
La notizia della morte di Frank O. Gehry arriva come uno choc silenzioso, di quelli che obbligano per un istante a fermarsi. Non solo per ciò che l’architetto canadese naturalizzato statunitense ha rappresentato per la professione, ma per ciò che la sua opera ha significato per ognuno di noi come visitatori, spettatori, cittadini del mondo.
Gehry è stato l’architetto della libertà formale, delle superfici che sembrano respirare luce, delle pieghe metalliche che rompono il concetto stesso di massa e gravità. Ma soprattutto è stato un autore capace di spostare continuamente il confine tra edificio e scultura, tra ingegneria e intuizione poetica.
Tra le sue ultime eredità rimaste vive in Europa, una per me ha un valore simbolico particolare: la Torre LUMA ad Arles.
La Torre come gesto di fiducia nel futuro
Per comprendere la presenza di questa architettura così radicale in una città dal ritmo lento e stratificato come Arles, bisogna tornare alle parole di Maja Hoffmann, fondatrice della LUMA Foundation: “Il 2024 è un anno speciale per LUMA e rappresenta una pietra miliare nella sua storia. È stato nel 2004 a Zurigo, al ritorno da un lungo soggiorno negli Stati Uniti, che ho creato la LUMA Foundation, per riunire i miei numerosi sforzi e interessi nei campi dell’arte, dell’ambiente e dei diritti umani, con la speranza che un nuovo secolo potesse aprire nuove possibilità.”








È proprio questa idea, quella di aprire possibilità, che lega Gehry alla visionarietà della Fondazione. Arles, con la sua storia romana, le sue pietre calde, il suo tempo sospeso, sembrava un luogo che non chiedeva altro che protezione. Eppure Hoffmann ha avuto il coraggio di immaginare per la città un campus interdisciplinare capace di spostare la percezione dell’arte e della ricerca contemporanea.
Dal 2013 LUMA Arles è diventato un organismo vivo: mostre, conferenze, performance, dialoghi tra arte, ecologia, diritti umani. Un ecosistema creativo senza confini. Serviva un segno. Una presenza che fosse insieme simbolo, bussola e promessa.
Quella presenza è diventata la Torre progettata da Frank O. Gehry, cuore del Parc des Ateliers, un sito di 11 ettari nato dalla riconversione di ex fabbriche ferroviarie del XIX secolo.
Una torre che divide, come ogni grande opera
Ho letto e ascoltato pareri molto diversi su questo edificio. Arles conquista subito per la sua dolcezza decadente, per il suo passo lento, per l’aria romantica e un po’ disordinata che la definisce. È legittimo, quindi, che qualcuno si chieda cosa significhi una torre specchiata, apparentemente “stropicciata”, che si alza con una verticalità quasi inattesa sulla pianura urbana.
Ma Arles è anche la città che ogni estate, dal 1969, ospita il Rencontres d’Arles, diventando capitale mondiale della fotografia contemporanea. È una città fatta di molte anime: memoria e sperimentazione, quiete e visione, tradizione e rottura. E la torre di Gehry appartiene proprio a questa tensione, a questa dialettica fertile. Non è un gesto di rottura contro la città; è un gesto che svela un’altra Arles possibile.
Un’architettura che regala uno sguardo
La prima volta che ho visitato il LUMA, la torre mi ha parlato prima ancora di avvicinarmi. Una segnaletica colorata e accogliente, i sentieri immersi nel verde e costellati di sculture open air, l’ingresso presidiato da persone sorridenti e disponibili: tutti dettagli che trasformano lo spazio in una vera istituzione culturale contemporanea, basata sull’apertura e sull’incontro.
Poi si sale. Si arriva in cima. Ed è raggiungendo proprio quell’altezza “inutile”, come qualcuno l’ha definita, che mi sono resa conto che il gesto architettonico di Gehry è stato un regalo per la città: per la prima volta è possibile abbracciarla con un unico sguardo.
La torre non è solo un segnale per chi guarda da lontano, ma diventa essa stessa un punto di vista, un dispositivo percettivo, un invito a riconsiderare ciò che credevamo di conoscere. Non impone la sua presenza: apre una nuova relazione con il paesaggio.
Il segno di Gehry, oggi
Guardando oggi la torre, sapendo che il suo autore non è più tra noi, è impossibile non percepire una vibrazione diversa. Gehry non ha mai cercato il consenso, ma la verità del gesto. E la sua architettura continua a generare domande, dialoghi, discussioni, prospettive. È questo, forse, il modo migliore per ricordarlo: non con la monumentalità, ma con la vitalità di un pensiero che continua a circolare.
Il LUMA Arles, con la sua torre lucente, resta uno dei suoi lasciti più intensi: non è il più monumentale o il più radicale, ma incarna il senso stesso del suo lavoro. Fare dell’architettura un atto di fiducia nel futuro. E in giorni in cui il mondo sembra oscillare tra incertezza e paura, questo gesto vale più di qualsiasi altra dichiarazione.
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