Le tensioni che stanno scuotendo la Georgia in questi giorni di oceaniche manifestazioni, contro la legge liberticida sugli agenti stranieri, voluta dal governo filo-russo, stabiliscono un ulteriore punto di contatto tra il piccolo stato caucasico e l’Ucraina, le cui vicende degli ultimi 30 anni si somigliano così tanto, da sembrare scene di un copione criminale che la Russia putiniana non fa che replicare all’infinito.
Mi riallaccio all’accurato post dell’amica Alessandra Libutti, pubblicato nei giorni scorsi su InOltre notando innanzitutto che la prima macroscopica somiglianza sta nel fatto che entrambi gli stati si trovano sotto parziale occupazione militare da parte delle truppe di Mosca. Anche in Georgia infatti, le forze russe hanno di fatto sottratto al controllo del governo di Tbilisi le regioni dell’Ossezia del Sud e dell’Abcasia, la cui storia ricorda in parte quella del Donbass. Pure in quel caso l’intervento russo del 2008 (anche se quei territori ospitavano già delle forze di peacekeeping dagli anni ‘90) è avvenuto con il pretesto di pulizie etniche da parte dei georgiani, in realtà mai provate. Motivazioni pretestuose che ricordano tanto la fantomatica oppressione delle popolazioni russofone di Lugansk e Donetsk in Ucraina, che ha poi amorevolmente spinto i salvatori di Mosca a portare lì prima milizie non regolari neonaziste e poi i famosi “omini verdi”, ovvero truppe regolari senza insegne. In entrambi i casi, peraltro, le regioni si sono dichiarate indipendenti, sebbene non riconosciute tali dalla comunità internazionale.
Ma lo straordinario parallelismo tra le vicende georgiane e quelle ucraine sta anche nel fatto che tutte e due le rappresaglie russe furono determinate a un “pericoloso” avvicinamento all’Europa, scaturito da pesanti tentativi di ingerenza proprio da parte russa negli affari interni dei suoi vicini. Nel caso della Georgia peraltro, l’inizio delle tensioni con la Russia risalgono ad un evento un po’ meno noto, passato alla storia con il nome di “rivoluzione delle rose”, risalente al 2003, anno in cui si svolsero le elezioni presidenziali. A contendersi la presidenza erano infatti l’ex Ministro degli Esteri di Gorbaciov Eduard Shevardnadze ed il leader del Movimento Nazionale Unito Mikheil Saakashvili. A vincere fu il primo dei due a dispetto di sondaggi che assegnavano a Saakashvili un’ampia maggioranza. Non a caso la commissione di osservatori internazionali composta da rappresentanti OSCE, Consiglio d’Europa e Parlamento Europeo stabilì che le consultazioni non si erano svolte secondo gli standard internazionali. Ne seguirono proteste pacifiche ma partecipatissime, che culminarono il 22 novembre, quando alcuni partiti di opposizione fecero irruzione in Parlamento con delle rose in mano. A seguito delle proteste il filo-russo Shevardnadze dovette infine rassegnare le dimissioni e le nuove consultazioni incoronarono Saakashvili come Presidente con il 96% dei consensi.
A quella rivoluzione si ispirarono poco più tardi gli ucraini, dando vita alla cosiddetta “Rivoluzione Arancione”, grazie alla quale fu sventato il tentativo russo di alterare il risultato elettorale per favorire la vittoria del candidato sostenuto dal presidente uscente pro-Cremlino Leonid Ku?ma, Viktor Janukovi?, a scapito di Viktor Juš?enko. In quel caso l’organizzazione della frode elettorale fu così spudorata che addirittura la squadra di Janukovi? stabilì un quartier generale in un cinema della capitale, dove, utilizzando le password di accesso al database della Commissione Elettorale Centrale e cavi in fibra ottica, alterò i risultati. Ma organizzò anche la massiccia immissione nelle urne di schede false (e differenti dalle originali) e l’utilizzo di decine di bus per consentire a migliaia di persone di ripetere le operazioni elettorali in diversi punti del paese. A tutto questo va aggiunto anche che entrambi gli stati ex sovietici sono stati vittima di violazioni di accordi di pace (due nel caso della Georgia e addirittura quattro per l’Ucraina), ma anche candidati, seppure senza chiare scadenze temporali, ad aderire alla NATO.
A fronte di queste già incredibili somiglianze, difficile non notare come anche le proteste inarrestabili in corso a Tbilisi abbiano ormai assunto le sembianze di una Maidan georgiana, che, proprio come le manifestazioni di Kyiv del 2013/2014 contestano un governo filo-russo che vuole interrompere il percorso di avvicinamento all’Europa, voluto, nello Stato caucasico da oltre l’80% della popolazione. Da questo punto in poi, però, la storia della Georgia è ancora da scrivere. E qualcuno teme che Putin stavolta possa aver imparato dal fallimento politico incassato con Maidan (cui seguì la fuga di Janucovi?), decidendo di non accettare la scontata sconfitta del partito di governo “Sogno Georgiano” alle prossime elezioni di ottobre, la quale determinerebbe lo smatellamento della legislazione contraria ai principi europei ed il completamento delle riforme necessarie all’adesione, portando definitivamente la Georgia fuori dall’orbita di Mosca. Scommettere ora su un intervento militare di Mosca, con il fronte ucraino ancora aperto, è senza dubbio prematuro, ma non si può escludere che la situazione interna degeneri al punto che il governo di Tbilisi chieda “aiuto” al potente vicino, legittimandolo a varcare i confini con uomini e mezzi per riportare “ordine”.
Quello che sconcerta, davanti a tutto questo, non è solo il fatto che ci si ritrovi, oltre trent’anni dopo la caduta dell’URSS, a parlare ancora di sfere di influenza, quanto l’amara constatazione di quanti non riescano a vedere (o fingano di non farlo) lo “schema” criminale di un paese che pretende di utilizzare altri stati sovrani come fossero una sorta di cortile del quale disporre liberamente, ai quali imporre governi, lingua, alleanze o anche da occupare e bombardare se tentano di rivendicare quelle libertà che pure il diritto internazionale dovrebbe garantire loro. Di quanti pretendano che ci si giri dall’altra parte mentre il mostro sbrana i nostri vicini. Come se bastasse questo ad impedire a quel mostro di bussare prima o poi alla nostra porta per sbranare anche noi.
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Beh, per quanto riguarda la dottrina del cortile di casa… Putin a quanto pare ha studiato Woodrow Wilson.
Ma, a parte questo, speriamo che UE e NATO abbiano imparato dai propri errori con l’Ucraina e sappiano veramente proteggere la Georgia.