
Il referendum costituzionale ha avuto un valore che supera il merito del quesito e assume un significato apertamente politico. La sconfitta del governo apre una crisi che l’esecutivo evita però di formalizzare in Parlamento, mentre si accentua la marginalizzazione delle Camere e cresce il sospetto di una leadership più attenta alla durata che alla direzione.
L’esito del referendum costituzionale ha evidenziato che gli italiani hanno votato certamente sul tema crudo della riforma sottoposta loro nelle urne, ma soprattutto hanno voluto consegnare un messaggio squisitamente politico di sfiducia nell’operato del governo.
L’esito sul piano politico ha innescato l’ovvio redde rationem dalle parti di via Arenula, che tra il disperato sottosegretario Delmastro e la zarina capo di gabinetto Bartolozzi hanno trasformato il dicastero in un suk. Il redde rationem si è spinto fino anche agli altri ministeri, con la sfiducia consegnata a Santanchè e il bizzarro tira e molla durato 24 ore tra la Pitonessa e la presidente del Consiglio.
Quello che ancora oggi, in maniera imbarazzante, manca per completare il quadro e dare il senso politico del voto è la formalizzazione della crisi politica in atto attraverso un passaggio almeno in Parlamento. Il passaggio al Quirinale sarebbe meglio. Con la richiesta di fiducia alle Camere.
È evidente che in maggioranza ci siano divisioni profonde, che essa ha ben saputo mettere sotto il tappeto durante questi ultimi tre anni. Solo guardando alla scorsa legislatura, ci sono stati tre momenti in cui le maggioranze che si sono succedute hanno lavato i panni sporchi alla luce del sole, con trasparenza davanti ai cittadini: a Palazzo Madama nell’agosto 2019 e nel luglio 2022, e in entrambi i rami del Parlamento nel gennaio 2021.
È bizzarro come invece oggi la presidente del Consiglio non solo abbia derubricato la sconfitta a un video social, ma non si sia presentata in Parlamento per una verifica della fiducia. È surreale come, forse complice lo sciagurato taglio dei parlamentari, la qualità dell’attività parlamentare sia caduta così in basso.
Meloni non ha chiaramente interesse a formalizzare la crisi per due ragioni che esamineremo con attenzione.
La prima è quella di non rischiare di essere impallinata se dovesse andare al Colle per dimettersi e lavorare a un Meloni bis che le permetterebbe quantomeno di ripartire con una nuova fase per affrontare l’ultimo capitolo della legislatura.
Questo pericolo di essere impallinata è però smentito dai numeri in Parlamento, che sono schiacciati per la maggioranza di governo e che quindi impedirebbero la formazione di un governo estraneo al risultato elettorale del settembre 2022.
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Constatato che il problema non sia numerico, possiamo ora focalizzarci sul motivo, a mio avviso più calzante, del perché Meloni eviti come la peste di fare chiarezza con il popolo italiano: il libro del Guinness World Record.
È sempre più evidente che Meloni abbia come unico obiettivo della sua azione di governo quello di battere la durata del governo Berlusconi bis ed entrare nella storia della Repubblica come colei che è riuscita nell’impresa teutonica di governare per tutta la legislatura.
Questo non solo è un fatto meramente statistico, ma un fatto che evidenzia le caratteristiche della leadership che in questo momento governa il Paese. È chiaro che governare dovrebbe essere il modo per attuare politiche che cambino possibilmente in meglio la vita dei cittadini, non cercare di scalare le classifiche di durata dell’esecutivo.
È allarmante che per Meloni venga molto prima il secondo obiettivo rispetto al primo, ed è palese che sia così guardando l’operato del governo dal momento in cui si è insediato. Un governo che ha galleggiato, cercando di vivacchiare sia in patria che oltreconfine.
Anche i roboanti annunci passano in secondo piano quando si vanno a vedere effettivamente gli indicatori economici e sociali e lo status del Paese a livello europeo. La produzione industriale è al palo da tre anni. Meloni aveva annunciato di essere il ponte con Washington, invece si viene a sapere che l’esecutivo non era stato neanche avvisato dell’attacco a Teheran.
In Europa il governo non tocca palla: dal progetto di condivisione del nucleare francese alla coalizione dei volenterosi, l’Italia semplicemente non c’è. C’è invece quando deve andare a tergere le terga a Trump. Un grave errore che gli elettori hanno voluto punire alle urne del fine settimana.
Per concludere, viene il sospetto fondato che Meloni, quando disse di voler essere un ponte con Washington, intendesse essere il ponte con lo Stato di Washington, che bagna la baia di Vancouver dove è ubicata la sede del gruppo che gestisce il Guinness World Records.
Il tanto bistrattato Parlamento, che è la massima espressione del voto dei cittadini, e in particolare il presidente del Senato, che è la massima espressione del voto dei cittadini nel frattempo, discute della questione della famiglia del bosco. Vicenda assolutamente interessante per il dibattito del pomeriggio in TV, non per il Parlamento.
Sarebbe ora che il potere legislativo reclamasse a sé la centralità che merita e soprattutto riprendesse in mano il bandolo della matassa, tornando a dettare l’agenda del governo ed uscendo da questi tre anni di sonnolenza su tutta la linea, iniziando dal reclamare il coinvolgimento nell’attuale crisi politica. Ne va del futuro delle istituzioni del Paese.

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Sembra un articolo scritto per Il Domani o il Fatto Quotidiano… pessimo a mio giudizio.
Non sono d’accordo su nulla di quello che scrive in questo articolo.
il convitato di pietra, sia per Giorgia che per la scipita opposizione che ci ritroviamo in parlamento, è quel 40% abbondante di elettori che non s’è mosso per il referendum: per eventuali elezioni potranno essere anche di più, e sono il segnale del progressivo e in apparenza irreversibile allontanamento dalla politica di gran parte degli elettori.
politica che è sempre più vista come un teatrino costoso quanto inutile, noioso quanto futile, incapace di incidere sulla vita quotidiana se non in negativo, disprezzata e sopportata come male inevitabile, affidata a mani incompetenti e ignoranti, e per questi precisi motivi narcisiste, egocentriche, personaliste, corrotte e dannose.
oltretutto, in apparenza assolutamente incapace di proporre alternative anche solo comportamentali, con troppa gente sprofondata in una compiaciuta e cafonissima banale mediocrità, estesa a tutti i suoi vari mantenuti (personali e di categoria) e su tutti i fronti e gli schieramenti.
questo 40% (che in caso di elezioni ha sfiorato il 60% in certi casi) è una percentuale che ogni partito si sognerebbe e che non è in grado di intercettare, che è destinata a salire di tornata in tornata, fino ad arrivare a rompere l’equilibrio malsano degli ultimi decenni.
che questo accada con un’azione violenta (Dio non voglia), con l’ascesa di qualche “uomo nuovo” (almeno in apparenza), o invece con un insperato “esame di coscienza” della classe politica, in cui includo razionalmente anche la magistratura, che sappia individuare problemi concreti e proporre soluzioni percorribili, questo non è dato di saperlo, al momento.
ma i segnali che arrivano dal mondo politico e da chi lo abita a qualsiasi livello non sono per niente incoraggianti purtroppo