

Nell’immaginario collettivo Franz Kafka sembra una sorta di essere alieno: avulso dalla realtà, nevrotico, introverso, malato, un uomo inquietante che suscita cose assai inquietanti. Secondo Reiner Stach si tratta di luoghi comuni non privi di conseguenze sulla percezione della sua opera e della sua personalità, che in realtà non corrisponde molto a questo cliché.
Kafka era infatti dotato di un fine umorismo, di un’autentica umiltà e di una spontanea gentilezza, ma anche di una colta ingenuità, capace di giocare con repentini cambi di prospettiva. Il suo impegno artistico, pur essendo vissuto a tratti in modo terribilmente serio, mantenne sempre una componente ludica, da cui seppe trarre una vera gioia. Riuscì talora a coltivarla anche nelle Lettere e nei Diari, e finanche nei gesti e negli episodi della vita quotidiana.
Nel suo libro Questo è Kafka? (Adelphi editore, Milano, 2016), Stach mette bene in luce come, fin da bambino, Kafka sapesse cogliere le contraddizioni tra i doppi imperativi che agitavano la sua coscienza. Una volta, per esempio, gli regalarono una moneta di un Sechserl d’argento, del valore di dieci Kreuzer, e voleva darla a una vecchia che chiedeva l’elemosina. Al tempo stesso però si vergognava per il valore eccessivo del dono, che gli sembrava uno sproposito.
Allora se la fece cambiare in monete più piccole da un Kreuzer e gliene diede uno. Non soddisfatto, fece rapidamente il giro dell’isolato e, dopo essere ricomparso all’angolo come una persona del tutto nuova, diede alla vecchia un’altra moneta. Poi, dopo un altro giro dell’isolato, un’altra ancora, fino a quando, dopo l’ennesimo giro, la vecchia non scomparve.
Questo rigore nel rispettare due principi dalle conseguenze praticamente opposte lo si può ritrovare anche nel suo rapporto con la menzogna. Per Kafka, infatti, era pressoché impossibile mentire contro l’interesse degli altri.
Per esempio, nell’agosto del 1920 non riuscì a ottenere dai suoi benevoli superiori un breve periodo di vacanza per andare a Vienna, come gli era stato chiesto disperatamente da Milena Jesenská. Per avere un permesso sarebbe stato necessario addurre come scusa un’emergenza, magari di natura familiare, cosa che in quel caso non riuscì a fare. Tale mancanza segnò una svolta nel suo rapporto con Milena, che forse non gli perdonò mai del tutto una simile scarsa intraprendenza.
Nonostante questi tratti poco agevoli del suo carattere, Kafka intratteneva buone relazioni sociali ed era alquanto benvoluto nella cerchia dei suoi amici e conoscenti. Era apprezzato come persona gentile e premurosa, come ascoltatore sensibile e non invadente, ma anche come individuo dotato di una garbata autoironia, che contrastava con qualsiasi forma, anche latente, di sussiego o presunzione.
Sebbene secondo il cliché dominante sia difficile immaginarlo come una persona allegra, poteva essere preso anche da un irrefrenabile desiderio di ridere, che gli accadeva in modo esorbitante proprio quando cercava di trattenersi.
Un giorno, in una situazione ufficiale a cui prendeva parte anche il presidente della società dove lavorava, questi raccontava facezie con l’intento di risultare spiritoso. Al solo pensiero di poter iniziare a ridere, Kafka cercò di tenere gli occhi fissi sul presidente, ma quella fissità non fece che peggiorare la situazione. La risata incombente prese così l’abbrivio, continuando in crescendo fino a diventare contagiosa anche per i colleghi, cosicché a un certo punto nessuno sapeva più per cosa stesse ridendo.
Subentrò allora un vero imbarazzo generale, da cui solo il presidente rimase immune. Ma quando un collega d’ufficio particolarmente vacuo, uno di quelli capaci di perorare senza fine idee condivise da chiunque, prese inopinatamente la parola e iniziò a blaterare insulsaggini gesticolando animatamente, per Kafka fu troppo. Proruppe in una risata così fragorosa e prolungata da risultare irriguardosa. Tutti ammutolirono, trasformando con il loro improvviso silenzio quella risata rimasta solitaria in un centro di attrazione.
Se sapeva ridere e sorridere, e anche far sorridere, Kafka riteneva però di non saper piangere. Se il pianto degli altri gli sembrava un fenomeno naturale, estraneo e incomprensibile, il proprio lo spaventava in modo particolare. Nel corso di molti anni, scrive, aveva pianto in una sola occasione, due o tre mesi prima, e ciò lo aveva fatto sussultare nella poltrona per due volte, temendo di svegliare i genitori nella stanza accanto. Era di notte e la causa era un passo del suo romanzo.
Secondo Stach, un tratto peculiare di Kafka era quello di lasciarsi commuovere più facilmente dalle sorti altrui che dal proprio dolore. Questa circostanza rafforzò in lui l’impressione di non prendere parte alla vita vera. “I rapporti umani mi è concesso di assaporarli, non di viverli”, scrisse nel 1913 alla fidanzata Felice Bauer, dopo che un film lo aveva fatto piangere.
Poiché questa reazione si verificò anche durante un’altra proiezione, Stach ritiene che le scene tristi dei film fossero solo un espediente per avvicinare la propria tristezza fingendo, per un po’, che non fosse la sua.
Nonostante questa attitudine a vivere la malinconia per interposta persona, Kafka pianse disperatamente dopo la rottura del fidanzamento con Felice. Con volto pallido e severo si presentò a casa di Max Brod, l’amico e biografo più prezioso, e scoppiò a piangere in modo così assoluto che Brod ricordò quel momento come una delle esperienze più spaventose della sua vita.
Forse anche per contrastare l’alone malinconico delle sue giornate, Kafka manifestò uno spiccato interesse per le prostitute. Una volta annotò di essere passato davanti a un bordello come se fosse la casa dell’amata. Andava di proposito nelle strade dove si trovavano e lo eccitava il passare davanti a loro, o meglio la possibilità remota, ma pur sempre concreta, di accompagnarsi a una di esse.
Scrive che non sapeva se fosse una cosa abietta, ma non avrebbe saputo fare altro, e che quell’azione gli sembrava in fondo innocente, quasi priva di rimorsi. Voleva solo quelle grasse, le più vecchie, in vesti fuori moda eppure in certo qual senso sontuose, con svariati fronzoli.
Osservando una scena festosa, come una gita in barca, poteva avvertire il desiderio di prendervi parte, ma finiva col dover ammettere di sentirsi escluso. Per lui era impossibile unirsi agli altri: sarebbe stata necessaria una preparazione così lunga da richiedere non solo quella domenica, ma molti anni e l’intera vita. E anche se il tempo si fosse fermato, non sarebbe stato possibile giungere a un esito diverso.
Non credeva molto nei medici, apprezzandoli solo quando ammettevano di non sapere nulla, e un po’ li odiava. Era il maggiore di sei fratelli e sorelle e due fratelli più giovani erano morti da bambini, a suo avviso per colpa dei medici. Questa diffidenza si accompagnava alla simpatia che provava per gli indiani, che dei medici sembravano avere meno bisogno.
Non è improbabile che, in qualche anfratto segreto della sua anima, desiderasse essere un indiano, pronto in un baleno sul cavallo a galoppo, di traverso nel vento, sussultando sul terreno che sussulta.
Non pensò mai di mettere alla prova il proprio talento lirico, ma scrisse alcuni versi su un foglio di calendario, alla data del 17 settembre 1909. Li ricordò a memoria e circa due anni dopo li riportò spontaneamente nel libro degli ospiti del collezionista Anton Max Pachinger.
Possedeva la singolare attitudine di riconoscere, in ciò che è assolutamente quotidiano e corporeo, le metafore di un nonsenso complessivo. Un’allusione alla dimensione metafisica o morale dell’esistenza si insinuava nei gesti più semplici.
Così un giorno le sue mani intrapresero una lotta, chiudendo di scatto il libro che stava leggendo. Gli fecero il saluto militare e lo nominarono arbitro. Le dita si intrecciarono e corsero sull’orlo del tavolo, ora a destra ora a sinistra, secondo il prevalere dell’una o dell’altra. Non distolse mai lo sguardo, convinto che, se erano le sue mani, doveva essere un giudice giusto.
A un certo punto la sinistra fu respinta all’angolo estremo del tavolo e la destra si abbatté con colpi regolari, come uno stantuffo. Solo il pensiero liberatorio che fossero le sue stesse mani a combattere e che potesse separarle con un lieve strappo evitò che la scena degenerasse. Altrimenti, immaginava, la sinistra sarebbe stata divelta dal polso e la destra avrebbe potuto balzare sul suo viso assorto, come un cerbero dalle cinque teste.
Accanto ai riflessi dolorosi di ogni conflitto interiore, Kafka sapeva cogliere con laconica ironia anche gli attimi fatali dell’esistenza. Giunta l’ora estrema, il medico che lo stava curando voleva aprire la porta. Per non far pensare al malato di volerlo lasciare solo, gli disse: “Non vado via”. “Ma io sì”, rispose Kafka, ed esalò l’ultimo respiro.
Tra tutti i ricordi sulla sua figura umana, nessuno è forse più bello di quello di Milena, che riferisce la spiegazione che Kafka diede della propria malattia. Quando l’anima e il cuore non sopportano più il fardello, diceva, i polmoni se ne accollano la metà, affinché il peso sia distribuito in modo più equo.
La malattia, che dai polmoni aveva raggiunto la laringe, gli aveva conferito un’ulteriore dose di sensibilità, quasi miracolosa, e una purezza spirituale aliena da compromessi. Per converso, fu lui a scaricare sulla malattia tutto il peso della propria angoscia interiore e della paura di vivere.
Era timido, insicuro, dolce e buono, ma i libri che scriveva erano crudeli e dolorosi. Vedeva il mondo pullulare di invisibili demoni che combattono e annientano l’uomo indifeso. Era troppo lucido per vivere e troppo debole per combattere, ma la sua era la debolezza delle persone nobili e belle.
Per Milena Jesenská, tutte le opere di Kafka rappresentano l’orrore di equivoci misteriosi e di una colpa priva di colpe negli esseri umani. Era un uomo e un artista con una coscienza tanto scrupolosa da rimanere vigile anche là dove gli altri già si sentivano al sicuro.
Morì il 3 giugno 1924 nel sanatorio di Kierling, vicino a Vienna, e l’11 giugno fu sepolto nel cimitero della stessa cittadina. Visse quasi sempre a Praga, dove era abbastanza noto e ebbe qualche amico, anche se furono in pochi a conoscerlo davvero. La sua comprensione del mondo, scrive Milena, era straordinariamente profonda. Aveva scritto alcuni dei libri più straordinari del Novecento ed era spaventato dalla vita.
Reiner Stach, Questo è Kafka?, Adelphi editore, Milano, 2016

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Grazie Barbara,
mi fa molto piacere che tu abbia apprezzato questo bel libro, che contribuisce a eliminare unnpo’ di falsi stereotipi su Kafka.
Ho avuto la fortuna di studiare col grande Giuliano Baioni, allievo prediletto di Ladislao Mittner e massimo studioso di Kafka in Europa, e da quasi mezzo secolo ho la foto di Kafka sulla scrivania. Mi fa piacere che ci sia anche qualcun altro che sia riuscito a capire davvero Kafla e toglierlo dallo stereotipo del “re dell’assurdo”.