

Chi domina nello spazio domina il pianeta Terra. Questo principio è ben chiaro all’intero apparato governativo americano, così com’è chiaro per i cinesi. Non a caso, la forte spinta sull’esplorazione dello spazio ed il coinvolgimento di Musk in campagna elettorale ha garantito a Trump l’appoggio di una parte fondamentale di società civile americana (potentissima dal punto di vista economico) che vede nello spazio una frontiera tecnologica, economica e spirituale pari all’esplorazione delle Americhe nel XVII secolo.
Per questo motivo, a guidare la NASA è stato scelto Jared Isaacman, imprenditore miliardario e pioniere del turismo spaziale privato. Durante la sua audizione al Senato questa settimana presieduta dal senatore repubblicano Ted Cruz, Isaacman ha delineato una visione ambiziosa che tocca sia la Luna che Marte, ma ha evitato di fare dichiarazioni esplicite riguardo la possibilità di costruire basi lunari permanenti.
Nonostante il suo background da outsider, Isaacman ha espresso sostegno formale al programma Artemis, che mira a riportare gli astronauti sul suolo lunare e mantenere una stazione in orbita permanente intorno alla Luna, pur ribadendo che Marte dovrebbe rimanere l’obiettivo finale. “Non dobbiamo scegliere tra Luna e Marte – ha affermato – Possiamo fare entrambe le cose.”
Tuttavia, la necessità del programma Artemis si inserisce in un contesto geostrategico ben preciso: la competizione spaziale con la Cina. Negli ultimi anni, Pechino ha accelerato i suoi sforzi per costruire una base permanente sul suolo lunare nell’ambito del programma Chang’e, con l’obiettivo dichiarato di stabilire una presenza entro il 2030. Questo scenario ha sollevato allarmi tra i vertici del Congresso, che vedono il dominio lunare come una nuova forma di egemonia strategica. “Se la Cina ci batte sulla Luna, cosa significa per il prestigio e la sicurezza americana?” ha chiesto Cruz durante l’audizione. Isaacman ha risposto senza esitazioni: “Lo spazio è l’altura suprema. Dobbiamo essere noi a guidare.”
Proprio per questo motivo, il programma Artemis, pur segnato da ritardi e sforamenti di budget, assume oggi un valore cruciale per il posizionamento globale degli Stati Uniti. È la risposta americana alla nuova corsa allo spazio: non più solo simbolica, ma geopolitica. E tuttavia, non mancano ostacoli.
Uno dei più evidenti è rappresentato dalle tensioni con Elon Musk. Musk ha più volte criticato pubblicamente il programma Artemis, definendolo “un’operazione per massimizzare i posti di lavoro, non i risultati scientifici”. Inoltre, secondo un’inchiesta del New York Times del febbraio 2024, Musk avrebbe esercitato pressioni per dirottare i fondi pubblici verso missioni interplanetarie gestite direttamente da SpaceX, spingendo per un ridimensionamento della leadership della NASA.
In questo clima, Isaacman si è trovato a dover prendere posizione. “La mia lealtà è verso la NASA e la missione nazionale. SpaceX è un fornitore, non il committente” ha chiarito davanti al Senato, cercando di marcare una distanza politica e operativa dalla figura ingombrante di Musk. Tuttavia, la realtà resta complessa: SpaceX è ancora il principale partner logistico del programma Artemis, e la sua influenza sul futuro delle missioni lunari rimane forte.
Nel frattempo, l’agenzia si trova in una fase critica: i tagli annunciati dal DOGE guidato da Musk rischiano di compromettere la programmazione delle prossime missioni. In un articolo pubblicato da Reuters nel marzo 2025, si evidenzia come tali ristrutturazioni abbiano già messo in discussione alcune tappe chiave del calendario Artemis, spostando possibili lanci oltre il 2030. Motivo in più per estromettere Musk dall’amministrazione, a suggello di una settimana dove le tensioni con Trump sono diventate sempre più evidenti, con l’imprenditore di X che ha definito l’architetto della politica dei dazi Peter Navarro “un imbecille”.
Eppure, Isaacman sembra deciso a scommettere sul futuro. “La NASA ha portato l’uomo sulla Luna in meno di dieci anni dopo il primo volo suborbitale. Possiamo farlo di nuovo,” ha detto. E ha concluso con una dichiarazione che sembra uscita da un manifesto visionario: “Avremo basi lunari, colonie su Marte. Ma dobbiamo cominciare. E dobbiamo cominciare ora, prima che lo facciano altri.”
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