


È vero che decidere come votare in occasione di referendum costituzionali, su temi tecnici e complessi come nel caso della separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, è complicato. Le campagne referendarie dovrebbero riuscire a sortire due effetti: colmare quel gap di cultura istituzionale che rende fragile e manipolabile l’elettorato e informare sulle possibili conseguenze del voto favorevole e/o contrario.
Come diverse autorevoli voci hanno ammonito, anche in tono stentoreo, nulla di ciò sta avvenendo. Il dibattito referendario è in balia delle improvvide uscite del procuratore della Repubblica Gratteri e del ministro della Giustizia Nordio, che nulla spiegano di diritto costituzionale, della storia e delle ragioni del Sì e del No alla riforma. Figurarsi poi se l’approccio spettacolarizzante e scandalistico dell’infotainment, assieme a quello di una stampa sempre più embedded, possa trovare il modo di favorire una riflessione serena sul merito. Si fomenta e blandisce il pubblico, con l’effetto di una crescente polarizzazione, per ingrossare e consolidare le file dei telespettatori e dei lettori. Non “Divide et impera”, ma “Divide et tira a campare”!
Sia ben chiaro, sono un convinto sostenitore delle ragioni del Sì e trovo irresponsabili (in senso weberiano) le posizioni assunte dall’Anm e dal Pd, con la prima che si affanna a mettere le distanze dal Comitato per il No, con esiti poco rassicuranti. E vada per il Pd: quale soggetto politico d’opposizione ha (seppur sconsideratamente) scelto di arrampicarsi sugli specchi e di votare No per fare uno smacco al governo Meloni, gettando alle ortiche il lungo e travagliato percorso di una riforma dal dna progressista e liberale. Un autotradimento consumato alla disperata ricerca di un’identità elettorale.
Ma l’Anm? Ecco, come ha autorevolmente sottolineato Augusto Barbera, i claims dell’Anm a supporto del No sono privi di fondamenti giuridici. A quanto pare, anche soggetti istituzionalmente depositari del sapere giuridico hanno scelto di muoversi non sul terreno del merito della riforma, ma su quello delle post-verità che minano l’informazione. Un piano discorsivo dove a contare sono più le emozioni e le suggestioni che i fatti e la loro lettura ragionata.
È così che a sostegno del No prendono forma congetture – nella migliore delle ipotesi – che si nutrono di emozioni, sentimenti e paure diffuse trasversalmente in diversi pezzi della società civile: l’asservimento della magistratura alla politica – in realtà ricorrente sogno bagnato della destra come della sinistra; l’indimostrabile indebolimento della lotta alla mafia (Roberto Saviano); il favore di Licio Gelli per la riforma sotto l’eterna ombra piduista; l’oscillazione kafkiana della forza dei poteri dei pm attorno alla contingenza dell’officiante di turno; l’obiezione generalista – bonne à tout faire – per cui la riforma non risolverà i veri problemi della giustizia, e altro ancora. Una inconsistente, vuota retorica del No.
Se questi sono i contenuti, il dibattito che ne scaturisce non può che sconfinare nella becera propaganda. Qualunque confronto è, inesorabilmente, degradato a scontro. È un susseguirsi di attori che si vomitano addosso motti e frasi fratte, a rimarcare un generale processo d’istupidimento che priva i contendenti della necessaria autonomia di giudizio. Ed è stato Dietrich Bonhoeffer a spiegarci, drammaticamente, che quando le persone agiscono come strumenti senza volontà si va verso la rovina.
Fra tutti gli slogan dei sostenitori del No ce n’è, poi, uno particolarmente specioso: “Difendiamo la Costituzione”. Chissà quanti, tra coloro che gridano all’attentato alla Costituzione, stampa compresa, ricordano il numero di volte che hanno vilipeso il principio della presunzione d’innocenza (art. 27). In realtà, votando No si difende solo il potere dell’Anm che nel tempo è riuscita, grazie alle varie correnti – il vero male della magistratura – a colonizzare il Csm, condizionandone l’operato al punto da generare veri abomini (vedi il caso Palamara). Solo con il Sì si potrà, attraverso l’introduzione del sorteggio, estirpare tale potere anomalo riconducendo il ruolo del Csm nell’alveo costituzionale.
È sempre Augusto Barbera ad affermare che la riforma non pregiudicherà in alcun modo la Costituzione, ma darà attuazione all’art. 111 e alla Settima disposizione transitoria, che prevedeva la modifica dell’ordinamento giudiziario di stampo fascista. Il sistema di allora era imperniato proprio sull’unità delle carriere, con il pubblico ministero considerato come il giudice, manifestazione dell’autorità dello Stato, e non come parte del processo. Nel r.d. 30 gennaio 1941, n. 12, c.d. decreto Grandi – ministro di grazia e giustizia del Regno d’Italia – giudici e pubblici ministeri confluivano indistintamente nella nozione di “autorità giudiziaria”. Non è un caso che i giudici siano uniti ai pubblici ministeri solo nei regimi, com’era accaduto durante il fascismo.
Giova peraltro ricordare che sulla separazione delle carriere si realizzò un’ampia convergenza, già alla fine del secondo conflitto mondiale, tra le forze politiche che diedero corpo alla Resistenza. I Costituenti nel 1947 dovettero però tener conto sia dell’ordinamento giudiziario che considerava unitariamente giudici e pubblici ministeri, sia del codice di procedura penale – quello fascista del 1930 – che attribuiva al pubblico ministero anche funzioni giurisdizionali. A ciò si aggiungeva la difficoltà oggettiva di approntare uffici autonomi per le procure per via della forte carenza di immobili e di strutture idonee da destinare all’amministrazione della giustizia a causa degli ingenti danni di guerra. E, allora, c’era molto altro cui pensare.
Perfettamente consapevoli che la soluzione di un’unica carriera non fosse quella migliore, i Costituenti ne auspicavano la modifica con l’introduzione del processo accusatorio, che avvenne solo nel 1989 lasciando però inalterato l’ordinamento giudiziario con la confusione tra giudice e pubblico ministero.
Poiché l’elaborazione dei codici penali può essere considerata una delle più grandi conquiste morali dell’umanità, non dovremmo restare insensibili rispetto all’affermazione di scelte valoriali che rendono il processo coerente con un diritto penale garantista e liberale. La riforma sulla separazione delle carriere non risolverà i problemi della giustizia: è un passo importante verso l’affermazione di un principio di civiltà giuridica e rappresenta il naturale completamento della riforma Vassalli – ministro della Giustizia, socialista ed eroe della Resistenza antifascista – che ha consentito di passare dal modello di processo inquisitorio al processo accusatorio proprio dei regimi liberali.
Per far ciò occorre uscire dal mefitico equivoco che sta avvelenando la campagna referendaria, rendendola sempre più simile alla resa dei conti finale tra politica e magistratura: il voto favorevole alla riforma non è un voto a sostegno dell’attuale maggioranza politica al governo. Sull’operato del governo Meloni saremo chiamati a esprimerci nel 2027.
Non ci possono meravigliare i dati di un recente sondaggio per cui il 70 per cento di coloro che pensano di votare No esprimono in realtà il loro dissenso verso il governo Meloni, a differenza di chi vota Sì solo perché convinto della bontà della riforma (Noto Sondaggi).
Fermo restando che la separazione delle carriere è un principio che si rifà a valori liberali e che è l’attuale ordinamento giudiziario a contrastarlo, i vertici della magistratura avrebbero dovuto evitare lo scontro frontale con il governo, mostrando una maggiore disponibilità alla mediazione. Avrebbero, ad esempio, potuto avviare un confronto sulla riforma della legge elettorale del Csm, con l’introduzione dei collegi uninominali per evitare il sorteggio. Ma la risposta dei magistrati è stata quella di scioperare non appena è iniziata la discussione parlamentare.
Qualunque sarà l’esito del referendum, non si potrà andar fieri dei toni e dei (non) argomenti utilizzati dai principali attori in uno scontro frontale che rischia di fare a pezzi l’unica vera vittima: la “cultura della giurisdizione”, o quel che ne rimane.
Decenni di populismo giudiziario – da Mani Pulite in poi – e la recente ondata di panpenalismo del governo Meloni hanno portato alla rozza e barbara identificazione della “Giustizia” con la “Magistratura”. Si confonde il piano normativo, attorno al quale gravitano principi e leggi astratte, sistemi di garanzia, procedure e organi destinati alla loro attuazione, con le persone, i magistrati per l’appunto, che quei principi dovrebbero incarnare e quelle norme devono applicare. Ma l’agire umano è fallace, e l’operato dei magistrati deve poter essere valutato e messo in discussione, al riparo da ogni forma di fideismo giudiziario.
Quando un magistrato, imbaldanzito dalla stampa che lo celebra e dalla folla che lo acclama, crede di essere egli stesso la “Giustizia” incorre nel “peccato d’orgoglio”. Crede di difendere la giustizia quando in realtà difende il suo amor proprio e, senza accorgersene, da giudice si è trasformato in parte (Calamandrei). E poi non c’è da stupirsi se qualche magistrato ritenga di dover dispensare patenti di moralità ed elargire lezioni di etica pubblica, in un movimento involutivo che da Cesare Beccaria refluisce barbaramente verso il Grande Inquisitore.

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Meglio un pó di potere in più, non sempre ben usato, all’augogoverno di magistrati ed avvocati, piuttosto che ancora più potere che poi diventa tutto il potere ad un governo, che prima o poi lo userà contro il popolo, senza avere un riequilibrio con un’altra istituzione indipendente.