

Tra primarie infinite, campagne di ascolto e riposizionamenti acrobatici, il campo largo si muove senza bussola. Sullo sfondo, la guerra in Ucraina e le ambiguità di Conte: tra dichiarazioni opportunistiche e una linea politica che oscilla, più che guidare. E la coerenza? Opzionale, ma non senza conseguenze.
Lo spettacolino dei campolarghisti assortiti che pregustano il ritorno al potere non ha certo nulla a che spartire con il poetico disincanto dello “spettacolo di arte varia dell’uomo innamorato”, reso immortale da Paolo Conte. Eppure sarebbe, a suo modo, uno show anche abbastanza esilarante.
Primarie sì, primarie no, primarie come. Prima i programmi, ça va sans dire, e soprattutto “prima di tutto facciamo una campagna di ascolto della gente”. La campagna di ascolto tira moltissimo di questi tempi, soprattutto a sinistra. Del resto è il manifesto perfetto di una classe politica ridottasi a fare da follower dei propri elettori anziché condurre “operazioni verità”, fra le altre cose, su guerra, debito, stato sociale, crescita e quindi proporre soluzioni.
Lo show intitolato “non ci vedete arrivare, ma stiamo arrivando” è poi condito da interviste a (brevi) intervalli regolari del vate Bettini e da folle di aruspici con kefiah d’ordinanza che già immaginano il “chi va dove” nelle caselle del prossimo governo giallorossoverde, impiattato con imbarazzanti guarnizioni centroriformiste.
I meno giovani si affannano a gettare acqua sul fuoco, memori della “gioiosa macchina da guerra” di occhettiana memoria, ma nel collettivo studentesco l’aria che tira è da “Occhetto chi?”. Certo, c’è ancora da definire qualche trascurabile dettaglio, tipo la scelta del predestinato/a a Palazzo Chigi. Però, suvvia, dopo aver salvato nientemeno che la democrazia e la Costituzione “più bella del mondo” nel referendum, non si può certo dissipare questo patrimonio di voti resistenziali per una questione di nomi.
Lo spettacolino tuttavia si fa meno divertente quando, tra le manovre di avvicinamento alla stanza dei bottoni, iniziano gli inevitabili “riposizionamenti”. Anche tra i campolarghisti, infatti, chi ha un minimo di pratica di mondo intuisce che la totale assenza di cultura di governo mostrata in questi tre anni e mezzo dalla pseudocoalizione può risultare un problema persino in un paese come l’Italia, dove ormai la logica umorale del voto è del genere “proviamo/riproviamo anche questi”.
In particolare, non sfugge che, nel caotico affastellarsi di linee di politica estera in svendita nell’outlet di centrosinistra, ce ne sono alcune che potrebbero risultare non essere moneta corrente nel rapporto con le cancellerie europee.
Il problema è che qui entra in gioco l’altro Conte. Non Paolo, non Antonio, ma Giuseppe, l’avvocato del popolo. Maestro nell’arte del riposizionamento mobile, segugio dall’olfatto raffinatissimo nel braccare le tracce del potere, Conte ha già compreso, senza bisogno di armocromisti di sorta, che bisogna estrarre dal guardaroba anche qualche capo da tempo lasciato in naftalina. Prima per comporre l’armata Brancaleone del “Tutto Tranne Meloni”, poi per atteggiarsi a governanti.
Così ieri, ospite della Convention di +Europa, ha sorpreso gli ingenui con queste dichiarazioni:
“Sul conflitto russo-ucraino, abbiamo sensibilità diverse, (…) ma io sono stato promotore di una risoluzione comune riconoscendo su questo punto che l’aggressione russa va assolutamente sanzionata. Di fronte a un allettante e conveniente prezzo del gas russo, noi non lo dobbiamo acquistare fino a quando non ci sarà un trattato di pace. (…) Non possiamo permettere che arrivi un trattato di pace senza l’Europa, rappresenterebbe il declino nostro politico. Lavoriamo per questa svolta negoziale, cerchiamo di difendere con le unghie e i denti la popolazione ucraina, ma mettiamo fine a questo conflitto perché non c’è possibilità di coltivare un’escalation militare all’infinito”.
Ora, sappiamo che il leguleio di Volturara Appula è un insigne esponente di quella scuola di pensiero (vabbè, si fa per dire) secondo la quale la mitica escalation è riferibile solo al campo occidentale e atlantista. L’escalation è comunque una responsabilità esclusiva dell’Occidente: è l’Occidente che la provoca o che la deve comunque evitare. È escalation la difesa dell’Ucraina, non l’aggressione da essa subita. È escalation la guerra di Israele a Gaza o in Libano, non il 7 ottobre o i quotidiani lanci di missili da parte di Hezbollah.
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È escalation l’attacco israelo-americano all’Iran, non l’agire del regime degli ayatollah in concorso con i propri proxy paramilitari e terroristici che da anni attaccano Israele.
Eppure, qualche anima buona e paziente dovrebbe prendersi la briga di spiegare a Conte che in Ucraina non c’è in corso alcuna escalation militare di cui poter pilatescamente incolpare tutti e nessuno. No, c’è un paese aggressore, invasore, stupratore e ladro di bambini e un paese sovrano aggredito.
Quest’ultimo, sì, si difende eroicamente “con le unghie e con i denti” da quattro anni. Gli ucraini lo fanno nonostante il braccio legato dietro alla schiena imposto loro dai tremebondi europei. Lo fanno nonostante il tradimento americano, al quale i tremebondi di cui sopra si stanno affannando a fornire alibi ad Hormuz. Lo fanno, soprattutto, nonostante il vile pacifintismo di chi da subito li avrebbe voluti disarmare per costringerli alla resa.
Una resa che schiere di bestemmiatori della pace, invero molto sensibili alle ragioni di Putin, erano pronti a contrabbandare appunto per “pace”. Ebbene Giuseppe Conte era in prima fila in quest’opera di mistificazione. Egli che, a proposito di guardaroba e orgoglioso della propria pochette, consigliò a Zelensky, come sempre sotto il fuoco dei bombardamenti russi, di abbandonare la mimetica per indossare abiti più consoni a negoziare la pace (rectius: la resa).
Egli che si intestò una manifestazione per la pace ripresa con grande enfasi dal primo canale della TV di Stato russa, estasiata dall’assenza in essa di qualsiasi contenuto minimamente critico verso l’invasione dell’Ucraina.
Se la colossale esibizione di ipocrisia di ieri da parte di Conte è l’inizio della stagione dei riposizionamenti, non osiamo pensare cosa ci aspetti di qui al voto.
Tuttavia, due cose vorremmo dire al “mago di Oz” (copyright by Beppe Grillo).
La prima è che, se gli italiani intendono definitivamente suicidarsi, il suo ritorno al potere può dirsi garantito anche senza queste sparate impudiche. Sarebbe il logico corollario delle scelte di un paese che, da un lato, rinuncia a un’occasione di civiltà quale separare le carriere di chi giudica e di chi accusa e, dall’altro, continua ad assicurare, con il consenso democratico, agibilità politica a chi ha escogitato il Superbonus, il perverso meccanismo del “graduidamente” che pagheremo per generazioni.
Si tranquillizzi, Conte. Se tornerà al potere, sarà a prescindere da quello che dice. Non foss’altro perché l’affidabilità delle sue parole, al pari di quelle dell’odiato rivale Renzi, si colloca persino al di sotto della già bassissima media della nostra classe politica. Per non dire, poi, dell’impatto sugli ucraini, i quali, per loro fortuna e disgrazia insieme (hanno ben altro a cui pensare), possono proprio fregarsene dei riposizionamenti di chi, fino a ieri, assicurava diuturna complicità a Putin.
La seconda considerazione concerne la coerenza. Nessuno più di chi scrive è convinto che la coerenza sia una virtù, soprattutto in politica, ampiamente sopravvalutata. È ben vero che la coerenza si rivela spesso la virtù degli imbecilli. Ma guai, caro Conte, a credere che il sistematico ed esibito esercizio di incoerenza renda per ciò stesso più intelligenti. Più spesso, fa semplicemente apparire indecente chi lo pratica.

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