

Negli ultimi giorni di manifestazioni “per la Palestina” molti commentatori e attivisti per l’Ucraina che ammiro hanno sottolineato abilmente la contraddizione e la violenza che alberga in quelle piazze. Lì, dove partecipanti e organizzatori si muovono tra striscioni che celebrano il massacro del 7 ottobre come “giornata della resistenza palestinese”, le bandiere ucraine vengono cacciate appena avvistate ed essere sospettati di interesse per le sorti degli ostaggi israeliani significa essere complici del “genocidio”.
Alcuni si stupiscono di non poter lì contestare anche Putin, in quanto “omologo di Netanyahu”. Ma è in questa errata equivalenza — Netanyahu come Putin, la guerra a Gaza come l’invasione dell’Ucraina — che, secondo me, cade il proverbiale asino.
Non voglio e non posso ripercorrere la complessa storia del conflitto arabo-israeliano. Non si tratta di seguire a ritroso la scia di sangue per stabilire ragioni e torti, ma di tenere a mente che esistono forme simili per contenuti diversi.
A Netanyahu e al suo governo si può contestare ogni malefatta, e difatti questo avviene nella democrazia israeliana: la corruzione, la miopia politica, la deriva fascisteggiante di alcuni suoi ministri (penso a Smotrich e Ben Gvir) e la predilezione per l’azione militare.
Tuttavia il paragone con il mostro del Cremlino è fuori da ogni buonsenso. Politicamente, tutti gli scandali di Bibi sono bazzecole rispetto alle efferatezze di Vladimir, comodamente al potere dal 1999.
Tra Putin e Netanyahu, si può dire ci sia un rapporto di “realpolitik reciproca” ed è difficile negare l’ambizione da parte di Netanyahu di spostare l’equilibrio istituzionale, concentrando più potere nelle mani dell’esecutivo a discapito dei contrappesi democratici.
Ma Israele resta una democrazia forte e collaudata che ha visto scendere in piazza centinaia di migliaia di persone prima del 7 ottobre per protestare contro le politiche del governo. Netanyahu rischia seriamente di finire in galera una volta uscito dall’ufficio di primo ministro, come per altro è già successo all’ex premier Olmert. Roba impensabile in Russia. E vi sfido a trovare in Israele gli equivalenti di Anna Politkovskaya, Boris Nemstov e Aleksej Navalny; semplicemente non ci sono.
Allo stesso modo, allineare l’invasione dell’Ucraina — priva di alcuna reale motivazione se non i sogni bagnati d’impero dello zar — con la risposta israeliana al 7 ottobre è un’operazione impossibile e ingiusta. Da un lato c’è una nazione che è stata invasa per stroncarne la volontà di indipendenza: la guerra gli ucraini se la sono letteralmente ritrovata in casa, non l’hanno cercata.
Le bombe invece sono arrivate su Gaza provocate da un raid terroristico fatto di esecuzioni, stupri, torture e decapitazioni, conclusosi con più di 1200 morti civili e il sequestro di oltre 200 ostaggi. Al netto del governo Netanyahu, quale sarebbe potuta essere la risposta di qualsivoglia società umana?
Aggiungo che, personalmente, se la reazione di Kyiv ai russi dal 2014 a oggi fosse stata qualcosa di lontanamente simile al 7 ottobre, il mio sostegno alle ragioni ucraine sarebbe ben diverso. Ma, appunto, Netanyahu non è Putin e la resistenza ucraina non è la mafia jihadista di Hamas.
L’unica analogia condivisibile tra la realtà ucraina e quella di Gaza è etica e assoluta, e riguarda la sofferenza dei civili, ovunque. A Kharkiv come a Gaza.
Tralasciando l’interessantissimo quanto spinoso discorso sulla connivenza necessaria per l’esistenza dei regimi, sposo l’obbligo di empatizzare con il dolore di tutti i civili in ogni guerra, la necessità di salvaguardarli il più possibile e di condannare qualsiasi forma di vendetta.
Ma anche in questo caso, a guardar bene, sembra ci si dimentichi qualcosa. Senza entrare nelle differenze tra l’operato dell’IDF e dell’esercito russo, e volendo evitare la brutale nozione di “danni collaterali”, una cosa si può dire con certezza: tutto il dolore dell’Ucraina non ci sarebbe se Putin non avesse invaso. Il sangue, sia russo che ucraino, è interamente sulle sue mani.
Allo stesso modo, i gazawi non sarebbero ridotti come sono se non ci fosse stato il 7 ottobre, e l’indubbia distruzione portata dalle bombe israeliane è da imputare interamente ad Hamas. Dopotutto, vedendo i video di Berlino nel ’45 o pensando al bombardamento di Roma nel ’43, non malediciamo gli Alleati, ma disperiamo per l’inutile orrore portato dal nazifascismo.
Piacerebbe anche a me vedere le piazze di questi giorni ardere di partecipazione allo stesso modo per l’Ucraina, ma non in cambio di una falsa analogia. Forse, per consolarmi dell’indifferenza dei più a questa causa, voglio allora rimarcare che non siamo la stessa cosa. Sarà sempre meglio una piazza un po’ più vuota che una condivisa con chi confonde resistenza e terrorismo, cause e conseguenze, la forma con il contenuto.
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