6 pensieri su “Francesco Guccini e Bob Dylan o della sopravvalutazione della complessità”

  1. Analizzando “La Locomotiva” dal punto di vista musicale, si comprende come la sua forza nasca da una ripetizione regolare, in cui armonia e ritmo non fanno a gara con il testo, ma lo potenziano, creando un blocco unico che simula il movimento del treno e l’inesorabilità dell’azione.
    Siamo all’opposto di un brano virtuosistico, poiché la vera genialità risiede nella coerenza formale e nell’impatto emotivo. Questi elementi sono evidenti nell’uso intuitivo della cellula ritmica tre-tre-due, tipica della milonga e del tango (ripresa anche da Piazzolla), nei bassi cromatici e nelle progressioni di matrice classica introdotte grazie a Flaco Biondini, fino alle cadenze ambigue o capovolte di pezzi come “Argentina”.
    Ne deriva un percorso affascinante di evoluzione continua, che passa da strutture folk immediate ad arrangiamenti molto più complessi, grazie anche al dialogo stretto con le atmosfere del tango e al confronto con collaboratori preziosi come Biondini e Farri. Sebbene le canzoni, i testi e il ritmo di Guccini possano legittimamente non piacere a tutti, scrivere critiche fini a se stesse rappresenta, a mio avviso, un limite.

    1. Concordo pienamente con le sue osservazioni, che trovo particolarmnte fini e appropriate alle canzoni di Guccini, che mi sembrano proprio un fitto dialogo tra atmosfere, quella suggerita dai testi e quella suggerita dalla musica. Non riuscirei a trovere un modo di definirle sinteticamente più efficace e pertinente di questo, e la ringrazio molto per il suo commento.

  2. Buongiorno 🙂

    Concordo su buona parte dell’articolo, soprattutto sull’elogio della semplicità, la critica al virtuosismo e il contestare l’equivalenza tra complessità e qualità. L’efficacia espressiva può sicuramente passare anche dalla semplicità.

    Farei qualche distinguo da appassionato di musica, se me lo concede:
    1) nell’ascoltar canzoni c’è chi si fa rapire dalle parole e chi dalla musica. Se sono le parole a colpirci la musica si fa accessorio, come scrive lei per “La Locomotiva”, la reiterazione è necessaria facendosi prendere per mano dal testo. Tuttavia c’è anche chi vive prima la musica delle parole, il sottoscritto ad esempio, e ovviamente le valutazioni sono a volte divergenti a seconda del caso.
    2) Tra gli autori che ha citato, ad esempio De André, Dylan od i Beatles ci sono certo canzoni popolarissime ed estremamente semplici, ma nella loro discografia ci sono anche lavori di notevole complessità musicale e/o cura e ricerca sonora. Non so per Dylan il meraviglioso “Oh Mercy” o “Time Out of Mind” per i Beatles tutti i dischi da “Revolver” in poi e per De André i lavori dal vivo con PFM.

    A dire che apprezzo, se mai possa interessare a qualcuno, la semplicità e la complessità quando sono vocabolari in cui un artista sa muoversi agilmente su un piano espressivo. Se è sempre cervelloticamente complesso o monocorde nella semplicità, lo apprezzo meno. Mi piace la capacità di attingere a vocabolari diversi.

    1. La ringrazio molto per le sue osservazioni, con le quali per lo più concordo. Per esempio concordo sul fatto che nell’ascoltar canzoni c’è chi si fa rapire dalle parole e chi dalla musica, ma credo anche che, pur potendo ciascuno ascoltare le canzoni privilegiando l’aspetto che ritiene più importante per lui, la cosa migliore sarebbe comunque ascoltarle nella loro unità estetica, ovvero come il frutto dell’incontro tra musica e parole
      Concordo anche sul fatto che nella discografia degli autori che ha menzionato – ad esempio De André, Dylan od i Beatles – ci sono anche lavori di notevole complessità musicale e/o cura e ricerca sonora, ma a questo si era fatto cenno nell’articolo, dove si era detto che quando serve la complessità essa è benvenuta, così come è benvenuta la semplicità dove è funzionale alla forma del tutto.
      Tuttavia, se De André dei lavori dal vivo con PFM sono senz’altro musicalmente più complessi di certe opere precedenti, questo non significa che siano “migliori”, perché l’importante è che l’artista sappia usare tanto la semplicità quanto la complessità nella misura in cui sono funzionali all’opera nel suo complesso.
      Esiste comunque un problema più specifico all’interno di quello estetico più generale, ed è questo: ma davvero Guccini è musicalmente così “monocorde”? Supponiamo pure che Guccini scriva musica armonicamente elementare; questo non dimostra affatto che sia musica artisticamente povera. Alcuni brani di Dylan, Cohen, De André e dello stesso Battisti basterebbero a dimostrarlo. Ma siamo poi sicuri che la premessa sia sempre vera? Basta ascoltare con un po’ d’attenzione alcune canzoni di Guccini per accorgersi che l’immagine del cantautore che appoggia i versi sopra tre accordi sempre uguali assomiglia non gli rende giustizia.
      Prendiamo per esempio Incontro. È una canzone che sembra semplicissima perché non esibisce mai la propria costruzione. Eppure proprio questa discrezione nasconde un lavoro musicale assai più raffinato. La strofa iniziale procede con naturalezza quasi narrativa, ma quando il ricordo si allarga e dal semplice incontro con l’amica passa alla percezione del tempo trascorso, anche l’armonia si muove.
      In ogni caso, gli accordi non sono lì per essere contati, ma servono a qualcosa. La musica accompagna esattamente il movimento psicologico della canzone: l’incontro, il riconoscimento, la memoria, la constatazione che ciò che era familiare è diventato estraneo. La melodia si allarga proprio quando il presente apre improvvisamente la voragine del passato. È difficile separare la malinconia di Incontro dalle sue parole; ma è altrettanto difficile separarla dalla sua musica. Leggere il testo sulla pagina non produce lo stesso effetto, e questo significa che la musica ha fatto il proprio mestiere.
      Il vecchio e il bambino offre un esempio diverso. Qui il materiale armonico è più semplice e all’inizio sembra perfettamente tradizionale, ma proprio dentro questa semplicità avviene qualcosa di molto bello: quando il racconto del vecchio abbandona il paesaggio presente delle torri e del fumo e ricostruisce quello perduto dei campi, dei frutti e dei colori, la melodia sembra acquistare progressivamente lo stesso carattere visionario del ricordo.
      La musica distingue così due realtà: quella che il bambino vede e quella che il vecchio ricorda. E quando alla fine il bambino scambia quel mondo scomparso per una fiaba, l’effetto emotivo nasce precisamente dalla sovrapposizione dei due piani. La semplicità armonica non impoverisce il racconto: gli lascia spazio, mentre la melodia gli fornisce ciò che le sole parole non potrebbero dare, una specie di lontananza.
      È un ottimo esempio di quanto sia esteticamente sterile giudicare una canzone contando gli accordi. Gli accordi possono essere pochi e le relazioni fra melodia, armonia, parola e memoria estremamente complesse. Alla fine, conta ciò che Guccini ne fa, e ciò che ne fa è in genere perfettamente coerente con la storia raccontata.
      Autogrill è tutta costruita sopra una possibilità che non diventa realtà: una ragazza intravista dietro un banco, un desiderio immaginato, una conversazione che potrebbe cominciare e invece rimane sospesa. Anche la musica possiede qualcosa di sospeso e irrisolto. Non accompagna semplicemente il testo: abita la stessa esitazione.
      Ma probabilmente l’esempio più interessante è Cirano. Le strofe polemiche sembrano dare ragione ai detrattori di Guccini. Il giro fondamentale è semplicissimo e viene ripetuto ostinatamente. È quasi una marcetta sulla quale Cirano può avanzare brandendo la propria spada contro poeti, politici, conformisti, preti e materialisti.
      Poi però accade qualcosa. Cirano rimane solo. La maschera dell’invettiva cade e compare Rossana. E insieme con il personaggio cambia la musica. La successione elementare delle strofe precedenti lascia il posto a un percorso armonico molto più articolato e la musica diventa più instabile precisamente quando Cirano diventa più fragile.
      Questa volta il dato tecnico è particolarmente significativo perché ci permette quasi un esperimento controllato: nella stessa canzone Guccini adopera prima la semplicità e poi la complessità. Perché? Non perché nella seconda metà si ricordi improvvisamente di conoscere più accordi, ma perché gli servono. Al Cirano che duella con il mondo basta una struttura ostinata, assertiva, quasi aggressiva. Al Cirano che parla dell’impossibilità dell’amore occorre invece una musica capace di deviare, indugiare, oscurarsi, aprirsi e richiudersi.
      La complessità compare quando diventa espressivamente necessaria. Ed eccoci tornati esattamente al punto dal quale eravamo partiti. Non esiste alcuna superiorità estetica dei venti accordi sui tre accordi. Esiste l’accordo necessario e quello inutile: esiste la modulazione che apre improvvisamente una prospettiva emotiva ed esiste quella messa lì per mostrare che il compositore sa modulare. Esiste la semplicità che nasce dalla povertà delle idee ed esiste quella, molto più difficile da raggiungere, che nasce dall’aver eliminato tutto ciò che non serve.
      Guccini non è Bach, e nessuno naturalmente pretende che sia qualcosa di simile, e non è nemmeno Battisti, e nessuno ha bisogno di dimostrare che possedesse la stessa fantasia armonica di Battisti per riconoscergli una statura cantautoriale. È un autore di canzoni e una canzone è uno strano organismo nel quale parola, melodia, armonia, ritmo, timbro, interpretazione e perfino accento della voce esistono gli uni attraverso gli altri. Separarne uno, misurarne la complessità e da quella dedurre il valore dell’intero significa fare un’operazione perfettamente legittima dal punto di vista analitico e assai più dubbia da quello estetico.
      Incontro, Il vecchio e il bambino, Autogrill e Cirano dicono invece una cosa abbastanza semplice: Guccini poteva usare pochi accordi e qualche volta ne usava molti di più; poteva affidarsi alla regolarità ritmica e qualche volta romperla; poteva lasciare quasi immobile l’armonia oppure metterla in movimento.
      La domanda decisiva non è dunque se sapesse fare cose complicate: è se sapesse quando complicarle. E il porre in questi termini la questione può forse contribuire a dissolvere – come avrebbe potuto dire Wittgenstein – il problema che con il nostro linguaggio abbiamo costruito. E naturalmente non solo in quest’uso ineludibile del linguaggio non c’è niente di sbagliato o di poco pertinente, ma c’è anzi molto di utile per capire ciò che anche una qualsiasi canzone può provocare in chi l’ascolta nella sua integrità.
      E anche per questo, per avermi fornito l’occasione per ascoltare di nuovo certe canzoni, la ringrazio per le sue osservazioni, che mi hanno fornito un ulteriore spunto di riflessione.

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