei dagli Stati Uniti in ambito tecnologico e militare, quindi la debolezza che potrebbero minare l’autonomia dell’Unione Europea e il suo futuro. Ogni mossa di reazione o ritorsiva andrebbe incontro ad altrettante decisioni restrittive americane sul commercio e sugli investimenti in o dall’Europa. L’Europa è a un bivio.
Dipenderà tutto dalle prossime elezioni americane e se non dovessero ripetersi i repubblicani auspichiamo che i governi e gli Stati europei abbiano compreso le lezioni, agendo di conseguenza. Ma sono più i dubbi che le certezze.