


A trentacinque anni dalla proclamazione dell’indipendenza ucraina, la guerra riporta in primo piano il conflitto tra appartenenza e libertà. Se la storia diventa un destino obbligato, l’identità si trasforma in titolo di proprietà degli imperi. La sfida è salvare una tensione universale capace di difendere il diritto di uomini e popoli a non coincidere per sempre con la propria origine.
Il 24 agosto 1991 l’Ucraina proclamava la propria indipendenza. Non fu soltanto un atto parlamentare: il primo dicembre dello stesso anno quella decisione sarebbe stata sottoposta a referendum, confermando la volontà di costituirsi come Stato indipendente.
Trentacinque anni dopo, quella data consente di mettere a fuoco una questione che supera anche la drammatica vicenda ucraina degli ultimi anni, iniziata con l’invasione russa di quattro anni fa: che cosa accade quando la storia, da eredità che orienta una comunità, viene trasformata nel destino che dovrebbe imprigionarla?
Una parte importante dell’ideologia sviluppatasi attorno al regime russo risponde, in sostanza, che dalla propria storia non si esce. Russi e ucraini apparterrebbero a uno stesso spazio storico, culturale e spirituale. Putin ha ripetutamente affermato che costituiscono “un solo popolo”, arrivando a descrivere come artificiale o comunque storicamente aberrante una separazione politica troppo marcata fra i due Paesi.
L’Ucraina può dunque esistere, ma la sua libertà sembra diventare problematica nel momento in cui essa pretende di produrre conseguenze geopolitiche non compatibili con l’appartenenza che Mosca considera originaria. Quando Kyiv guarda troppo decisamente verso l’Europa, non compirebbe soltanto una scelta politica sgradita: tradirebbe, per così dire, ciò che essa realmente è. Tale è la copertura ideologica dell’imperialismo putiniano.
In questo punto, il problema ucraino incontra una questione molto più antica. Da almeno due secoli sappiamo che l’universalismo non è innocente. Lo storicismo ha incrinato l’immagine di una ragione capace di contemplare il mondo da nessun luogo; l’ermeneutica ci ha ricordato che pensiamo sempre entro tradizioni e linguaggi; molte correnti novecentesche hanno mostrato quanto spesso una cultura particolare abbia violentemente elevato sé stessa a misura dell’umano. Nella storia politica dell’Occidente, più di una volta il linguaggio dell’universale ha accompagnato rapporti di dominio.
Tutto questo dovrebbe impedirci di tornare a un universalismo ingenuo. Non dimostra, però, che possiamo fare a meno dell’universale, o di una tensione all’universale, per usare una formulazione più cauta. Il cortocircuito comincia precisamente qui.
Se la critica si spinge fino a negare che possano esistere criteri capaci di oltrepassare le singole appartenenze storiche, allora diventa molto più difficile spiegare perché una comunità abbia diritto a sottrarsi al destino che un’altra comunità, magari più potente, le attribuisce. La storia diventa titolo di proprietà e la vicinanza geografica una vocazione politica coatta. Un’identità inizialmente ascritta diventa così prescrittiva: non dice più soltanto da dove vieni, ma soprattutto dove devi stare.
Timothy Snyder, noto storico americano dell’Europa orientale e dei totalitarismi, nel 2022, in un articolo su Substack dal titolo How to Think About War in Ukraine, scriveva che, se gli ucraini si riconoscono come una comunità nazionale dotata di un futuro politico comune, la questione è già decisa: l’idea che spetti al dittatore di un altro Paese stabilire chi sia o non sia una nazione appartiene, storicamente, al lessico dell’imperialismo.
Era il 18 gennaio, dunque prima che Mosca desse il via all’invasione su larga scala. Snyder, insomma, aveva già isolato il nucleo ideologico del problema: non semplicemente una controversia geopolitica, ma la pretesa che un altro Stato possa decidere se un popolo costituisca davvero una nazione e quale sia il suo destino politico. Vista retrospettivamente, la frase acquista quasi un valore diagnostico.
È precisamente la libertà del soggetto – individuale o collettivo – di non coincidere senza residui con la propria provenienza che l’immaginazione imperiale fatica a tollerare.
Per questo una critica forsennata dell’universalismo può produrre un esito paradossale. Nata magari dal legittimo sospetto verso le pretese egemoniche dell’Occidente, può finire per privarci degli argomenti con cui contestare altre egemonie.
Se ogni civiltà costituisce un mondo normativo chiuso, perché mai una “grande civiltà” non dovrebbe rivendicare i territori che considera parte del proprio spazio storico? E in nome di cosa dovremmo pretendere che, all’interno dei propri confini, i governi non conculchino i diritti fondamentali della persona? Se non esiste alcun criterio che trascenda le appartenenze, la differenza fra una libera associazione e una sfera d’influenza rischia di diventare soltanto questione di prospettiva. E dietro le prospettive, alla fine, restano meri rapporti di forza.
Ecco servita la contraddizione più evidente di certo particolarismo contemporaneo, simpatizzante del “multipolarismo”, termine non a caso molto amato dai fautori del “post-liberalismo” – prendendo la definizione in senso lasco – critici della società aperta nella grande chiesa che va dal Cremlino alla Casa Bianca trumpiana: proclama il valore della pluralità, ma fatica a riconoscere il diritto concreto di essere diversi proprio a coloro che cercano di sottrarsi alla propria presunta collocazione originaria.
Si difendono le civiltà contro l’uniformità dell’universale, salvo poi negare a un popolo la possibilità di prendere le distanze dalla civiltà alla quale altri hanno deciso che appartenga. La pluralità viene celebrata finché rimane immobile.
Nel mondo che si sta formando, inoltre, il problema dell’universale non diventa meno urgente, ma di più. Culture, religioni e tradizioni politiche sempre più differenti condividono ormai uno spazio economico, tecnologico, ecologico e strategico dal quale nessuno può realmente ritirarsi.
La convivenza mondiale non richiede che tutti diventino uguali, certo, ma che esista almeno un terreno sul quale si possa dire a una potenza: il tuo vicino non è tuo soltanto perché compare nelle mappe della tua memoria nazionale.
La sfida, allora, non consiste nel restaurare l’universale come un catalogo immobile di verità già possedute, ma nel conservare la possibilità che uomini e popoli si sottopongano reciprocamente a ragioni che nessuno possa respingere semplicemente dicendo “qui da noi è diverso”.
Forse è anche questo che distingue la pace autentica dall’equilibrio imperiale. Nel secondo caso, ciascuno rimane al posto assegnatogli dalla storia e dalla potenza dei vicini. Nel primo caso, invece, occorre riconoscere che perfino chi ci è prossimo può scegliere di diventare diverso da come avevamo stabilito che dovesse essere. Senza questa possibilità, il pluralismo smette di proteggere le differenze e finisce per consegnarle agli imperi.
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