

Da alcuni giorni l’Italia sembra annegare tra le lacrime per la morte di Anas al-Sharif, uno degli innumerevoli apologeti digitali della violenza jihadista di Hamas e del pogrom del 7 ottobre (“Sono passate nove ore e gli eroi vagano ancora per il Paese, uccidendo e catturando. Dio, Dio, quanto sei grande!”), ucciso dall’IDF a Gaza.
La canonizzazione di questa sorta di Telesio Interlandi dell’attivismo anti-ebraico e di alcuni suoi colleghi di sventura è stata officiata dal gotha del giornalismo “antifascista” sulla base di un presupposto a un tempo indiscutibile e indicibile, cioè che la Gaza di Hamas non sia un esperimento sociale totalitario, ma una sorta di libera comune islamica, e che la società della Striscia, in tutte le articolazioni, comprese quelle “giornalistiche”, sia qualcosa di diverso da un mero dispositivo di guerra contro l’esecrata entità sionista.
Insomma, nell’iperuranio negazionista del conformismo pro Pal non si può ancora dire che la Gaza di Hamas sia uguale alla repubblica partigiana della Val d’Ossola, ma non si può neppure discutere – non sia mai – sul fatto che tutti i morti di Gaza siano uguali ai martiri di Sant’Anna di Stazzema, e che per la loro morte gli unici colpevoli vadano sempre e solo cercati tra i nazisti di Israele.
Si badi: per sostenere la natura illegittima e criminale di assassini mirati nei confronti di gazawi impegnati nella guerra ibrida contro lo “stato genocida” non sarebbe affatto necessario piangere Anas al-Sharif come se fosse Giovanni Amendola o Walter Tobagi. Per criticare o condannare l’allargamento del perimetro dei bersagli della guerra di Israele a Gaza è del tutto irrilevante che essi siano meritevoli di ammirazione o di disprezzo, rilevando solo la loro partecipazione e dunque la loro responsabilità nelle attività politico-militari del partito stato di Hamas.
Se da una parte distinguere i miliziani di Hamas dai civili di Gaza è complicato non solo perché, come è noto, i miliziani vestono da civili, si mischiano con essi e se ne fanno scudo (alimentando col loro sangue la mitologia di una guerra infinita e necessaria contro gli ebrei), ma anche perché non c’è civile che non faccia parte, volente o nolente, della macchina della propaganda o della guerra di Hamas, dall’altra parte il rischio che il gabinetto di guerra di Israele scelga di farne un unico e indistinguibile problema, oggetto di un’unica e non differenziabile soluzione – l’eliminazione/deportazione – è oggi di una eclatante chiarezza e di eccezionale gravità. La guerra totale come “occasione da non perdere” per edificare la Grande Israele.
Per denunciare e combattere questo disegno, per cui si sono aperte fratture senza precedenti nella società e nella politica di Israele (che, a differenza di Gaza, è e rimane uno stato libero e democratico), non serve però a niente contrapporvi la post-realtà di una Gaza a immagine e somiglianza dei desideri antisionisti. A Gaza ci sono i giornalisti, né più né meno, che c’erano nella Repubblica di Salò o nella Germania del 1944. Il che significa che a Gaza non ci sono giornalisti, per la banale ragione che non ce ne possono essere.
A fare davvero i giornalisti – senza la pettorina Press rilasciata come divisa di guerra – sono stati gli attivisti che nel marzo scorso hanno organizzato manifestazioni contro Hamas, immediatamente represse nel sangue, riuscendo a farne filtrare le immagini fuori da Gaza. I “giornalisti” di Gaza non ne parlarono e Al Jazeera la presentò come una manifestazione “per chiedere la fine della guerra genocida di Israele contro l’enclave”
La stampa “antifascista” italiana non trovò il modo, né il tempo per occuparsi delle vittime della repressione di Hamas e per versare per loro un centesimo delle lacrime ed esprimere un milionesimo dello sdegno meritati dagli sventurati impiegati dell’ufficio stampa di Hamas.
Perché? Non per cattiveria, né per insensibilità. Per ragioni politiche: quella contro Hamas non è la loro guerra, perché non pensano che il cuore e la matrice della tragedia mediorientale sia la prosecuzione, dopo la Shoah, della campagna di odio antisemita contro quella particolare e nuova forma di “ebreo collettivo” rappresentata dallo stato ebraico, ma l’usurpazione della patria palestinese da parte di Israele. È Israele per loro a essere fuori posto, non Hamas. E non l’Israele di Netanyahu o di Ben-Gvir. Proprio Israele, a prescindere dai suoi governanti, come sostiene Hamas, fin dalla sua fondazione.
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1 ha pensato a “Gli addetti stampa della jihad e la post-realtà del libero giornalismo di Gaza”