


C’è una linea di scrittori che ha insegnato a dubitare della realtà. Philip K. Dick ne è uno dei punti più alti: non tanto per i mondi futuri che immagina, quanto per la domanda che attraversa tutta la sua opera. Quanto possiamo fidarci di ciò che vediamo?
Ghiaccio nasce da questo dialogo. Non cerca di riprodurne la voce, ma di raccoglierne l’inquietudine. La scrittura di Alessandro Tedesco resta ancorata alla materia: ai corpi, alle periferie, al cemento, ai silenzi, a quella violenza quotidiana che, quasi senza rumore, modifica il modo in cui abitiamo il mondo.
Qui il dubbio non nasce dalla tecnologia. Nasce dalle persone.
Dopo Palermo-Toronto, dove la frattura attraversava memoria e percezione, e Dieci Adesso, che esplorava il rapporto tra tempo, corpo e identità, Ghiaccio prosegue una ricerca narrativa sul momento in cui il reale perde consistenza. Non perché il mondo cambi, ma perché è lo sguardo a incrinarsi.
I racconti di Alessandro Tedesco sembrano muoversi tutti lungo questo confine: quello in cui un trauma, un’assenza o un desiderio modificano lentamente il modo di percepire la realtà. La domanda non è se ciò che accade sia vero o falso, ma quale forma assuma il reale quando la mente tenta di sopravvivere.
Ghiaccio non offre risposte definitive.
Lascia una crepa.
Ed è da quella crepa che, a volte, la realtà comincia a cambiare.
Buona lettura.
Il Dart Pub è un buco di fumo denso e risate che graffiano, un angolo di Padova dove il neon sputa luce fioca sui tavoli di legno marcio.
Motociclisti, soldati americani, anime perse si scontrano, si ubriacano, si perdono.
Io servo ai tavoli. Alta, frangetta sugli occhi, capelli verdi tagliati troppo corti. Un gelo fermo in gola. Ho venticinque anni, vivo in via Anelli, tra palazzi grigi e immondizia che puzza di speranze rotte. Studio da sola, biopolitica, reti telematiche, con ragazzi che sognano rivoluzioni.
Ma io? Io sono qui, a schivare mani e insulti, con un freddo che mi pesa dentro. Una volta volevo scappare, scrivere, andare a Berlino. Mio padre se n’è andato quando avevo quindici anni, un’ombra che non torna. Mia madre si è spenta piano, consumata da un letto d’ospedale, e io sono rimasta, con i miei quaderni fermi sotto il letto, pagine che mi guardano come accuse. Ogni notte, tornando a casa, il cemento di via Anelli mi ricorda una cosa semplice: volevo di più.
Piera, che chiamo Muttley per i capelli crespi e il ghigno bavoso, comanda il bancone. È più vecchia del locale, una regina che ringhia. Samy, la morosa di Ettore, è diversa: piccola, bionda, mani da pianista, troppo intelligente per questo schifo. Ma Ettore, lo sciacallo, la tiene incatenata, lavora gratis. Io vengo dopo di loro, sempre un gradino sotto, e lo sento.
Osservo, però.
Ogni faccia, ogni bugia, ogni crepa.
E poi c’è lui.
Tra i clienti del locale.
Beve whisky con ghiaccio e acqua, mai birra come gli altri.
Quel tintinnio nel bicchiere resta, un rumore che mi segue.
Gioca a biliardo, stecca in mano, tiri precisi, come se il mondo fosse solo geometria. Parla con tutti, ride, ma è un passo indietro. Solitario. Svetta, come se il fumo non lo toccasse. A volte ho l’impressione che il locale gli scivoli intorno senza sfiorarlo.
Non mi piace.
Quella calma mi irrita.
Quel bicchiere è un confine che non so oltrepassare.
Ma i suoi occhi, morbidi e duri, mi incastrano.
Lo guardo, e odio che lo faccio.
Una sera, Piera mi fa:
“Chiedigli il nome, forza.”
Mi avvicino, pulendo un tavolo.
“Come ti chiami?” dico, secca.
“Ivan,” risponde, con un lampo negli occhi.
“Vengo dalla Mongolia. Sono un serial killer di sogni, sai? Li ammazzo uno a uno, non ne resta neanche lo straccio.”
Rido, pensando sia una cazzata, ma la sua voce mi gela.
“E tu, Elena, che sogni ammazzi?”
Non rispondo, torno al bancone, il cuore che martella. Dentro di me, penso: i miei sogni? Li ho lasciati morire con mia madre, tra le sue medicine e i miei quaderni muti.
Non sono una che si lascia fregare. Ma questo posto mi sta logorando. Ogni sera, tornando a casa, il quartiere mi morde, il silenzio mi urla contro. Ho smesso di scrivere tre anni fa, quando ho capito che Berlino era un’illusione.
Una sera, manca una cameriera, e tocca a me gestire tutti i tavoli. Arrivano i biker, guidati da Erik, il tatuatore. Grande, pelato, tatuaggi in mostra, pensa di potermi prendere in giro. Ordina una Corona, e mentre gliela servo con sale e limone, la scollatura del mio maglioncino a V mi tradisce.
“Stasera niente reggiseno, tutto per me, eh?” dice, con la faccia troppo vicina, i suoi amici che ridono.
Il sangue mi brucia.
“Senti, testa di cazzo,” gli sputo, gli occhi rossi di rabbia, “prova a farmi ancora l’occhiolino e ti infilo questo collo di bottiglia su per quel culo da frocio, col peperoncino invece del sale, così godi per bene!”
Il tavolo esplode in un
“UUUUH” corale.
Mi pianto, mani sui fianchi.
“E ora chiedimi scusa, se sei uomo.” Erik, spiazzato, borbotta:
“Ok, piccola permalosa, scusa. Ma solo perché sai tenere la stecca in mano.”
“Vaffanculo.”
Risate sommesse chiudono la scena.
Lo becco, una notte, vicino casa. È tardi, butto l’immondizia, il freddo di via Anelli mi morde le ossa. Erik è lì, con la moto, davanti al “Cina 24 ore”. Poi cammina, trecento metri, e suona al campanello di Megan. La conosco, Megan. È una trans argentina, bellissima, capelli lunghi, si chiama Valeria ma si fa chiamare Megan perché sembra Megan Gale.
Erik, il duro, va da lei. Non mi stupisce. Qui, tutti hanno una maschera.
Quella sera, la sera che mando a quel paese Erik, resto fino a tardi. Pulisco il bancone, sola, perché Ettore non paga sostituti. Il pub è quasi vuoto, il ronzio del frigo mi tiene compagnia. Ivan, o come cavolo si chiama, si siede al bancone: camicia bianca, maniche arrotolate, un bottone aperto sul collo. I capelli castani gli coprono gli occhi. Il bicchiere di whisky è tra le sue mani, tre cubetti che girano lenti, un suono che resta.
L’acqua scorre dal rubinetto, ripongo i bicchieri in fila. Sono inquieta. Allora gli chiedo:
“Ti chiami davvero Ivan?” Mi guarda, e i suoi occhi sono freddi, incrinati. Alza gli occhi, e il suo sguardo mi trafigge.
“Mi chiamo Davide. Forse.”
Solo l’acqua che scorre. Poi aggiunge:
“A volte ho l’impressione di non esserci davvero.”
Lo guardo, bloccata, con la pezza e il boccale in mano.
“E sono malato. Cancro. Terminale. Mi resta poco.”
Resto pietrificata. La pezza mi trema in mano. Asciugo bicchieri, uno, due, dieci, cento, e quel suono nel suo bicchiere mi segue. Penso a mia madre, al suo ultimo respiro, al quaderno che non apro più. Mi rivedo, bambina, a scriverci poesie, poi a strapparle quando papà se n’è andato.
Di solito scappo.
Ma non stasera. Non da lui.
Lui non dice altro, aspetta. Ettore mi chiama, mi liquida la settimana. Mi cambio, scappo fuori. Il locale si svuota del tutto. Spengo le luci, mi tolgo il grembiule. Lui è ancora lì.
“Vieni con me,” dice. Annuisco. Non so perché. Forse perché per la prima volta qualcuno non vuole prendersi un pezzo di me con la forza, ma mi sta mostrando le sue crepe.
“Non mi va di tornare solo,” dice mentre camminiamo, “strano, eh?”
“In effetti è strano,” rispondo. “Non sembri uno che sta solo.”
“Invece lo sono sempre stato,” mi gela.
Camminiamo in silenzio. Il suo appartamento non è lontano. È spoglio, quasi un’altra bugia. Ordine da sala operatoria, libri sui tavoli, nessun disordine. Nessuna vita, solo spazio.
Quella notte non ci sono parole. Crollo. Per la prima volta dopo anni, lascio che le difese si sbriciolino. Non combatto. Il mio corpo, abituato a essere insensibile, si arrende. Non è sesso, è qualcos’altro. È un silenzio fatto di pelle e respiro, come smettere di cadere. Al mattino, la luce grigia di Padova entra dalla finestra e lo illumina. È solo un ragazzo, con la morte seduta sul cuscino accanto.
Mentre si riveste, trovo la voce.
“La storia del cancro…” chiedo, senza guardarlo. “È vera?” Lui si ferma, dandomi le spalle.
“Sì. È vera.” Il freddo non c’è più. Al suo posto, un vuoto che pesa ancora di più. Me ne vado senza dire nulla.
Passano giorni. Non lo cerco, non mi cerca. Il suo silenzio è presente nella mia testa, un fantasma che si siede sugli sgabelli vuoti del pub. Il tintinnio del ghiaccio nel suo bicchiere è un suono che a volte mi sembra ancora di sentire.
Poi, una sera, lo trovo fuori che mi aspetta. Appoggiato al muro, il sorriso fragile che gli avevo già visto.
“Ti accompagno a casa,” dice. Stavolta c’è la sua Fiat Punto, un rottame blu che stona con lui, con il suo ordine, con il suo silenzio. “Me l’ha data un docente” spiega, come se mi leggesse nel pensiero. “La usava per l’immondizia. Io l’ho salvata.”
Il viaggio è muto. Non come il silenzio di quella notte, pieno di cose non dette. Questo è un silenzio arido, tagliente. Le mani strette tra le ginocchia, mi sento di nuovo quella di sempre, quella che voleva scappare.
“Sei studente universitario?” chiedo, quasi per sottrarmi a quel silenzio.
“No, ricercatore. Biologia. Tu?”
“L’università non mi interessa. Studio da sola, biopolitica, reti telematiche. Vivo con attivisti.” Mi guarda, curioso, ma non parla.
Stiamo su via Ognissanti, dopo un semaforo. Poi lo vediamo: un gattino nero, zampe posteriori maciullate, si trascina, miagola. Davide accosta, scendiamo. Il gattino cerca un riparo, il suo lamento mi spezza. Mi chino, voglio toccarlo, ma Davide mi ferma.
“Vai in macchina,” dice, la voce fredda.
“Perché?” rispondo, il cuore che trema.
“Vai, per favore,” insiste.
Torno verso l’auto, ma mi giro. Lo vedo.
Il tacco del suo mocassino schiaccia la testa del gattino. Il miagolio muore, quel suono nel suo bicchiere si spezza.
Non parliamo. L’aria è densa, sa di estate e di morte.
Il gelo torna.
E stavolta resta.
Mi lascia in via Anelli senza dire nulla.
Scendo dall’auto, chiudo la portiera. Il motore resta acceso un istante di troppo, poi si spegne.
Non mi volto.
Salgo le scale, entro in casa, appoggio le chiavi sul tavolo.
Il silenzio è lo stesso di sempre. O almeno così sembra.
Poi lo sento.
Un suono leggero, quasi familiare.
Mi fermo.
Viene dalla cucina.
Nessun rumore dal cortile, nessuna spiegazione logica.
È quel suono.
Il ghiaccio.
Faccio qualche passo, lentamente.
Il bicchiere è sul tavolo, dove sono sicura di non aver lasciato nulla.
Dentro, tre cubetti girano ancora nell’acqua, urtando il vetro con un tintinnio regolare.
Resto a guardare.
I cubetti continuano a girare.
Non si fermano.
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