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Ho letto per la prima volta “L’immoralista” di André Gide nel 1988 (Bompiani). Confesso che ne ricordavo poco o nulla, tranne che era un romanzo sulla libertà dell’individuo. Ristampato da Feltrinelli quest’anno, l’ho riletto per “vedere l’effetto che fa” a quello che in passato, con una solennità che oggi appare un po’ ridicola, veniva chiamato vegliardo. Il premio Nobel per la letteratura 1947) lo pubblicò all’inizio del secolo scorso. È un testo figlio del suo tempo, com’è naturale, in cui si avvertono tutte le suggestioni del modernismo, dell’entusiasmo per i progressi della scienza e della tecnica come delle inquietudini che attraversavano la dirompente corsa verso il futuro. Questi sentimenti contrastanti si riflettono nella storia di Michel, il protagonista del romanzo.
La morte del padre e il matrimonio con Marceline, una donna che ha sposato senza convinzione, rappresentano uno spartiacque nella sua vita. Tra l’infanzia e la giovinezza, dominate dalla figura paterna e dalle regole di un’esistenza austera, dedicata interamente a studi eruditi; e l’età adulta, in cui si ammala di tubercolosi durante un viaggio in Tunisia. Pur guarito grazie alle cure amorevoli della moglie, questa drammatica esperienza muta radicalmente la sua visione del mondo. Michel si risveglia in preda a un prorompente vitalismo, e le pulsioni della libido lo spingono verso una sensualità panica, quasi dionisiaca, prima repressa da una famiglia austeramente puritana, comprese talune tendenze omofile che diventano ricorrenti nei suoi pensieri e nei suoi desideri.
Alcuni critici hanno definito una “resurrezione dell’anima” questo affrancamento da una morale castrante. In realtà, forse si tratta più di una catastrofe che di una resurrezione. Infatti, dopo l’iniziale ebbrezza dello sconfinamento verso una libertà senza limiti, i suoi effetti devastanti si diffondono poi rovinosamente nel narcisismo ipertrofico di Michel, sempre più incentrato su se stesso, sull’appagamento delle proprie voluttà, e incapace di altruismo persino nei confronti di Marceline, la donna che lo aveva salvato dal supplizio della tisi e da una morte certa. E sarà proprio lei, respinta dall’insopprimibile impulso edonistico del marito, a perdere il figlio che portava in grembo fino all’estremo sacrificio di se stessa.
“L’immoralista” vide la luce nel 1902. Nietzsche si era spento da un paio d’anni, lasciando all’Europa novecentesca un’eredità imbarazzante: come convivere con la sensazione che non esistano più valori, che Dio è morto? Il nichilismo, appunto. Dove il confine tra il bene e il male non più così netto e così saldo, e dove ciò che è immorale sembra rivestirsi di un fascino sorprendente. Sorprendente, ma non inconsueto. Perché il personaggio di Michel è un ideal-tipo che alligna trasversalmente in tutte le epoche e in tutti i luoghi del pianeta. Da noi ha il volto del malandrino, dell’opportunista senza scrupoli, del gattopardo finge di accettare innovazioni più apparenti che reali per non compromettere i privilegi acquisiti, per perseguire cioè il proprio tornaconto personale.
È quel volto beffardo e impunito, a volte simpatico nonostante le bassezze da cui è segnato, a cui hanno dato una straordinaria forza comica i Sordi e i Gassman della commedia all’italiana. D’altronde, c’è un’intera tradizione che ha elevato la figura del mascalzone a dignità letteraria e filosofica. Viene in mente “Il nipote di Rameau”di Denis Diderot. Capolavoro satirico della seconda metà del Settecento, è la parabola grottesca di un musico fallito, di professione cortigiano, amorale per vocazione, prigioniero di un inarrestabile cupio dissolvi. Nella sua imbarazzante assenza di prospettive edificanti, nella riduzione della vita a pura funzione fisiologica, riesce in maniera paradossale a ribaltare la visione del bene e del male, del genio e della mediocrità, della natura umana e delle possibilità di redimerla.
Il pamphlet di Diderot, che immaginava una lotta impari tra l’onestà e la furbizia, divenne un bestseller in Germania e fece breccia nei cuori di Goethe e di Hegel. Ma quella descritta dall’enciclopedista francese era una società borghese che si stava dando nuovi principi, una nuova morale. Era la stessa a cui alludeva l’olandese Bernard de Mandeville nel suo apologo sulle api (1705), per cui i vizi privati si trasformano in pubbliche virtù.
Il tratto distintivo di questi discorsi è quello di una società borghese e di un’economia che si svincolano dalla soggezione all’etica. In questa accezione alta, il malandrino è il motore della società, il portatore di un’etica profondamente diversa da quella amministrata dall’alleanza del trono con l’altare. Tutto ciò si intreccia con la nascita della politica moderna, in particolare in quei paesi, come Francia e Inghilterra, che conoscono il fenomeno della società civile, che non è la società delle persone perbene, ma quella degli scambi, della concorrenza e del diritto uguale.
Tornando all’Italia, chi scrive non vede tanto una rivincita dei malandrini, quanto un conformismo che mortifica la verità e celebra la menzogna, si tratti di vaccini, di Ucraina o Israele. E malgrado la storia si stia comportando come una maestra elementare, che riduce tutto in briciole per cui anche i passeri (gli intellettuali del “genocidio a Gaza”) si possono sfamare, il declino culturale del nostro paese mi pare evidente e allarmante.
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Magistrale! (ovvio dato l’autore) “un’etica profondamente diversa da quella amministrata dall’alleanza del trono con l’altare” la conservo. Infatti in taluni Paesi (penso alla Russia o alla Thailandia) sarei un malandrino. Ma in Italia esserlo in Italia oggi significa opportunismo di maniera appunto. Indigeribile.
Perché il massacro di 40,000 persone inermi come lo chiamerebbe?
Questo articolo, nel classificare chi non la pensa come Lei in “immoralista”, è vergognoso, così come slegare il concetto di “persona per bene” dalla società civile.
Personalmente, mi ha colpito sia il massacro dei 1200 ebrei che quello che Israele sta perpetrando da un anno e più.
La punizione collettiva era da esecrare a Sant’Anna di Stazzema ieri, così come a Gaza oggi.