


Il caso Maviglia conta per ciò che rivela: un’attivista formatasi e impiegata a Yale è entrata nella direzione nazionale dei Democratic Socialists of America e ha indicato come modello organizzazioni capaci di prendere il controllo dei campus e bloccare porti e aeroporti. Il paradosso di un radicalismo cresciuto nel cuore delle istituzioni che contesta.
Non sappiamo se esista una particolare via italiana all’antioccidentalismo. Due Francesche non fanno ancora una scuola. Ma dopo Francesca Albanese, diventata la più celebre propagandista internazionale contro Israele, dagli Stati Uniti arriva la storia di un’altra italiana il cui percorso si è svolto all’interno di prestigiose istituzioni occidentali e la cui militanza politica ha come bersaglio ricorrente Israele e come terreno d’azione le università e le infrastrutture americane.
Si chiama Francesca Maviglia. È italiana, ha conseguito una laurea in Filosofia, politica ed economia allo Yale-NUS College di Singapore e, nel 2020, un master in Salute pubblica a Yale. Sul sito della School of Medicine, in un profilo aggiornato l’ultima volta nel settembre 2024, Yale la indica come “Research Associate 2”, impegnata in attività di ricerca sulla riduzione del danno, sulla salute delle persone che fanno uso di droghe e sulle politiche di depenalizzazione e destigmatizzazione degli stupefacenti.
In una memoria presentata nel 2025 all’Assemblea generale del Connecticut si definiva dipendente della Yale School of Medicine.
Il caso individuale, tuttavia, interessa fino a un certo punto. Maviglia rappresenta soprattutto un profilo utile a comprendere l’ambiente politico e culturale nel quale l’ostilità verso l’Occidente, gli Stati Uniti e Israele si forma, cresce e acquista legittimità. Non ai margini della società occidentale, ma nel cuore delle sue istituzioni più prestigiose: università, centri di ricerca e organizzazioni politiche.
La libertà di parola, il diritto di associazione e la tolleranza democratica offrono spazio e protezione anche a chi impiega quelle stesse libertà per contestare radicalmente l’ordine che le rende possibili.
Non si tratta di pretendere gratitudine da chi arriva dall’estero né di subordinare la libertà di critica alla nazionalità: una società libera si misura proprio dalla capacità di tollerare chi la contesta.
Il problema nasce quando la critica non propone più di correggere o riformare le istituzioni, ma immagina l’azione politica come conquista dei luoghi nei quali si forma il consenso e come paralisi delle infrastrutture. Quando ogni istituzione diventa oppressione, ogni democrazia imperialismo e ogni limite fascismo, gli ideali rischiano di ridursi a un nichilismo tanto radicale quanto banale: non un progetto alternativo di società, ma il conflitto permanente contro quella esistente, condotto grazie alle libertà che essa garantisce.
Nel 2020 lo Yale Globalist, pubblicazione universitaria, indicava Maviglia come componente di Students for Justice in Palestine a Yale. Nello stesso articolo Maviglia spiegava che il gruppo intendeva richiamare l’attenzione sull’addestramento della polizia americana in Israele, sul sostegno militare statunitense allo Stato ebraico e sull’impiego di tecnologie israeliane lungo il confine tra Stati Uniti e Messico.
Nel 2023 veniva inoltre presentata, nell’annuncio pubblico di un dibattito, come responsabile del sottocomitato BDS e coordinatrice della campagna di boicottaggio dei prodotti israeliani “No Appetite for Apartheid”.
Nel 2025 è entrata nel National Political Committee dei Democratic Socialists of America. Il sito ufficiale dei DSA la elenca con il nome “Francesca Maria” tra i componenti eletti per il periodo 2025-2027. L’identificazione con Francesca Maviglia è confermata anche da successivi resoconti delle attività del comitato.
Non si tratta di una vaga adesione giovanile. Lo stesso sito dei DSA descrive il National Political Committee come un organismo di venticinque persone che svolge funzioni analoghe a quelle di un consiglio di amministrazione, guida l’attuazione degli obiettivi politici e impartisce direttive alla struttura nazionale. È, in sostanza, il principale organo dirigente dell’organizzazione tra una convenzione nazionale e l’altra.
In un estratto video diffuso sui social, Maviglia parla della necessità di costruire organizzazioni disposte alla lotta, capaci di “prendere il controllo dei campus” e di “bloccare ogni porto e ogni aeroporto” del Paese. In questo caso la fonte non è il giudizio di chi ha pubblicato il filmato, ma ciò che Maviglia afferma direttamente davanti alla telecamera.
L’estratto disponibile non consente di ricostruire integralmente il discorso e il contesto nel quale venne pronunciato. Le parole contenute nel video, tuttavia, sono direttamente ascoltabili.
Il verbo inglese utilizzato è shut down: fermare, bloccare. Non è quindi necessario tradurlo con “sabotare” né attribuirgli un significato terroristico che la frase, da sola, non dimostra.
Resta però significativo che una ricercatrice italiana, formata e impiegata da un’università americana, sieda nella direzione di un movimento politico nazionale e indichi come obiettivo la costruzione di organizzazioni capaci di conquistare i campus e paralizzare porti e aeroporti del Paese nel quale ha studiato e lavorato.
Non serve gonfiare una storia. Quella verificabile è già sufficientemente istruttiva.
Maviglia ha il diritto di criticare gli Stati Uniti, sostenere il socialismo, promuovere il boicottaggio di Israele e partecipare alla direzione di un’organizzazione politica. La libertà di espressione non può dipendere dalla simpatia delle opinioni e non è riservata ai cittadini americani.
Ma la libertà di espressione non impone a Yale di essere politicamente cieca, né impedisce di domandare come una delle più prestigiose università del mondo valuti l’attività pubblica di una propria ricercatrice.
Soprattutto quando quella ricercatrice non si limita a esprimere un dissenso, ma partecipa alla direzione di un’organizzazione politica nazionale e, in un intervento pubblico, propone la costruzione di organizzazioni capaci di prendere il controllo delle università e bloccare porti e aeroporti.
Il caso Maviglia racconta qualcosa che va oltre Maviglia. Nelle università occidentali l’ostilità verso l’Occidente non è più soltanto una posizione marginale tollerata in nome del pluralismo.
In alcuni ambienti è diventata una credenziale culturale: il segno di una presunta coscienza critica superiore, perfettamente compatibile con l’accesso alle istituzioni più prestigiose e con le risorse pubbliche che le sostengono.
L’America sopravviverà certamente a una rivoluzionaria italiana. La domanda posta dal caso è dove l’università americana collochi il confine tra il pluralismo, che deve tutelare, e l’indifferenza istituzionale verso chi utilizza il prestigio e la protezione dell’accademia per alimentare un progetto politico radicalmente ostile alla società che ne rende possibile l’esistenza.
Maviglia ha parlato di “prendere il controllo dei campus”. Il dettaglio più paradossale è che il campus, senza necessariamente condividere una sola delle sue idee, le ha già offerto formazione, credenziali e lavoro.
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