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Sarebbe rassicurante se gli elettori di Trump fossero tutti assimilabili allo sciamano con corna e mantello di pelliccia che il 6 gennaio 2021 muggiva a favore di telecamere durante l’assalto al Campidoglio. Se fosse davvero così, non ci si interrogherebbe più di tanto sulle elezioni del prossimo Novembre, e la campagna elettorale avrebbe già un esito chiaro a favore di Kamala Harris. Inoltre, se la divisione tra gli schieramenti politici fosse così esistenziale, addirittura antropologica come molti la descrivono, allora non sarebbe improbabile una guerra civile come l’ha paventata il senatore repubblicano George F. Lang, che ha minacciato una rivolta armata nel caso Trump perda di nuovo le elezioni.

La situazione è invece più sfumata, e nonostante il timore di molti italiani e molti europei riguardo una eventuale vittoria di Trump, descrivere istericamente l’elettore medio repubblicano come un bifolco razzista è il modo migliore per non mettere a fuoco alcuni temi fondamentali.
Innanzitutto, la divisione geografica esiste, ma è molto diversa da quella immaginata nel film “Civil War”, che descrive alleanze di stati in lotta tra loro. In realtà, la contrapposizione non è tra stati rossi e stati blu, ma tra città democratiche e aree meno urbanizzate repubblicane. Se si esamina una qualsiasi cartina che mostra i risultati elettorali delle contee, sono evidenti le macchie blu democratiche in corrispondenza delle aree cittadine densamente popolate, comprese quelle del Texas e dell’Alabama, circondate da grandi estensioni rosse, molto meno popolose.
Elezioni presidenziali 2020, risultati per contea. Fonte: Wikipedia
Questo non deve farci scadere nel luogo comune che narra di “ricchi cittadini contro poveri paesani”. Non tutte le aree rosse sono realtà socio-economicamente depresse come vorrebbe farci credere J.D. Vance con la sua autobiografia. Al contrario, molte contee repubblicane della Florida e del New Jersey sono estremamente ricche, così come molti stati del Midwest. In queste aree, la vita non è affatto più difficile rispetto ai quartieri poveri di New York, Chicago o Detroit, che invece rimangono saldamente in mano ai democratici. C’è quindi, innanzitutto, una divisione di status che va oltre la ricchezza personale tra le città cosmopolite, dove i laureati si trasferiscono per fare carriera e dove si accetta di vivere in appartamenti piccoli e costosi sopportando la criminalità diffusa, e le aree meno cittadine, che non amano la mancanza di ordine delle città e vivono di una economia che permette un buono stile di vita, pur senza le grandi possibilità di crescita dei centri urbani. Questa divisione è acuita dalle enormi distanze geografiche americane, che rendono la divisione tra città e campagna molto più marcata rispetto ai paesi europei. Inoltre, è bene tener presente che il successo dei repubblicani nelle aree rurali non significa l’idolatria generale per Trump ed il suo estremismo. Basti pensare che, nelle primarie in Iowa del 15 gennaio scorso, ben 49% dei votanti gli avevano preferito Nikki Haley e Ron De Santis.

È proprio in virtù di queste importanti sfumature che Bill Clinton, nel suo discorso alla convention democratica, ha invitato a non demonizzare gli elettori repubblicani, sottolineando che “perdiamo le elezioni quando abbiamo troppo fiducia nelle nostre convinzioni e siamo distratti da problemi sciocchi”. Pur non avendolo espresso direttamente, da politico di lungo corso qual è, Clinton è consapevole di quanto la retorica estremizzata delle posizioni woke abbia contribuito a creare le enormi divisioni della società americana.
Inoltre, è interessante notare che, secondo un sondaggio di Forbes del 2020, il 43% dei miliardari americani si sente più vicino ai Repubblicani (contro il 33% che si definisce democratico ed il 24% indipendente), e ciò dimostra che, sebbene i ricchi liberal della Silicon Valley siano i più noti al grande pubblico, la maggior parte di loro la pensa come Elon Musk. La prospettiva di un taglio delle tasse, meno restrizioni da parte dello stato, e l’antipatia verso le istituzioni di Washington che vogliono regolamentare troppo le imprese, avvicina questo particolare tipo di elettorato alle posizioni delle classi meno abbienti, in aggiunta alla consapevolezza che qualsiasi azione sui diritti civili o sui costi della sanità non avrà nessuna influenza sulla loro vita privata.

Nonostante ciò, il motivo per cui molti elettori della classe media voteranno Trump resta uno e uno solo: l’economia ed il costo della vita. La totalità dei sondaggi dà questo come tema fondamentale per la decisione finale, e Trump è considerato capace di far correre l’economia alleviando il costo della vita soprattutto nelle aree non cittadine dove, in pochi anni, il costo dei beni alimentari ha raggiunto i livelli di New York o San Francisco, a fronte di stipendi medi più bassi. Disprezzare la working-class che vuole vedersi alleviare questo peso economico è un errore imperdonabile, come ha affermato il filosofo di Harvard Michael Sandel, che ha definito lo snobismo dei democratici contro le persone meno istruite e abbienti “l’ultimo pregiudizio accettato in America”.
L’esigenza di un costo della vita sostenibile è molto più sentita rispetto a qualsiasi altro tema riguardante i diritti civili, non perché questi ultimi non siano percepiti come importanti, ma parchè l’opinione pubblica americana è abbastanza disincantata da sapere che su tali temi sono i singoli stati a decidere, ed i poteri del presidente in merito sono pressoché nulli. Anche riguardo la discussione sull’aborto, che ha portato ad una ventata di energia, c’è la consapevolezza che solo di un simbolo si tratta, Kamala Harris presidente non avrà nessun potere di cambiare le leggi che vietano l’aborto in alcuni stati. Ed anche qui non bisogna cedere al luogo comune che vede gli antiabortisti assimilabili ai vecchi bianchi dell’America “Bibbia e fucile”. Una larga parte, circa il 40%, dei giovani ispanici (la maggior parte di origini messicane e molto cattolici) sono contrari all’aborto, ed il loro peso demografico è in continua crescita proprio negli stati del sud più conservatori sul tema.
Il voto per Trump si esprimerà quindi intorno a pochi temi molto concreti anche se, certamente, il senso di rivalsa ed il rancore verso le élite cittadine giocherà un ruolo importante. Scordiamoci che le guerre in Medio Oriente e in Ucraina contribuiscano in modo significativo. Le analisi della grande stampa sul tema sono sensibilmente diminuite nell’ultimo periodo, dimostrando che il conflitto tra Israele e Gaza, in particolare, infuoca il mondo accademico e mediatico, ma incide in minima parte sulle dinamiche elettorali.
La vera, enorme responsabilità del futuro presidente sarà la capacità di porre fine alla violenza retorica degli ultimi anni ed aprire una nuova stagione politica, cosa che anche molti elettori repubblicani vogliono. Ad oggi, solo Kamala Harris sembra essere all’altezza di questo compito.
Per approfondire:
https://www.nytimes.com/2024/08/31/opinion/trump-voters-liberal-civil.html?smid=wa-share https://www.nytimes.com/2024/03/02/us/politics/trumps-support-among-latinos-grows-new-poll-shows.html
https://www.forbes.com/sites/chasewithorn/2020/10/20/even-americas-billionaires-are-tilting-toward-biden-in-the-2020-presidential-race/
https://www.pewresearch.org/2022/09/29/hispanics-views-on-key-issues-facing-the-nation/
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