

La narrazione della guerra di Gaza soffre di un equivoco di fondo: che l’accusa a Israele, per il solo fatto di aver deciso di combattere a Gaza, costituisca una rendita di superiorità morale per chi la formula.
In realtà, questa impostazione finisce spesso per produrre l’effetto opposto. Essa equivale a chiedere implicitamente a Israele di rinunciare alla propria difesa dalla minaccia mortale di Hamas, che ha scelto Gaza come proprio campo di battaglia.
Perché Hamas non combatte “nonostante” la presenza dei civili, ma attraverso di essa. L’uso sistematico di aree densamente abitate, infrastrutture civili, scuole e ospedali non è un incidente della guerra, ma una componente strutturale della sua strategia militare e comunicativa. Il prezzo pagato dalla popolazione civile non è una conseguenza imprevista: è parte del disegno.
Non si tratta di una deduzione esterna o di una lettura di parte. È quanto emerge dalle dichiarazioni pubbliche dei dirigenti di Hamas.
Pochi giorni dopo il 7 ottobre 2023, Ghazi Hamad, membro dell’ufficio politico e portavoce di Hamas, interrogato sul perché la vasta rete di tunnel sotterranei di Gaza non venisse utilizzata come rifugio per la popolazione civile, dichiarò testualmente: «I tunnel sono stati costruiti per proteggere i combattenti di Hamas, non i civili. I civili sono responsabilità delle Nazioni Unite e degli occupanti.» (Qui il video)
La frase dimostra che la protezione dei civili viene esplicitamente esclusa dal perimetro delle responsabilità del gruppo armato.
Nella stessa fase mediatica, lo stesso Hamad rivendicò l’attacco del 7 ottobre come modello strategico, affermando: «Quello che è successo il 7 ottobre è stato necessario e verrà ripetuto. Faremo attacchi simili ancora e ancora.»
Qui non c’è alcuna distinzione tra obiettivi militari e conseguenze civili. L’azione viene rivendicata nella sua interezza, con tutto ciò che comporta, e il costo umano viene accettato come parte integrante della strategia.
Questa impostazione non è episodica. Negli anni, dirigenti di Hamas hanno più volte sostenuto che la “resistenza” non sia separabile dalla società palestinese. Durante il conflitto del 2014, Khaled Mashal affermò:
«Il popolo palestinese è la nostra protezione. Senza il popolo, la resistenza non può esistere.»
Il messaggio è chiaro: la popolazione non è un soggetto da preservare dal conflitto, ma un elemento che lo rende possibile. In termini militari, questa visione legittima l’uso dello spazio civile come spazio operativo e rende prevedibile – e accettabile – il prezzo pagato dai civili.

Nel 2008, il parlamentare di Hamas Fathi Hamad arrivò a dichiarare in un discorso televisivo che «per il popolo palestinese, la morte è diventata un’industria, in cui eccellono le donne, eccellono tutti coloro che vivono su questa terra. Eccellono gli anziani, eccellono i mujaheddin e anche i bambini. Per questo hanno creato uno scudo umano di donne, bambini, anziani e mujaheddin, per opporsi alla macchina bellica sionista. È come se dicessero al nemico sionista: desideriamo la morte come voi desiderate la vita.»
Va specificato che per la missione ONU sul conflitto di Gaza una simile retorica, pur moralmente ripugnante, non costituisce di per sé prova giuridica dell’uso coercitivo di scudi umani. Ma il punto politico resta: la popolazione civile non viene concepita come un limite alla guerra, bensì come parte integrante del conflitto stesso.
CFR. United Nations Fact-Finding Mission on the Gaza Conflict — Report (A/HRC/12/48), PDF ufficiale ONU
“Use of human shields by Hamas”, Wikipedia (contiene una vasta bibliografia)
In questo contesto, sostenere che “non ogni mezzo è lecito” sarà anche un principio corretto in astratto, ma se non tiene conto dell’essenza di Hamas esso diventa una presunzione di colpa unilaterale che oltre tutto dà per scontato che Israele abbia combattuto ignorando deliberatamente i mezzi, senza interrogarsi seriamente su cosa significhi condurre una guerra urbana contro un esercito irregolare che si nasconde tra i civili. Evacuazioni, corridoi umanitari, avvisi alla popolazione e rinvii operativi non eliminano la tragedia, ma dimostrano che la questione dei mezzi non è affatto assente dalla condotta militare israeliana.
La guerra urbana, per definizione, è una delle forme più devastanti di conflitto. Non esiste un modo “pulito” di combattere contro un avversario che trasforma la popolazione in scudo. Trasformare questa realtà in una colpa esclusiva di chi reagisce significa spostare il giudizio morale dalla causa originaria del conflitto alla sua manifestazione più visibile.
Il confronto storico aiuta a chiarire il punto. I bombardamenti alleati sulle città tedesche durante la Seconda guerra mondiale provocarono centinaia di migliaia di vittime civili. Nessuna lettura storicamente seria nega quella tragedia. Ma nessuna conclude che, per questo, la guerra contro il nazismo fosse illegittima o che gli Alleati avrebbero dovuto rinunciare a combattere. La sofferenza dei civili non annullò la responsabilità del regime hitleriano che aveva scelto la guerra totale.
Il nodo centrale, troppo spesso eluso (e varrebbe la pena di chiedersi il perché), è strategico prima ancora che morale: premiare chi usa i civili come scudo significa rendere quella pratica razionale e replicabile. Se il messaggio implicito diventa che l’uso strumentale della popolazione garantisce immunità politica e militare, allora non si sta rafforzando il diritto internazionale, lo si sta svuotando.
Questo non equivale a sospendere il giudizio su singole azioni, né a negare la necessità di indagini e responsabilità. Ma rifiuta l’idea che l’unica posizione moralmente accettabile sia chiedere a uno Stato di rinunciare alla conduzione di una guerra esistenziale perché il nemico ha scelto di combattere nel modo più cinico possibile.
La distinzione fondamentale resta questa: tra chi usa i civili come arma e chi combatte contro chi li usa come arma.
E mi dispiace ma confonderle non è equilibrio.
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Bisogna chiarire inoltre un po’ di cose.
Primo, non si capisce come si possa stabilire come genocidio o tentativo di genocidio quando una parte coinvolta e costretta in guerra avverte la popolazione della parte avversa dell’intenzione di bombardare determinate aree ed edifici. Per dire, gli Alleati non avvertivano i tedeschi e sarebbe stato anche stupido in quei frangenti.
Secondo, gli edifici civili utilizzati per attaccare il nemico diventano un obiettivo legittimo per l’altra o le altre parti nemiche coinvolte.
Terzo, i miliziani di Hamas non si rendono identificabili, non hanno divise, indumenti e mostrine riconoscibili, si mischiano tra i civili esponendo chiunque al pericolo e agli attacchi nemici, rendendo impossibile fare una distinzione. Stessa cosa che fanno anche con i bambini e i ragazzi sfruttati in guerra.
Chi presenta certe accuse gravi, dovrebbe prima stabilire bene come sono i fatti reali e non dare credito immediato a chiacchiere e fantasie di gente che fa del terrore la propria esistenza.