

In ogni forma di espressione artistica lo stile è il modo in cui un autore comunica e crea la propria riconoscibilità. In questo senso è quasi intuitivo per il fruitore di un’opera riconoscere lo stile di chi l’ha creata: non è difficile comprendere le differenze fra Caravaggio e Leonardo, Carducci e Pascoli, o ancora Fellini e Bergman o, più banalmente, Beatles e Rolling Stones.
La questione vera non è che cosa sia lo stile, ma come si formi.
L’equivoco più diffuso è che lo stile coincida con il talento, che può essere un presupposto, ma non è mai sufficiente. All’esordio, al massimo, si intravede una promessa. La voce, invece, nasce solo nel tempo, attraverso studio, applicazione, tentativi ripetuti e correzioni.
Il noto episodio attribuito a Giorgio Bassani, che dopo aver consegnato la versione definitiva del Giardino dei Finzi-Contini temeva di aver sbagliato a posizionare una virgola, è emblematico proprio per questo. Che sia vero o leggendario, racconta una concezione dello stile come equilibrio fragile, in cui anche il dettaglio minimo può alterare il senso complessivo.
Le tele distrutte o bruciate, i manoscritti pieni di cancellature e varianti, i chilometri di pellicola delle scene di un film eliminati in montaggio non sono incidenti di percorso: sono le spie di come si costruisca lo stile. Lo spiega bene Gustave Flaubert in poche righe:
“Non si arriva allo stile se non con un lavoro atroce, un’ostinazione famelica e devota”.
Ma a muovere davvero questo lavoro incessante c’è un elemento più profondo: la distanza tra l’idea e il risultato. L’artista vive costantemente dentro questa dicotomia. Da una parte l’intuizione, la limpida idea, perfetta nella mente; dall’altra l’opera concreta, che non coincide mai del tutto con ciò che era stato immaginato. Da quel divario nasce l’insoddisfazione e la necessità di riprovare.
Ogni opera è un tentativo, mai una conclusione. L’autore agisce nella speranza che la volta successiva il miracolo avvenga, che la forma riesca finalmente ad aderire all’idea, ma il miracolo non si avvera, ed è proprio questa distanza a rendere inevitabile ritentare, seguendo una nuova ispirazione.
In questa chiave si può leggere il destino estremo di Borromini, che è il punto limite di una tensione creativa: l’impossibilità di colmare la distanza tra ciò che disegnava sulla carta e ciò che gli fu impedito di rendere materia.
Lo stile nasce anche da qui. Non come ornamento, né come marchio autoriale, ma come esito di un tentativo reiterato di ridurre quella distanza, nell’illusione di riuscire ad annullarla. Per questo lo stile non è un insieme di caratteristiche elencabili, ma una voce, un linguaggio personale che attraversa l’opera e la rende riconoscibile.
Somiglia a ciò che accade nella vita quotidiana: riconosciamo una persona di famiglia dal modo in cui cammina nel corridoio, prima ancora che ci compaia davanti. Non servono il volto né le parole, basta il ritmo dei passi. E allo stesso modo, davanti a una pagina, a un’inquadratura, a un brano musicale, spesso riconosciamo l’autore anche se al momento non rammentassimo il suo nome.
Una parte essenziale di questa voce è, inaspettatamente, il silenzio. Nel jazz, ad esempio, questo è evidente: la musica non vive solo nelle note, ma anche nelle pause. Come ricordava Miles Davis, contano soprattutto le note che non si suonano. È in quella sottrazione che si manifesta il linguaggio di un musicista: c’è della musica anche nelle pause.
Lo stesso vale nelle altre arti. In letteratura, nel cinema, nelle arti visive, lo stile emerge spesso nelle ellissi, nei vuoti, nelle sospensioni. In ciò che l’autore sceglie di non dire, di non mostrare, di non spiegare. Non nell’accumulo, ma nella misura. Come, sempre Flaubert, nell’Educazione Sentimentale, in quattro capoversi che iniziano con il laconico “Viaggiò”, riassume un’intera fase della vita di Frédéric Moreau.
In altro modo Vladimir Nabokov, in una famosa intervista, rispose alla domanda sul perché avesse scritto Lolita: “Mi sembrava una cosa interessante da fare… Mi piace semplicemente comporre enigmi con soluzioni eleganti”.
Il soggetto non scompare, ma è interamente governato dalla voce che lo racconta. Senza quella voce, l’idea resta informe, intercambiabile.
Per Italo Calvino “Scrivere significa sempre togliere peso”. “La prosa è architettura, non decorazione d’interni”, affermava Ernest Hemingway. Ma sono lapidarie altre due citazioni: la prima di Paul Valéry, “Un’opera non si finisce mai, si abbandona”, la seconda di Pablo Picasso, “Ho impiegato tutta la vita per imparare a disegnare come un bambino”.
In certi casi, quando uno stile si afferma e si consolida, porta con sé il rischio di degenerare in manierismo. La riconoscibilità può trasformarsi in gabbia, alimentata dalle aspettative del pubblico e dall’abitudine.
Mettere in crisi il proprio stile è spesso l’unico modo per mantenerlo vivo, anche se è impresa difficile, perché è sempre lo stesso occhio che osserva la realtà da mettere in scena.
Infine, in verità, lo stile non è qualcosa che si possa indicare o definire in modo assoluto. Vive nell’esperienza di chi incontra le opere degli artisti. Non si impone, accade, senza che se ne sappia esattamente il perché.

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Bellissimo articolo.Una domanda: Giorgio De Chirico mi ha affascinato, appena ho cominciato a conoscere