
“Il mercante di Venezia” (1596-1598) è una delle opere teatrali più discusse e controverse di William Shakespeare. La sua trama ruota attorno a una singolare circostanza. Shylock, facoltoso usuraio ebreo, odia -ricambiato- i cristiani. Tuttavia, concede un prestito a Bassanio di tremila ducati con la fideiussione, come si direbbe oggi, del suo amico Antonio. Ma, se non sarà restituito entro tre mesi, chi lo ha garantito dovrà risarcire il danno con una libbra di carne del proprio corpo. La buona sorte volta le spalle ad Antonio, le navi che trasportano tutte le sue ricchezze si perdono in un naufragio. Shylock allora pretende che la clausola venga onorata.
Tutto farebbe pensare che il Doge dichiari il contratto immorale e, di conseguenza, nullo. Ma appena uno dei personaggi minori pronostica questa conclusione, Antonio subito obietta: “Il Doge non può fermare il corso della legge”. Spiega, poi, che questa è una delle ragioni che stanno alla base della prosperità di Venezia: “Se agli stranieri venissero negati/ I benefici goduti qui a Venezia/ Lo stato ne verrebbe gravemente screditato,/ Dacché il commercio e i profitti della città/ Provengono da tutte le razze”. Il Bardo solleva così l’eterna questione dei rapporti tra economia e etica. Antonio si spinge ancora oltre: in ragione dei “benefici” i patti vanno rispettati, al di là della moralità di chi li sottoscrive. Perfino il cannibalismo deve essere tollerato, se entrambi i contraenti sono d’accordo. Così concepito, il contratto appare come una forza in grado di generare autonomamente i propri diritti, le proprie rivendicazioni e i propri privilegi: nessuna legge superiore, nessuna autorità esterna può interferire con le sue procedure.
Di fronte al Doge che cerca di farlo recedere dal suo proposito, Shylock reagisce schernendolo con insolenza perché sa di non avere torto. Questo è ciò che intende Porzia, la ricca ereditiera che Bassanio vuole sposare, quando afferma che “a Venezia non c’è potere che possa modificare una legge in vigore”. E la legge è l’accordo che Antonio e Shylock hanno stretto attraverso una trattativa verbale. Osserva acutamente Richard Sennet che Shakespeare stabilisce in tal modo un collegamento che cominciava a prendere forma nel Rinascimento: quello tra libertà di parola e inviolabilità del contratto. La libertà economica derivava dalla libertà di parola (“Lo straniero”, Feltrinelli, 2016).
Lo stereotipo dell’ebreo avido, collerico e vendicativo ha esposto il dramma shakesperiano all’accusa di antisemitismo. Un secolo e mezzo più tardi, Montesquieu la rovescia. Nel suo “Spiritodelle leggi” (1748), gli ebrei fungono da apripista della trasformazione del commercio da attività disprezzata, associata all’usura e al prestito su pegno, a professione degna e stimata. Intorno al periodo dei primi viaggi transoceanici -scrive- il commercio cessò di essere “soltanto la professione della gente bassa” e perciò campo esclusivo di “una nazione allora coperta d’infamia” (e qui intende gli ebrei), e “rientrò, per così dire nel seno della probità” (libro XXI, cap. 20). In questo contesto, per lui i discendenti di Abramo si collocano alla testa di un’autentica rivoluzione politica e culturale, per cui, per la prima volta, il commercio “potè eludere la violenza”. Come fecero a innescare questo cambiamento colossale e ad avviare l’Europa verso una società mercantile moderna, sicura e laica? A questa complessa domanda Montesquieu dà una risposta solo in apparenza semplice: “inventarono la lettera di cambio” (più nota col nome di cambiale).
Una leggenda, secondo la storica Francesca Trivellato (“Ebrei e capitalismo”, Laterza, 2021). Resta il fatto che con Montesquieu l’invenzione attribuita ai traditori di Cristo diventa un simbolo della modernità. Un despota, magari per placare sentimenti popolari antigiudaici, poteva essere tentato di confiscare terre, case, lingotti o merci, ma certo non pezzi di carta che non era in grado di riscattare. Una volta limitati nel loro potere di depredare, ai sovrani non restò che comportarsi “con maggiore saggezza di quanto non avrebbero pensato essi stessi”; così, infine, l’Europa potè cominciare “a guarire dal machiavellismo e si continuerà a guarirne tutti i giorni”. Nel frattempo, sempre secondo Montesquieu, la Chiesa, che equiparava il commercio alla “mala fede”, perse la sua presa sulla società e “i teologi furono obbligati a ridurre i loro princìpi”. Con l’ascesa dello spirito del commercio, la moderazione trionfò nelle sfere del governo e dei costumi sociali: “è una fortuna per gli uomini trovarsi in una condizione tale che, mentre le passioni ispirano loro l’idea di essere malvagi, il loro interesse è non esserlo” (XXI, 20).
L’interpretazione della genesi della società mercantile tracciata da Montesquieu esercitò una forte influenza in Francia e all’estero, fornendo la più autorevole formulazione della teoria del “doux commerce”: “Il commercio guarisce dai pregiudizi distruttori, ed è quasi una massima generale che ovunque vi sono costumi miti, v’è commercio; e che ovunque v’è commercio, vi sono costumi miti” (XX, cap.1). Non fortuitamente, dopo la pubblicazione dello “Spirito delle leggi”, la cambiale cominciò a comparire accanto alle tre grandi invenzioni -la stampa, la bussola e la polvere da sparo- che, sulla scia di Francesco Bacone, erano considerate le levatrici del mondo moderno.
InOltre è completamente gratuito ed è il frutto della competenza e della passione di molte persone che lavorano senza fini di lucro. Se desiderate contribuire con un piccolo supporto, potete farlo cliccando sui pulsanti che vedete, scegliendo l’opzione che più preferite. Le donazioni verranno utilizzate per i costi di mantenimento del sito e per altre attività editoriali.


Scopri di più da InOltre
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.
