


Tra l’annuncio americano sul disarmo di Hamas, il rifiuto di Netanyahu e l’assenza di una leadership palestinese autorevole, Gaza resta sospesa tra occupazione militare, vuoto istituzionale e crisi umanitaria. Le elezioni israeliane e statunitensi possono decidere se il conflitto scivolerà verso una tregua fragile o una nuova escalation.
Il paesaggio urbano della Striscia di Gaza si presenta oggi come un’infinita distesa di macerie e polvere di cemento, sormontata da montagne di rifiuti accumulati da oltre due milioni di persone in quasi tre anni di totale paralisi dei servizi di raccolta e discarica.
Sono passati oltre trentaquattro mesi da quando quattromila terroristi di Hamas, seguiti da migliaia di civili pronti alla razzia, hanno invaso il territorio di Israele distruggendo interi villaggi, hanno massacrato 1.195 persone e hanno rapito e torturato 251 ostaggi.
Oggi, dopo ininterrotte operazioni militari ad altissima intensità, l’inquadramento geografico dell’enclave risulta profondamente alterato. L’esercito israeliano mantiene il controllo tattico e strategico su oltre il 60% del territorio, isolando la Striscia con cuscinetti di sicurezza lungo il perimetro di demarcazione che conosciamo come «Linea Gialla».
Intanto, in uno spazio via via più ristretto, si ammassano quasi 2,3 milioni di sfollati, stipati in tendopoli improvvisate a Khan Younis, Deir al-Balah e nelle aree costiere di Al-Mawasi, in condizioni alimentari, igieniche e sanitarie assolutamente critiche.
La traiettoria bellica degli ultimi mesi registra una transizione complessa. Da una parte, l’azzeramento della catena di comando di Hamas – culminato nella morte di figure chiave come Yahya Sinwar e, nel maggio del 2026, del comandante delle Brigate Qassam, Izz al-Din al-Haddad – riduce le capacità operative del gruppo miliziano a tattiche di guerriglia asimmetrica.
Dall’altra parte, il mantenimento di sacche di resistenza tra i tunnel non ancora identificati e demoliti – e l’assenza di un’alternativa di governo strutturata – impediscono la chiusura definitiva del conflitto. Sul piano istituzionale, il 6 luglio 2026 Hamas compie la mossa formale di sciogliere il proprio organo esecutivo a favore del Comitato Nazionale per l’Amministrazione di Gaza, una struttura tecnica affiancata dalle Nazioni Unite. Tuttavia, senza un effettivo trasferimento delle armi, il controllo politico reale rimane indefinito.
La diplomazia di luglio e la svolta del Board of Peace
Il 31 luglio 2026, dalla sua piattaforma Truth, il presidente Trump lancia un annuncio destinato a scuotere i canali diplomatici. Attraverso il Board of Peace, il consiglio di pace istituito da Trump stesso per gestire la transizione postbellica, gli Stati Uniti proclamano il raggiungimento di un accordo per il completo disarmo di Hamas e delle altre fazioni armate presenti a Gaza. Il piano in 15 punti delineato dalla diplomazia americana – elaborato in intesa con i mediatori di Egitto, Qatar e Turchia – prospetta una scansione progressiva.
Il percorso prevede il ritiro scaglionato delle forze israeliane dalle posizioni occupate nella Striscia, affiancato dal dispiegamento di una Forza Internazionale di Stabilizzazione con il compito di presidiare i punti nevralgici e addestrare una nuova polizia civile palestinese. A questo si aggiungono la consegna verificabile delle armi pesanti, dei razzi e il definitivo smantellamento delle infrastrutture sotterranee.
L’ipotesi di una svolta immediata trova tuttavia un ostacolo nell’atteggiamento della leadership politica di Hamas. Il gruppo, riorganizzato attorno a Khalil al-Hayya, sessantacinquenne tra i fondatori storici del movimento e già braccio destro di Sinwar, risponde ponendo condizioni rigide.
La dirigenza palestinese fa sapere di escludere la cessione delle armi o la rinuncia alla resistenza senza la garanzia vincolante di un ritiro totale delle truppe israeliane e la cessazione permanente delle operazioni aeree. Per un’organizzazione che – dalla presa del potere a Gaza nel 2007 – ha fondato la propria identità sull’annientamento di Israele, il disarmo senza contropartita equivale a una resa politica. Inoltre, gli analisti si chiedono che concretezza possa avere l’offerta di consegnare le armi pesanti, quando la loro eliminazione è sostanzialmente già quasi totale, come dimostrano gli ultimi attacchi, sempre compiuti da piccole squadre di terroristi armati di armi leggere – queste ultime non considerate negli accordi.
Il no di Gerusalemme e i calcoli di Netanyahu
Se la risposta di Hamas si rivela rigida, la reazione di Gerusalemme appare netta. Il 9 agosto 2026, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu respinge la proposta americana in 15 punti, ridimensionando gli annunci della Casa Bianca. Netanyahu ribadisce che nessun soldato israeliano lascerà la Striscia finché il disarmo di Hamas non sarà integralmente completato e verificato, confermando al contempo la contrarietà alla nascita di uno Stato palestinese sia a Gaza sia in Cisgiordania.
Questa linea trova sponda diretta nella destra di governo. Il ministro della Sicurezza Nazionale, Itamar Ben Gvir, definisce inaccettabile l’ipotesi di accordo, chiedendo la prosecuzione delle incursioni mirate. Sullo sfondo di questa chiusura si collocano le scadenze elettorali israeliane fissate per il 27 ottobre 2026. Incalzato nei sondaggi e sollecitato dalle componenti ultranazionaliste della sua coalizione, pronte a mettere in discussione la tenuta dell’esecutivo, Netanyahu sceglie la fermezza per preservare la maggioranza parlamentare.
Ricordiamo che Netanyahu è sotto processo per corruzione, frode e abuso d’ufficio: la fine della sua carriera politica corrisponderebbe esattamente alla perdita dei privilegi che gli hanno permesso di sottrarsi e di ritardare i tre processi ora in corso.
Nonostante la divergenza diplomatica tra Washington e Gerusalemme, la Casa Bianca tenta di mantenere aperti i canali. Interpellato dai giornalisti l’11 agosto, Donald Trump dichiara che i rapporti personali con Netanyahu restano buoni, nell’intento di evitare che le differenze tattiche compromettano il coordinamento di sicurezza tra i due Paesi.
Non dimentichiamo che Trump sta battendo record su record di antipatia nei sondaggi sul gradimento dell’operato presidenziale e rischia di perdere il controllo della Camera nelle elezioni del prossimo 3 novembre: questo per lui significherebbe passare gli ultimi due anni a difendersi dai veti e dalle richieste di impeachment.
La leadership palestinese e la lezione di Ben Gurion
La dinamica del conflitto mostra un nodo politico che va oltre i tempi dei calendari militari. Per mesi, il dibattito diplomatico internazionale ha individuato in Benjamin Netanyahu il principale elemento di stallo dei negoziati, attribuendo all’esecutivo israeliano la responsabilità del mancato raggiungimento della pace. Sebbene le opzioni tattiche di Gerusalemme abbiano allungato i tempi delle operazioni e reso complessa la gestione del post-conflitto, questa lettura rischia di trascurare i limiti strutturali del fronte palestinese.
Come evidenziato da diversi osservatori della regione, la causa palestinese affronta da tempo la mancanza di una coraggiosa leadership in grado di passare dalla logica del confronto armato permanente alla costruzione di istituzioni di governo funzionali. Le vicende di Gaza mostrano le conseguenze dell’assenza di una figura paragonabile all’israeliano David Ben Gurion nel 1948, un leader capace di accettare compromessi territoriali e istituzionali per fondare uno Stato reale, superando le posizioni massimaliste. Come diceva Yitzhak Rabin: «La pace si fa con il nemico».
Ricordiamo che sono stati i leader palestinesi stessi ad aver puntualmente fatto saltare gli accordi per la creazione di uno Stato palestinese in cambio dell’ovvio riconoscimento reciproco fra i due Stati. Hanno rifiutato prima la risoluzione 181 dell’ONU del 1947, poi gli accordi di Oslo del 1993, poi quelli del vertice di Camp David del 2000 e infine la proposta Olmert del 2008.
Senza un’alternativa politica palestinese autorevole, in grado di offrire garanzie di sicurezza e di gestire le fazioni armate, i piani di disarmo predisposti dall’esterno rischiano di rimanere progetti teorici. Le posizioni diplomatiche che chiedono la fine delle ostilità senza sollecitare un rinnovamento delle strutture di potere palestinesi finiscono per prolungare lo stato di fatto attuale.
Gli scenari per la Striscia di Gaza
L’insieme dei veti incrociati, dei passaggi elettorali e dei vuoti istituzionali delinea tre possibili percorsi per i prossimi mesi.
La prima ipotesi, e la più probabile nel breve termine, vede il mancato perfezionamento del piano di disarmo e il mantenimento dell’assetto corrente. Israele conserva la presenza militare sulla maggior parte del territorio, conducendo interventi periodici contro singole cellule residue.
L’amministrazione civile rimane divisa tra il Comitato Nazionale per l’Amministrazione di Gaza e le reti sotterranee delle milizie, lasciando la Striscia in una condizione di precarietà istituzionale e dipendenza dai soccorsi internazionali.
Questa è probabilmente la strategia di Hamas stessa: con Israele diviso dalle imminenti elezioni e senza una maggioranza stabile all’orizzonte, con Trump azzoppato dalle elezioni di midterm, con la pressione internazionale che monta sempre di più, devono solo restare tranquilli per qualche anno e poi potranno comunque prendere il controllo finanziario e materiale degli aiuti che torneranno ad arrivare nella Striscia e ricostruire i loro bunker e le loro scorte di armamenti in vista di un nuovo assalto. Nel frattempo, ogni martirio di palestinesi non potrà che aumentare l’odio per Israele.
Un secondo scenario è legato anch’esso all’esito delle elezioni israeliane del prossimo 27 ottobre. Un eventuale riassetto politico a Gerusalemme potrebbe portare a una riapertura del confronto sul piano del Board of Peace. Un esecutivo con un diverso equilibrio interno potrebbe valutare un ritiro progressivo a fronte del dispiegamento della Forza Internazionale di Stabilizzazione, a condizione che il disarmo delle fazioni venga gestito direttamente dai contingenti internazionali e arabi.
La terza prospettiva riguarda la ripresa di un’escalation militare aperta, innescata da nuovi attacchi ad alto impatto o da un’ulteriore intensificazione delle operazioni di bombardamento. In questa circostanza, il rifiuto di Hamas di consegnare le armi e di cedere il proprio assoluto controllo delle istituzioni civili favorirebbe un’estensione della presenza territoriale israeliana, allontanando la prospettiva di un accordo strutturale e confermando un assetto regionale basato sul controllo militare e sulla contrapposizione permanente.
Ma, come la storia ci insegna – in particolare quella che scorre fra il ritiro unilaterale di Israele da Gaza nell’agosto 2005 e il 7 ottobre 2023 – Hamas ha dimostrato di essere capace di attendere nell’ombra.
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Non sono d’accordo: non è che hamas non accetta di disarmarsi senza contropartita: hamas, qualunque cosa dichiari, non ha nessuna intenzione di disarmarsi né mai lo farà, o verrà disarmata con la forza o resterà in armi; le menzognere dichiarazioni di disponibilità sono espedienti tattici suggeriti dal corano e sistematicamente messi in atto dalla nascita dell’islam, dall’accordo di Hudaybyya del 628, che serve da modello, in poi. Quanto a Israele, Netanyahu non sceglie la fermezza per preservare la maggioranza parlamentare: la sceglie per salvare la sopravvivenza di Israele; non dimentichiamo che l’obiettivo era di sfondare i primi kibbutz e poi dilagare per tutto Israele e dargli un colpo fatale. Quello di provocare con un massacro di quelle proporzioni e condotto con tale efferatezza per provocare una violenta reazione di Israele è il piano di riserva in caso di fallimento del primo, ma la distruzione di Israele rimane sempre il primo obiettivo, Quindi sarà il caso di smetterla di gingillarsi coi processi di Netanyahu e i giochi di politica interna: qui si tratta di Israele e della sua sopravvivenza, nient’altro che questo.