


Cantautore per definizione, scrittore per vocazione: Francesco Guccini ha trasformato la canzone in una forma narrativa popolata da sconfitti, solitari ed eroi invisibili. Dai libri alle osterie, dalla via Emilia alla sua Pàvana, il ritratto di un artista lunatico e notturno che ha sempre anteposto la parola alla musica.
Francesco Guccini ci ha lasciato esattamente dove desiderava morire, nella casa di quel paesino dell’Appennino tosco-emiliano scelto per ritirarsi: Pàvana. Come un orso alla ricerca di solitudine, pace e silenzio, tra pochi e selezionati cari, all’ombra di un microcosmo.
Nato a Modena, cresciuto tra la città emiliana, la via Emilia e il paese destinato a diventare il suo mito personale, comincia come cronista. Poi si sposta a Bologna, nel ribollire degli anni Sessanta e Settanta, e inizia a scrivere canzoni per altri prima ancora di cantarle lui stesso: “Auschwitz” per l’Equipe 84, “Dio è morto” per i Nomadi.
Inizia in quegli anni una carriera da solista. La sua discografia attraversa sessant’anni e diventa una delle colonne portanti della canzone d’autore italiana, con dischi come “Radici”, “Via Paolo Fabbri 43” e “Amerigo” e brani entrati nel lessico comune come “La locomotiva” e “L’avvelenata”.
È stato anche insegnante per anni e pubblicitario, prima di trovare nella musica un mestiere accettato con riluttanza più che inseguito con ambizione. Ma ridurlo a cantautore è già un errore di prospettiva, perché Guccini si è sempre pensato prima come scrittore, artigiano della parola, e solo poi come musicista.
La lunghezza stessa della sua carriera, che attraversa il beat, la stagione dell’impegno, gli anni Ottanta e Novanta, fino ai concerti sempre più radi degli ultimi tempi, si spiega meglio come percorso letterario che come parabola musicale.
È questo lo scarto che lo distingue dai colleghi. In Guccini prevale il racconto sulla melodia, la parola sull’accordo. Le sue canzoni sono romanzi brevi, spesso fatti di personaggi, popolati da figure minori: sconfitti, ubriachi, pensionati, solitari, donne innamorate. Ciascuno con una biografia intera dentro tre minuti di strofa e ritornello. Miniature narrative.
Non è un caso che l’aggettivo più usato per descriverlo sia appunto “narratore”, prima ancora che “musicista”. La struttura del racconto, il destino del personaggio, il finale che chiude una vicenda sono tecniche letterarie applicate al formato canzone.
I suoi testi hanno una struttura classica e i suoi personaggi sono eroi invisibili, figure spesso ignorate, se non derise, da chi le incrocia.
Questa vocazione letteraria ha radici precise e dichiarate. Guccini è un lettore onnivoro, indubbiamente un uomo di grande cultura, ma restio a esibirla. La sua materia prima viene dai libri più che dall’ascolto dei dischi altrui.
La sua è stata una cultura letteraria prima che musicale: Carducci e Pascoli gli danno il senso del paesaggio appenninico e dell’ossessione per il tempo che passa; Dante attraversa “L’avvelenata” con la stessa struttura dell’invettiva contro i falsi amici; Leopardi presta la vena malinconica sulla giovinezza sfuggente.
Dagli Stati Uniti ha assorbito Kerouac e la Beat Generation, il mito della strada che percorre i primi anni della sua produzione e, soprattutto, Edgar Lee Masters. L’“Antologia di Spoon River”, con i suoi epitaffi che raccontano una vita intera in poche righe, è probabilmente il modello più diretto per canzoni come “La locomotiva” o “La fiera di San Matteo”, piccole gallerie di personaggi morti o ai margini. Certamente anche Raymond Carver è stato tra le sue letture.
Salinger presta l’inquietudine adolescenziale e il fastidio per l’ipocrisia del mondo adulto. Tolkien, che Guccini scopre e ama prima che diventi un fenomeno di massa in Italia, lascia tracce dirette nella canzone “Fiaba”.
Ariosto e Tasso, letti attraverso la tradizione orale dei poeti contadini toscani, restituiscono l’ironia e il passo narrativo di certe canzoni costruite quasi per ottave. Più tardi arrivano García Márquez e Borges e il realismo magico sudamericano si trapianta sull’Appennino: Pàvana diventa una piccola Macondo, un luogo dove il tempo si muove in cerchio.
La via Emilia e i tornanti appenninici sono il filo di Arianna di questa importante cultura letteraria.
Guccini, però, amava anche la cultura popolare: Salgari, i fumetti, la collaborazione con il grande Bonvi — da celebrare e riscoprire, fosse solo per quell’ironia assente in personaggi come Zerocalcare. Una cultura trattata con la stessa dignità dei classici, senza gerarchie tra alto e basso.
Il risultato è una lingua che oscilla senza sforzo tra il registro aulico, fatto di inversioni sintattiche quasi dantesche o carducciane, e il dialetto o il gergo quotidiano dell’osteria, amatissima per un bel tratto della sua vita.
È un impasto sconosciuto e particolare rispetto a quello degli altri cantautori italiani, che Guccini ha saputo maneggiare con naturalezza, trasformando la canzone in un genere narrativo a sé, più vicino al racconto breve che alla lirica.
Questa densità letteraria è insieme la forza del suo lavoro creativo e il suo limite come artista. Guccini scrive canzoni che reggono meglio sulla pagina che su un pentagramma, almeno per il sottoscritto. La musica, spesso essenziale e ripetitiva, scarna e di supporto, sembra esistere per portare il peso del testo, non per contendergli spazio.
È un cantautore in cui la scrittura ha sempre l’ultima parola. Quando smette di scrivere canzoni, la scelta non stupisce: si ritira dalle scene e si dedica quasi esclusivamente ai libri, ai romanzi ambientati a Pàvana, ai saggi, alle traduzioni.
Non lo vive come un abbandono, ma come una naturale continuazione. “Non mi manca scrivere canzoni, perché scrivo libri”, diceva nel 2018. “È un altro modo di scrivere, ma è sempre scrittura”.
È la conferma di una gerarchia interna mai nascosta: prima la parola, poi tutto il resto, musica compresa.
C’è infine un tratto che lega insieme scrittura, carattere e mito personale, ed è la natura lunatica di Guccini, intesa non come umore incostante, ma come affinità con la Luna e i suoi cicli.
La notte è il tempo naturale di Guccini: le osterie da tiratardi, le chiacchierate fino all’alba, la solitudine dello scrittore quando il mondo dorme, celebrate nelle tre “Canzoni di notte” o in “Nottambulo”.
Nella sua opera la Luna non è un arredo romantico, ma un’osservatrice silenziosa dell’incostanza umana. Lo stesso Guccini alterna nelle sue canzoni un polo solare, goliardico, fatto di osterie e risate, e un polo cupo, malinconico, attraversato da “Auschwitz”, da “Scirocco”, dal peso del tempo che passa inesorabilmente.
I due stati convivono spesso nello stesso disco, a volte nella stessa canzone.
Anche il suo rapporto con la popolarità ha avuto, non a caso, questo andamento a fasi: generoso sul palco, schivo subito dopo, insofferente alle liturgie della popolarità.
Il ritiro a Pàvana è stato anche un modo di proteggere i propri ritmi interiori dalle intrusioni del mondo, dalla calca, dall’ammirazione per il personaggio e non per l’opera, dal chiasso, dal traffico, dai centri commerciali, da una modernità ingombrante e straniante.
Se lunatico, nel senso più alto del termine, significa sensibile alle maree dell’anima e marcatamente notturno, allora Guccini lo è stato fino in fondo. Proprio in questo va cercata una parte della sua grandezza di narratore.
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Sia “La fiera di San Matteo” che “Nottambulo” non sono brani che fanno parte della discografia di Guccini.
Grazie Enrico, un plauso sincero per la tua bella pagina su Guccini.
Grazie Daniela 🙂