
Il tentativo di colpo di Stato in Benin, fallito nelle prime ore dell’8 dicembre, è un evento che segna un punto di svolta nella geografia del rischio dell’Africa occidentale. Il Paese, sinora considerato un’anomalia stabile in una regione soggetta a mutazioni istituzionali traumatiche, viene ora inscritto nel medesimo circuito insurrezionale che ha già travolto Mali, Burkina Faso, Guinea e Niger.
Le forze golpiste guidate dal tenente colonnello Pascal Tigri — provenienti dall’unità d’élite delle Forze speciali — hanno brevemente occupato siti chiave a Cotonou, incluso il quartier generale della televisione pubblica, annunciando la sospensione della Costituzione. La reazione, però, è stata quasi immediata: il governo ha resistito, arrestato parte degli insorti e attivato il meccanismo di sicurezza collettiva della ECOWAS, che ha incluso un intervento armato diretto da parte della Nigeria.
L’evento, per quanto contenuto, non è marginale. Al contrario: testimonia l’estensione dei rischi sistemici anche negli Stati litoranei, connessi a infrastrutture energetiche, reti portuali e rotte strategiche per l’intero Sahel. E restituisce un quadro regionale attraversato da polarizzazioni interne, frammentazione istituzionale e competizione multipolare per l’egemonia africana.
La saldatura tra instabilità saheliana e fragilità costiera
Il fallito golpe in Benin non può essere compreso senza collocarlo all’interno della proiezione centrifuga dell’instabilità saheliana verso le fasce costiere dell’Africa occidentale. La pressione esercitata dai gruppi jihadisti nel nord del Paese — in particolare nelle aree limitrofe al Parco W, dove sono documentate infiltrazioni del JNIM (Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin) — ha accentuato fratture già presenti tra l’élite governativa e il comparto militare.
Il Benin, pur mantenendo formalmente una cornice istituzionale democratica, presenta dinamiche oligarchiche e centralizzate, in cui il potere si è progressivamente concentrato nelle mani del presidente Patrice Talon, figura imprenditoriale proveniente dal settore del cotone. Il ridimensionamento dell’opposizione, l’utilizzo selettivo degli strumenti giudiziari e le tensioni con la catena di comando militare — accusata di favoritismi e inefficienze — hanno prodotto un terreno fertile per contestazioni a base securitaria, come quella avanzata da Tigri.
L’elemento geografico è decisivo. Il nord del Benin non è solo il punto d’ingresso delle incursioni jihadiste provenienti da Burkina Faso e Niger, ma anche una regione logisticamente critica per i corridoi energetici e per l’oleodotto Niger-Benin, attivo dal 2023. Un deterioramento del controllo statale su quell’area — già percepito come marginale da parte delle popolazioni locali — avrebbe moltiplicato i rischi sistemici sia in termini di sicurezza infrastrutturale che di effetto contagio istituzionale.
Va notato, inoltre, che il fallito golpe del 7 dicembre non è un unicum. Già nel 2024, un’operazione illegale legata a figure dell’establishment aveva tentato di cooptare apparati della sicurezza per finalità eversive. L’accumulo di tali episodi indica che l’apparato statale beninese è soggetto a continue tensioni laterali, con ridotta resilienza nel segmento esecutivo-militare. Questo lo rende vulnerabile a operazioni di destabilizzazione anche contenute numericamente, ma capaci di colpire assetti strategici — come la televisione pubblica o le basi militari urbane.
ECOWAS e la ridefinizione delle geometrie di sicurezza africane
L’elemento strutturalmente più rilevante emerso dal tentativo di colpo di Stato in Benin è la prontezza e l’ampiezza della risposta militare regionale. A differenza della crisi in Niger, dove le esitazioni dell’ECOWAS hanno favorito il consolidamento della giunta di Abdourahamane Tchiani, nel caso beninese si è assistito a una proiezione immediata di forza da parte della Nigeria, con il supporto operativo di Costa d’Avorio, Ghana e Sierra Leone.
L’aeronautica nigeriana ha condotto operazioni dirette, incluso un attacco mirato alla caserma di Togbin, dove si erano asserragliati i golpisti. L’intervento, formalmente giustificato da accordi bilaterali di difesa, rappresenta un precedente di rilievo nella storia recente della sicurezza africana: è la prima volta dal 2017 che l’ECOWAS Stand-by Force viene effettivamente attivata sul campo per difendere un governo in carica.
La posta in gioco è duplice. In primo luogo, strategica: il Benin è un hub regionale, affacciato sull’Atlantico, con un porto cruciale per gli approvvigionamenti regionali e un ruolo crescente nel commercio regionale. Una sua destabilizzazione avrebbe generato rischi per la sicurezza marittima, già minacciata dalla pirateria nel Golfo di Guinea, e potenzialmente interrotto le forniture energetiche da e verso l’entroterra saheliano.
In secondo luogo, geopolitica: l’intervento militare segnala l’emergere di una frattura netta tra gli Stati membri dell’ECOWAS e quelli riuniti nella neonata Alleanza degli Stati del Sahel (AES) — Burkina Faso, Mali e Niger — i quali hanno ufficialmente abbandonato l’organizzazione regionale. Il caso dell’aereo militare nigeriano costretto ad atterrare in Burkina Faso è indicativo: la dimensione securitaria si sta intrecciando a una nuova guerra fredda africana, in cui linee di allineamento e disallineamento si stanno solidificando.
Il sostegno all’ordine costituzionale non è quindi il solo movente. L’ECOWAS mira a riaffermare una sovranità condivisa tra Stati costieri, favorevoli a una governance più integrata e allineata — almeno parzialmente — con l’architettura multilaterale occidentale. Dall’altra parte, l’AES promuove un modello centrato sulla sovranità militare, con aperture crescenti verso Mosca (attraverso Wagner e suoi derivati) e forme alternative di cooperazione con Pechino, Ankara e altri attori non occidentali.
Nel contesto di questo scontro sistemico, il Benin rappresenta un nodo cerniera: troppo piccolo per definire autonomamente il proprio destino, ma sufficientemente strategico da costringere i grandi attori regionali a posizionarsi. La reazione della Nigeria — prima potenza militare e demografica dell’area — è da leggersi come un segnale di ridefinizione delle geometrie di sicurezza regionali: d’ora in poi, nei Paesi costieri, ogni rovesciamento sarà trattato come una minaccia strategica diretta.
Perché tenere d’occhio l’Africa
Il fallito golpe in Benin è un segnale rivelatore della crescente centralità strategica dell’Africa occidentale. Un teatro che non è più, come un tempo, periferico rispetto agli equilibri mondiali, ma ormai pienamente inserito nelle dinamiche di competizione sistemica tra potenze globali.
Il sostegno militare al governo di Talon da parte della Nigeria e della ECOWAS è stato osservato con attenzione tanto dalle cancellerie occidentali — Francia e Stati Uniti in primis, sempre più marginali nel Sahel ma ancora presenti sulla costa — quanto dagli attori extra-regionali, Russia e Cina in testa. Mosca monitora la situazione attraverso i propri canali militari informali, legati alla presenza crescente di gruppi paramilitari (post-Wagner) nei Paesi dell’Alleanza degli Stati del Sahel. Pechino, dal canto suo, ha interessi tangibili nelle infrastrutture portuali e logistiche del Benin e della regione del Golfo di Guinea, elementi chiave della Belt and Road Initiative africana.
Il fallimento del colpo di Stato non è quindi solo un episodio di politica interna: è l’effetto locale di una pressione globale. L’Africa è ormai uno spazio di competizione multipolare, dove ogni crisi può diventare un campo di prova per la proiezione di influenza, il riposizionamento delle élite locali e l’espansione di reti informali di potere.
In questo contesto, la geopolitica africana non può più essere considerata una materia esotica o specialistica: è una componente strutturale dell’equilibrio internazionale, e ciò che accade a Cotonou, Ouagadougou o Niamey ha ricadute dirette sugli interessi di sicurezza, economici e strategici delle grandi potenze. L’Africa costiera è la nuova linea di faglia di un mondo che si ricompone, e comprenderla è oggi un imperativo analitico.
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La regione occidentale dell’Africa andrebbe raccordata col Corno d’Africa, peraltro attraverso gli Stati centrali, completando così la cintura. Non vi è Stato africano esente da crisi reali o potenziali, passate o presenti, con un denominatore comune: le risorse.
Ma questo dovrebbe altresì far tornare alla memoria le guerre passate (con rigurgiti ricorrenti), ne cito solo alcune: Angola, Mozambico, Congo. Niente di nuovo sotto il sole? Non proprio, a mio avviso: allora i fini erano camuffati, vedi Cuba, mercenario dell’Internazionale. Al tempo, però, la Cina non era un attore presente in Africa, oggigiorno sì. E affatto marginale.
Da approfondire?