di Fabio (FabTab)
Cosa collega fra loro delle acciughe marce, un famoso giornalista e la propaganda russa?
Quella che proveremo a raccontare è una storia emersa diversi anni fa, per alcuni forse già nota, ma che merita di essere riletta e rivisitata alla luce di alcuni fenomeni a cui stiamo assistendo in tempi assai più recenti, alcuni addirittura da pochi mesi.

Il tema lo dobbiamo all’articolo, da noi tradotto in tempi relativamente recenti, di un autore di nome Vladimir Yakovlev, oggi cittadino israeliano che ha vissuto, sia come giornalista che come editore, in prima persona i passaggi storici dalla caduta dell’Unione Sovietica fino alla Russia di Putin e, pur non avendone mai fatto parte in modo organico, è stato molto vicino al potere, fino a staccarsene del tutto quando quella relativa libertà respirata lungo il decennio degli anni ‘90 ha iniziato ad essere demolita un pezzo per volta.
È stato allora che, ricordando i suoi studi di giornalismo di oltre vent’anni prima all’Università Statale di Mosca, ha scritto un articolo in cui ha raccontato di un corso estremamente “particolare” offerto all’epoca dalla facoltà: un corso di cui non era ammesso parlare, né portare materiale didattico fuori dalle aule. Tenuto in segreto da un dipartimento militare, si intitolava “Propaganda speciale da combattimento”, sottotitolo: l’arte di seminare discordia nei ranghi del nemico per mezzo della disinformazione e della manipolazione della coscienza.
All’epoca la si definiva “black propaganda”, cioè tecniche da utilizzare in fase di conflitto, ma a partire dagli inizi del duemila, con il consolidamento del nucleo di potere esistente ancor oggi, per Yakovlev fu facile accorgersi che, non solo gente come Putin o Medvedev avessero studiato su quegli stessi manuali, ma che a vent’anni di distanza, quei metodi stessero trovando una nuova applicazione: non contro un nemico esterno, bensì in maniera invasiva, diffusa e sistematica verso l’intera società russa, come in una sorta di grande esperimento di ingegneria sociale da svilupparsi attraverso il controllo capillare di ogni tipo di media e al tempo stesso sopprimere quelli non allineati. Un’operazione di lungo termine, spesso condotta in modo cruento, e mai conclusa.
Leggendo di alcune di queste tecniche potreste trovarle molto familiari, una sorta di “non sapevo di saperlo”, meno immediato è però capire il perché funzionano, che è poi la parte più interessante della sua spiegazione.
La prima di queste, veniva chiamata “l’Acciuga marcia”: si tratta, in poche parole, di diffondere un’accusa particolarmente infamante verso un soggetto, quanto più è estrema, meglio è: corruzione, pedofilia, satanismo, il tema non ha alcuna importanza, come non ha particolare importanza esporre fonti o documenti che la rendano credibile, la sola cosa necessaria è che diffondendosi crei immediatamente uno shock e un effetto di indignazione e una contrapposizione radicale fra coloro che ci crederanno e quelli che la osteggeranno ritenendola infondata: quanto più la discussione fra i due gruppi perdura, tante più volte l’”acciuga” verrà sfregata addosso alla vittima lasciando la puzza appiccicata ai vestiti.
Qualcuno ricorderà la famosa frase di Francis Bacon: “audacter calumniare, semper aliquid haeret” (“calunnia senza timore: qualcosa rimane sempre attaccato”), ma forse, considerato che la psicologia moderna sarebbe stata sviluppata secoli dopo, Bacon non aveva studiato quanto i russi i meccanismi mentali per cui il metodo funziona: a prescindere che si creda o no all’accusa, la mente tenderà sempre, anche inconsciamente, ad associare quella specifica persona a ciò di cui è stata accusata.
Si potrebbero quindi ad esempio diffondere false notizie su un avversario secondo le quali lui avrebbe acquistato ville e yacht rubando soldi pubblici, o fatto uccidere un giornalista scomodo o magari che sia un cocainomane, in modo che l’infamia possa generare un “sentiment” negativo o almeno creare un collegamento fra lui e una qualsiasi immagine sgradevole.
Gli esempi posti non sono ovviamente casuali, non è difficile pensare infatti ad una serie di false notizie diffuse in tempi recenti costruite secondo uno schema grossolano, ma efficace, aventi come bersaglio il presidente ucraino Zelensky. Lo schema oggi è più o meno sempre lo stesso: creare falsi profili di giornalisti quali autori di uno scoop, video YouTube, foto di finti documenti, articoli su apparenti siti giornalistici, diffusione sui social network
Un altra tecnica descritta è quella della “Grande bugia”, che funziona all’incirca come la precedente, ma richiede una scala di diffusione più ampia e una durata molto più lunga.
La bugia deve essere talmente grande e ripetuta da indurre a pensare che nessuno potrebbe averla inventata.
Ad esempio, immaginate di essere una cleptocrazia fascista, o almeno, se non di nome, fascista secondo gli indicatori del modello descritto molti anni fa da Umberto Eco, e che vogliate dipingere un paese a voi ostile con una luce negativa: non potrete che costruire sistematicamente una narrazione che vi faccia apparire migliori o decisamente meno sgradevoli del nemico, e cosa ci può essere di peggio del fascismo se non quella che, nell’immaginario collettivo, è la sua versione ancora più crudele e degenerata?

Ecco dunque che una nazione nemica, senza alcuna evidenza, se non qualche debolissima reminiscenza passata, deve diventare “nazista” e questa etichetta, che entra in modo martellante in qualsiasi narrazione ufficiale, anche ai più alti livelli, non può e non deve essere discussa in alcun modo.
Per rendere ancora più sedimentata la grande bugia, le si può poi associare la tecnica dell’”Assoluta ovvietà”: se si instilla nelle menti la convinzione che la stragrande maggioranza delle persone la pensi in un determinato modo, per molti diventa naturale conformarsi, mentre per altri diventa più difficile mostrarsi critici o contrari per evitare uno stigma sociale.
Ecco quindi comparire sondaggi, falsi o fatti con campionamenti mirati, in cui una percentuale eccezionalmente alta sembri pensarla in un determinato modo, non dissimilmente a quanto avviene, per gli stessi scopi, quando si devono indirizzare risultati elettorali inverosimili e plebiscitari attraverso la manipolazione dei voti o semplicemente togliendo dalle opzioni qualunque candidatura scomoda.
A contorno, possono poi concorrere anche altre metodologie, quali l’”Eroe sconosciuto”, cioè il culto di una figura integerrima e semi divina, che col suo sacrificio ha portato alla salvezza in una qualche “Grande guerra patriottica”, oppure il “metodo 40/60” (che in termini paretiani può anche diventare 20/80) che consiste, quando si diffondono notizie, nel creare un mix, fra un 60% di informazioni vere ed un 40% di completamente inventate, una tecnica che i sovietici impararono direttamente dalle teorie di Goebbels.
Quando nel febbraio 2022 ci stupimmo della scarsa reazione della società russa di fronte all’invasione (che, sempre secondo la tecnica dell’”eroe sconosciuto”, è stata venduta con termini quali “liberazione”) non capivamo quanto profonda fosse questa manipolazione sociale e da quanto fosse in atto, ma quello che più ignoravamo era che i successivi soggetti dell’esperimento saremmo diventati noi occidentali.
Operazioni di disinformazione organizzata del Cremlino conosciute dagli analisti con nomi come Portal Kombat, Recent Reliable News o Doppelganger, di cui non molti hanno conoscenza, stanno replicando in tutto e per tutto le tecniche descritteci da Yakovlev, sfruttando i cavalli di Troia che lo stesso Occidente ha reso facilmente disponibili: Internet prima, i social media poi.
Una massa critica di disinformazione (da alcuni chiamato “firehose of falsehood”) i cui contenuti oggi possono essere creati ancora più velocemente grazie all’uso dell’intelligenza artificiale, è già arrivata e ancor di più ne sta per arrivare.
In questo modus operandi non si vedono molte differenze con il modo con cui i russi combattono in guerra: non gli serve qualità, buttano nel tritacarne quantità tali da saturare le difese avversarie, in questo caso debunkers, fact checkers, media tradizionali o comuni utenti, sfruttando a loro favore proprio quella libertà di espressione senza censure che tanto, in casa loro, disapplicano e disprezzano.
Preoccupa in un simile scenario che ancora non si vedano all’orizzonte, soprattutto in Italia, politici consapevoli o preparati sul pericolo, a pensar male verrebbe quasi il timore che quelli che lo conoscono non agiscano per contrastarlo per la paura di provare poi su se stessi uno sgradevole odore: quello di un’acciuga marcia
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Ma che articolo interessante (come sempre)! I Russi comunque hanno una buona tradizione nella disinformazione, basti pensare ai Protocolli dei Savi di Sion.
Complimenti, Fab
Riccardo