“Non una di meno” è uno slogan bellissimo. Contiene in sé il germe della fratellanza, anzi, scusate, della sorellanza. Innanzitutto è inclusivo, sembra dire “forza ragazze, ci siamo tutte!” oppure “tutte per una ed una per tutte!” Poi è empatico perché comunica il concetto che “se fate del male ad una di noi è come se lo faceste a tutte”.
Chapeau! pensai la prima volta che l’ho visto: un messaggio universale. Il mio occuparmi sempre di questioni pratiche mi parve subito limitativo. Forse, valutai, colpa della mia generazione. Noi oggi cinquantenni, 20 anni fa ci inventavamo il movimento mamme 2.0. Roba semplice che con un velo d’ironia cercava di sfatare i miti sulla maternità “Mulino Bianco” per mettere in risalto il fatto che alla transizione dal modello patriarcale a quello paritario non era coincisa alcuna compensazione strutturale della società. Eravamo donne che correvano dalla mattina alla sera, facendo tutto quello che le nostre madri avevano fatto, pur essendo fuori casa 10 ore al giorno. Insomma, quella magistralmente immortalata da Angela Finocchiaro nella celeberrima scenetta “La donna perfetta”: “Signora, per essere moglie, madre, amante, manager, come fa?” “Bèh, io sniffo!”
Ecco, noi in fondo eravamo donne di poche pretese che si muovevano in una società di transizione con ancora tanti retaggi patriarcali, cresciute in un periodo nel quale lo stupro era ancora solo un reato contro la morale e rischiavi di perdere il posto se restavi incinta. Allora sì, queste ragazze del nuovo millennio che si univano sotto quel bellissimo slogan “Non una di meno” mi parevano avere raggiunto consapevolezze e aperture che noi neanche ci sognavamo. Per loro, la lotta transfemminista non aveva confini.
Poi però abbiamo scoperto che almeno una di meno c’era. Per esempio, quella ragazza tedesca stuprata ed uccisa durante il rave nel sud d’Israele, il cui corpo era stato parato su di un camion per strade di Gaza, non contava. Tutti per una, una per tutte, tranne lei.
Pazienza, in fondo si trattava solo di una. Nessuno è perfetto. Tutte le altre però sì. No, un attimo, forse erano due. Neanche quella ragazza israeliana, tirata fuori dal retro di un auto, con il tendine tagliato e il pantaloni inzuppati di sangue contava. Forza ragazze, ci siamo quasi tutte.
Va bene, forse è stata una distrazione, un paio gli sono sfuggite, capita. Non si possono fare i processi solo per un paio di vittime del patriarcato fondamentalista islamico passate sotto silenzio.
Poi però sono arrivati i corpi delle ragazze stuprate e uccise al rave e nei kibbutzim, alcune solo adolescenti, alcune mutilate. Neanche loro contavano. Allora abbiamo cominciato ad intravedere un pattern: se fate del male ad una di noi è come se lo faceste a tutte, tranne che se siete vittime del fondamentalismo islamico quando cerca di distruggere Israele.
Ma come, e il patriarcato? e le donne? ci chiediamo.
Insomma non una di meno ma due, tre, cinquanta, trecento o forse più donne di meno. In un attimo quel concetto così inclusivo ci è parso esclusivo. Una specie di club dove o ne fai parte oppure no. Dipende da come la pensi, dove sei nata e che cosa rappresenti. Allora abbiamo cominciato ad intravedere dei paletti come in uno slalom gigante. Non una di meno a meno che… prima bandierina… “è stata stuprata e/o uccisa per la causa palestinese?” allora inclina a sinistra. Non una di meno a meno che… seconda bandierina… “è ebrea?” allora vira a destra. Non una di meno a meno che… terza bandierina… “è cittadina di uno stato imperialista-colonialista-filo-occidentale’? allora fai la serpentina.
E per carità, ogni associazione è libera di difendere chi gli pare e di avere i propri ideali, solo che quel nome adesso assume il sapore dell’ipocrisia. “Non Una di Meno”? Davvero?
Chissà perché noi femministe dei vecchi tempi (stile Oriana Fallaci, per intenderci) continuiamo a pensare che lo stupro sia una violazione sempre e chi lo perpetra un criminale a prescindere. Quanto ad una “lotta transfemminista senza confini” con le bandiere palestinesi in occasione della festa della donna più che un confine sancisce un ghetto.
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Grazie hai espresso appieno il mio pensiero, condivido ogni singola parola
Pur essendo ovvio che la posizione dei movimenti femministi (me-too; non una di meno; ecc) nei confronti degli stupri di seria A o B, C… non sia universalmente accettata, mi chiedo, magari stupidamente, per quale motivo non prenda vita un contro-movimento-veramente-femminista che sia veramente a favore di tutte le donne, a prescindere da ceto, credo e nazionalità. Forse perché organizzare marce, movimenti di opinione sia più facile se sei un’organizzazione politica??
Penso sia così, nascono principalmente all’interno di aree politiche e nelle università.
Il femminismo non può essere descritto come una unica entità, anzi, quando leggo “…ehhh, le femministe ora che dicono?…”, beh a me girano le ovaie verticosamente, perché io, da 54enne femminista, non faccio alcuna distinzione etnica dello stupratore o del maschio tossico. So che il mio occidente mi tutela molto più di quanto non facciano le altre culture, che siano orientali, mediorientali o russe. E che ho un pieno di bile quando l’occidente (non solo le donne occidentali) non si indigna per le donne che sono state stuprate dai palestinesi e che con tutta probabilità quotidianamente subiscono le stesse violenze ancora oggi. Io sento il loro dolore, io sono loro. Così come sento il dolore delle donne violentate da quei subumani dei russi.
Io non sono un governo, non sono un politico, sono una semplice cittadina e ho quindi il diritto di gridare vendetta, cosciente del fatto che non ho responsabilità collettive.
E’ Perfetto Alessandra! grazie mille della tua chiarezza ?. E comunque si, cercano un ghetto in quel delirio pseudo adolescenziale
Grazie
Terribile, eccellente scritto. Le morti e le stuprate di serie B non fanno fare bella figura alla serie A.
Grazie.
Grazie Alessandra, brava. E quante donne sono “di meno”, vengono tenute alla larga da occasioni che dovrebbero unire e non selezionare per escludere… Dove sono le iraniane, le ucraine, le dissidenti russe, le tibetane e le studentesse di Hong Kong e troppe altre da citare? Non ci sono, perché chi sponsorizza le loro sofferenze sceglie chi ha diritto a testimoniare. Per le altre il silenzio è funzionale alla lotta. Si, la loro.
È l’usurpazione del femminismo che genera rabbia. La strada per la vera parità è ancora lunga ma il movimento adesso è stato ideologicamente monopolizzato dall’antiglobalismo e l’anti occidentalismo. Il che fa ridere perché l’emancipazione della donna è figlia dell’illuminismo.
meraviglioso questo post! un abbraccio da un vecchio maschio con la romantica pretesa di essere Uomo.
Grazie!