
I numeri della guerra di Gaza, cioè la guerra scatenata dai miliziani e dai civili palestinesi con i massacri genocidiari del 7 ottobre, godono di buona stampa o invece rappresentano bestemmie da censurare sulla scorta di un criterio distintivo inossidabile: quei numeri vanno per la maggiore quando sono falsi; vanno in clandestinità quando sono veri.
Non è una contrapposizione tra verità concettuali, tra idee e opinioni, da un lato, ed emergenze statistiche dall’altro lato: è la contrapposizione tra la verità dei numeri censurati e la legittimità dei numeri falsi.
Che si tratti di genocidio, di carestia, del rapporto proporzionale tra civili e terroristi uccisi, eccetera, e cioè dei diversi contrassegni ideologici della storiografia del conflitto, quelli, i numeri, sono le divise adoperate per finanziare la credibilità delle cronache contrapposte: con la differenza che la divisa dei numeri falsi è quella in corso ufficiale, mentre quella dei numeri veri non è neppure fuori corso perché non ha mai avuto corso.
Puoi dire tranquillamente, a un anno dal 7 ottobre del 2023, sui numeri rilasciati da Hamas (qualcosa meno di 42 Mila morti), che ci sono 40.000 o perfino 50.000 “civili” uccisi. Puoi dirlo dal seggio parlamentare, dalla tribuna del talk show di Raiuno, Raidue, Raitre, Retequattro, La7; puoi scriverlo sulla prima pagina del primo quotidiano d’Italia e su quella del secondo, del terzo e su quella del tabloid dal fiume al mare, e in ogni caso la tua propalazione ha pari dignità nell’informazione della Repubblica democratica fondata sull’antifascismo.
Ma non dire che se ci sono 42 mila morti al 7 ottobre 2024 è un po’ inaderente, forse un po’ da magliari, forse un po’ tanto da mascalzoni parlare di 40 o 50 mila morti civili. Perché, se lo dici, allora “stai dalla parte di Netanyahu”. Se lo dici, allora sostieni “il governo fondamentalista di Israele”. Se lo dici, allora “assolvi i crimini di guerra”.
La contabilità dei morti – spiegano – è orribile. Mica puoi star lì a fare capziose distinzioni indugiando sull’improbabilità dei 40 mila civili uccisi, come se fosse rasserenante l’ipotesi che siano la metà o un quarto. Evidentemente l’orribilità delle poste di bilancio omicidiario riguarda i dubbi ragionevoli sulla probabilità di quei numeri, non la plateale falsità di quei numeri.
Ed evidentemente – ciò che è più grave – passa inosservato l’effetto, se non l’intenzione, di quella noncuranza davanti ai numeri falsi e di quell’ostracismo davanti ai numeri veri: vale a dire l’accreditamento della menzogna come strumento di liquidazione del diritto di Israele di difendersi non già “in questo modo”, ma in qualsiasi modo. Perché fare contraffazione dei numeri che illustrano l’esercizio del diritto di difesa di Israele serve a questo: a pervertire l’azione di Israele in “reazione sproporzionata”, in “crimine contro l’umanità”, in “genocidio”.
Per questo la falsità dei numeri è assolta: perché, signori miei, non si guarda il capello se c’è di mezzo il genocidio, la carestia, la pulizia etnica. Per questo la denuncia della falsità dei numeri è eretica: perché la verità dei numeri bestemmia sull’indiscutibilità di quei delitti e, soprattutto, sulla responsabilità indiscutibile di chi li ha perpetrati.
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